Manifesto fantasy – approfondimento quarto

Ancora un ripescaggio dal Manifesto fantasy di partenza, riguardante il fantasy come abito da indossare:

Il fantasy è un abito, che obbliga il lettore a vedere la realtà in un modo differente da come la vedrebbe altrimenti, fornendo degli elementi cui di solito non presterebbe attenzione.

E ancora:

Il fantasy narra di relazioni basate sulla magia, sull’aspetto fantastico della vita che normalmente gli altri generi non raccontano. Per questo motivo sono arrivato a dire che il fantasy non è altro che un abito da indossare. A seconda del modo in cui mi presento in pubblico, obbligo la gente a comportarsi con me in un modo differente al cambio d’abito. Se vado in giacca e cravatta in mezzo a un’assemblea, di certo otterrò un effetto differente dal presentarmi in mutande.

Il vocabolario assegna al termine “abito” diversi significati. Ecco quelli che più mi sono utili per spiegare cos’ho in mente:

– foggia, modo di vestire, spec. come segno distintivo di una condizione;
– veste religiosa;
– abitudine, disposizione naturale o acquisita;
– complesso delle caratteristiche anatomiche e funzionali di un organismo.

Il fantasy è un abito nei confronti di chi lo scrive e di chi lo legge grazie alla sua capacità di portare all’attenzione ciò che normalmente non è nella condizione di mostrarsi. Cos’altro, se non i molteplici e insondati significati dei simboli, di cui il linguaggio fantastico è pregno? Il simbolo dà a pensare, diceva il filosofo Ricoeur, ma oltre a fornire materia di riflessione, il simbolo richiede una carne, che gli venga assegnata una volte per tutte alla singola lettura, operazione che di solito viene effettuata dal lettore (per questo motivo colui che completa l’opera dell’autore). Fino a quando il simbolo non viene interpretato, rimane un buco nero del linguaggio, che rischia di inghiottire perfino il senso dell’intero scritto. Se i lettori di oggi non perdessero la capacità di interpretare – come, invece, sta avvenendo – non si correrebbe il rischio di smarrire per sempre la ricchezza del linguaggio figurato. Se la narrativa fantastica suscita oggi derisione (soprattutto in Italia), è perché l’Italiano medio, ammesso che esista, ha perduto la capacità di interpretare, di giostrarsi tra i simboli, di riconoscere l’abito altrui come segno distintivo di una condizione che non ha mai condiviso, fino a quel punto. Ma perché non lasciarsi andare a ciò che è straniero, a quanto è differente nella varietà, a quanto è destabilizzante nella fantasia?

Anche l’abito in quanto veste religiosa apre degli scenari, forse tra i più caratteristici del fantasy. Gli scrittori fantasy sono una sorta di officianti di una religione scritta capace di comunicare al cuore dell’uomo. E cosa comunica questa religione scritta se non orizzonti di senso, panorami di vita e l’armonia mai pienamente raggiunta della condizione umana? Il fantasy richiede devozione, e normalmente i lettori fantasy sono devoti (spesso estremisti), e chi lo legge è ben conscio di quanto il suo contenuto parli dell’esistenza umana. Credo sia chiaro da queste mie parole che non tutto ciò che viene “spacciato” per fantasy sia veramente tale.

Abitudine, disposizione naturale o acquisita: chi non ha mai sopportato il fantasy, è difficile che impari a sopportarlo, perché ci vuole una predisposizione naturale verso il linguaggio “altro” in grado di spalancare la porta sull’ “altro” mondo.  Ma come tutte le disposizioni naturali, se le si vogliono far fruttare le si deve nutrire, farle divenire abitudine, che non può essere assuefazione, ma capacità di comunicare e di lasciarsi comunicare. Anche chi acquisisce in un secondo momento l’abito del fantasy, senza scimmiottare ma facendolo davvero proprio, è perché fin dall’inizio era predisposto. O ce l’hai o non ce l’hai, il fantasy. Non può esistere e non esisterà mai chi dice: “non ho mai fatto fantasy e non l’ho mai letto, tanto meno condiviso” e che però subito dopo si metta a farlo con successo. Chi dice di farlo così, sta mentendo!

E, infine, la forma fantasy è sufficientemente indipendente nelle forme e nelle modalità da giustificare la propria esistenza senza dover dipendere da altri organismi “narrativi”. Nell’anatomia e nelle funzioni il fantasy è un corpo perfettamente formato. Ed esiste la ben riposta speranza di non dover considerare il fantasy alla stregua di un organismo complesso inferiore ad altri altrettanto complessi quanto a funzioni. Il fantasy sa espletare tutti i suoi compiti, sa condurre il lettore non solo dentro la storia, ma lo sa incatenare alla sua prospettiva, sa infervorarlo come nessun’altra narrazione è in grado di fare, proprio come farebbe un leader politico o un capo carismatico, un buon predicatore o un guru di vita. Perché, allora, c’è chi si ostina a vedere la narrazione fantastica come un organismo profondamente inferiore ad altri che sono, invece, nati molto più tardi di esso?


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