A quale piano scende lo scrittore

Il Nobel 2000 per la letteratura, il cinese Gao Xingjian ha rilasciato in data 24 febbraio un’intervista al Messaggero in cui si parla di letteratura e di mercato. Alla domanda di Francesca Pierantozzi, se sia possibile oggi che la vera letteratura sia autonoma e indipendente dal mercato, il Nobel risponde così:

È il grande problema della letteratura della nostra epoca: la pressione dei mercati e della politica influenza autori e scrittura. Ci sono due possibilità: resistere o sottomettersi. Molti scrittori oggi hanno ceduto e perso la loro autonomia. Nel ventesimo secolo le ideologie fabbricate ad uso e consumo dei partiti politici hanno dominato e manipolato gli scrittori, sottraendo loro la possibilità di riflettere in modo personale e indipendente alle questioni che pone l’esistenza umana. Ma la vera letteratura è proprio questa riflessione dell’autore.

E alla successiva domanda di Pierantozzi, “Quali pressioni pesano oggi sugli scrittori, cosa chiede il mercato alla letteratura”, arriva la chiara risposta:

Semplice: di vendere. Di fabbricare un prodotto che si venda bene. Al mercato interessa il profitto, non la qualità della letteratura, tanto meno il pensiero vero. Ecco perché ogni anno si fabbricano tanti personaggi in base alle mode, alle tendenze, ai tempi. Ma questa non è letteratura. Resta da vedere se lo scrittore ha coscienza del proprio bisogno, della necessità di una riflessione personale e indipendente. Senza questa coscienza non si ha la forza di resistere.

Perciò eccoci al punto: resta da vedere se lo scrittore ha coscienza del proprio bisogno. Credo si tratti di un punto molto interessante, perché se approfondiamo l’argomento, si arriva alla triste e cruda conclusione che buona parte degli scrittori che vendono hanno coscienza del proprio bisogno, o sarebbe meglio dire dei propri bisogni, al plurale. Solo che ne scelgono uno fra tanti, per esempio quello di far soldi. Il che è del tutto legittimo, nessun problema.

Però lasciatemi fare un breve ragionamento su ciò che è l’uomo, da un punto di vista generale.

L’uomo è bisogno, fisico, quello più basilare: mangiare, dormire, amare, essere amati, guadagnare, riposarsi, divertirsi.

A un piano più alto, l’uomo è razionalità: dunque progettualità, capacità organizzativa, necessità di soddisfare un progetto facendo sì che abbia successo.

Al piano più alto di tutti, l’uomo è un essere spirituale. La letteratura nel senso più alto si iscrive a questo piano. L’arte e la cultura, la poesia e lo spirito, la religione e il senso della vita abitano qui in alto.

Torniamo agli scrittori. A quale piano si fermano? Buona parte della robaccia che si legge in giro, quella che spesso viene definita in maniera spregiativa “adolescenziale”, si ferma al primo piano, perché risponde a un bisogno fisico: di rispondere a una propria necessità o alle necessità di altri, spesso quella affettiva (per esempio i paranormal-romance-troppo-romance).

La percentuale maggiore della parte restante si ferma al secondo piano, quella del progetto. È innegabile che buona parte dei romanzi che si leggono sono stati studiati a tavolino, così da poterli disporre al meglio per l’eventuale fortuna commerciale. Se penso a un settore specifico, quello della narrativa fantastica del nostro Paese, ritroviamo qui forse l’ottanta per cento della nostra produzione. Si tratta di un fatto colpevole? Assolutamente no, ma bisogna avere le idee molto chiare: difficilmente troveremo lì la letteratura. Inoltre, primo e secondo piano sono facilmente comunicanti, e il successo di un progetto viene spesso letto come soddisfazione del proprio bisogno espresso nel romanzo. Tanto che capita che gli stessi scrittori confondano i piani, e prendano il mancato successo di un loro romanzo come uno schiaffo che agisce su un piano molto più personale, più intimo. Invece bisognerebbe distinguere: il romanzo dovrebbe essere come minimo un progetto editoriale, mai il frutto di un proprio flusso emotivo.

Ma il vero e più alto obiettivo della letteratura non dovrebbe essere nemmeno quello di organizzare un progetto editoriale: puntiamo al terzo piano, puntiamo a lasciare qualcosa (il che non vuol dire riuscirci automaticamente, ma tentarci sì). Il primo passo è chiarirsi le idee a tal punto, da avere molto chiaro che chi ha intenzione di raggiungere il terzo piano farebbe bene a lasciarsi dietro le spalle i primi due: non ci sono bisogni personali (nemmeno di esprimersi) o progetti (nemmeno geniali) che tengano, di fronte alla gratuita libertà dell’intenzione artistica.


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