Ma poi venne meno. Sto parlando del romanzo e delle sue numerose evoluzioni da quando vide la luce nel mondo occidentale. Il romanzo si è evoluto per schemi, ha seguito modelli e mode, ha cercato la verità (o la realtà), ha sondato le profondità dell’universo, ha proposto (o imposto) pensieri unici (di autori e critici). Tutto ciò nell’onda continuamente cangiante dei corsi e ricorsi letterari (oltre che storici).
Detto tra parentesi, scusate le troppe parentesi, compresa questa. La parentesi è un mezzo potente che permette di inserire discorsi apparentemente eccentrici rispetto all’argomento principe della discussione, ed è, soprattutto, un mezzo ampiamente usato da Stephen King, che io saccheggio. E non venite a dirmi che in questo non c’è originalità: io seguo la lezione di Gianrico Carofiglio, che distingue tra saccheggio e imitazione, elevando il primo e affossando il secondo.
Per tornare a ciò che volevo dire, c’era una volta lo schema. Una volta serviva a forgiare una trama, ora sono perplesso che abbia ancora un senso (seppur minuscolo).
Il problema nasce quando i critici usano gli schemi per giudicare romanzi che non ne hanno. Nel migliore dei casi, la critica che si farà al romanzo senza schema sarà debole, decentrata, poco attinente. Soprattutto: erronea.
Cosa voglio dire con questi vaneggiamenti? Una sola cosa, e riguarda Storia di Geshwa Olers. Quella saga non ha altro schema che la vita di Geshwa, quando lo capirete? E detto fuori dai denti, delle critiche che guardano a ciò che si sarebbe dovuto capire in base a uno schema poco me ne faccio. Come avrebbe detto qualcun altro: francamente me ne frego!

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