Genericità e specificità, ovvero della necessità di distinguere

cordoglioCon la morte di David Bowie torna prepotente l’espressione della massa, il cordoglio online si diffonde a macchia d’olio, e tutti ci ritroviamo in fila dietro il feretro di un uomo che conoscevamo solo attraverso le sue manifestazioni artistiche. Ovverosia, non lo conoscevamo affatto.

Non è strano che si provi dispiacere per un grande della cultura contemporanea che ci lascia per (si spera) migliori lidi, ma che a queste improvvise assenze (ricordo quelle che più mi hanno fatto male: Isaac Asimov, Michael Crichton, Freddy Mercury, Herbert von Karajan, Claudio Abbado, Amy Winehouse, Michael Jackson) si inneschi il meccanismo non riflettuto ma quasi dovuto del cordoglio mondiale. È una dinamica che nasconde altro e per me è sempre stato più interessante capire cosa si nasconde “sotto la botola” che gridare “oooohhhh” come il resto della folla indistinta. A tal riguardo, rimando al bellissimo post odierno di Loredana Lipperini (che potete leggere qui).

Ma cosa vuole, ‘sto qua? Sarà la domanda che più di uno potrà porsi leggendo queste parole (sempre che qualcuno in effetti le legga, il che non è per nulla certo). Voglio, anzi, desidero, desidererei, mi piacerebbe che ci abituassimo sempre più a distinguere tra un atteggiamento personale, diciamo così, generico e un atteggiamento specifico, tra un approccio generico ai problemi e un approccio invece specifico. Alcuni esempi?

L’utilizzo della parola “artista”, per farne uno. Al di là delle implicazioni temporali riguardanti l’arte (cioè il tempo come fattore necessario a considerarla tale), mi verrebbe da dire che la parola artista non possa essere applicata a un Fabio Volo (che fa riferimento alle dinamiche generiche della massa, probabile motivo per cui vende), mentre a un D. F. Wallace, sì (perché si addentra nei meandri del comportamento umano, presentandocelo nella sua scomoda contraddittorietà e con un linguaggio spassoso e – stranezza – difficile). Direi che sia un artista un David Bowie (capace di precorrere e amplificare i linguaggi espressivi), mentre una Madonna no (anche lei contenitore modificabile a seconda del gusto medio, certo, con una grande forza interiore, ma niente di più).

Genericità (o, se volete, gusto medio) e specificità (o, se volete, capacità di approfondimento). Due termini che mi piace applicare anche ad altri aspetti della cultura contemporanea. Prendiamo la psicologia: c’è un Morelli (generico, senza approfondimento concreto delle disparate manifestazioni emotive) e c’è un Claudio Risé (specifico, utile in quanto realista e attento a restituire e chiarire determinate meccaniche, soprattutto maschili).

Il concetto torna utile anche per gli eventi sociali: terrorismo e Islam, per esempio. C’è l’approccio generico, secondo il quale l’Islam è di per sé terroristico, e c’è l’approccio specifico, che si preoccupa di approfondire, di capire le differenziazioni interne al mondo musulmano, alla religione islamica e/o al libro sacro dell’Islam (ma la stessa cosa si può dire esattamente per l’ebraismo e per il cristianesimo, anche se con coloriture e periodi storici diversi).

Non voglio insegnare niente a nessuno. Voglio solo invitare all’approfondimento, anche quando i mezzi di comunicazione ci trascinano in un vortice di cordoglio, o di tristezza, o di depressione, o di indignazione.

 

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