L’importanza dei ruoli? Senza banalità.

rene_magritte-la_trahison_des_images-1300px“Pensate alle auto”, dicevano oggi a un programma radiotelevisivo, “sono pensate da uomini, sono progettate da uomini, perché le donne difficilmente vengono aiutate a pensare all’ingegneria o alla matematica”. E io ascoltavo, e mi interrogavo. E mi domandavo se questo fosse il motivo per cui “donne al volante, pericolo costante”.

A parte la battutaccia, l’argomento non è per nulla banale, per quanto venga vissuto quasi sempre in modo banale. La banalizzazione – brutta malattia della nostra epoca – si allarga a qualunque questione, e se all’inizio ha l’aspetto di una ridicola leggerezza, poco alla volta si trasforma in uno status mentale e linguistico capace di mascherarsi con ideali. È questo il caso del politicamente corretto, per fare un esempio, o della forzata necessità di pensare che qualunque cosa appartenga al maschile debba appartenere anche al femminile, o viceversa.

Un’amica mi faceva scoprire – qualche giorno fa – l’orrore modaiolo (ma forse non solo modaiolo) di una marca di intimo maschile… che utilizza pizzi e merletti. Qui potete visionare (astenersi animi sensibili). Un amico, invece, mi racconta di come per motivi legati all’assenza di lavoro i ruoli famigliari si siano ribaltati, e lui si trovi nella condizione di mammo mentre la mamma sia quella che porta i soldi in casa. Lungi dall’affermare che sia una situazione sempre più diffusa (il che vorrebbe dire che effettivamente l’accesso al mercato del lavoro per le donne sarebbe facile, cosa che non è), non è sinceramente una condizione che augurerei a molti uomini.

Eccolo il maschilista, dirà qualcuno, eccolo il cattolico integralista, dirà qualcun altro. Tralascio altri epiteti che mi si potranno rivolgere. Ma io non parlo di ideologia, non parlo di pari opportunità, non parlo di quote rosa e nemmeno di teoria del gender. Parlo di ruoli e della loro importanza.

A lungo svalutati da una psicologia che cercava più di accompagnare uno sviluppo politico e ideologico della società piuttosto che di riconoscere le dinamiche umane, i ruoli sono quanto di più controverso possa esistere al giorno d’oggi. Già, perché non c’è nulla di più interscambiabile dei ruoli. E non tiratemi fuori Bauman, per favore, che viene tirato da qualsiasi parte come se fosse il teorico fondatore della liquidità della nostra società, anziché esserne il sociologo che l’ha descritta senza approvarla (al riguardo mi viene in mente l’errore di banalizzazione che si continua a perpetrare nei confronti del filosofo Nietzsche, che viene additato come l’anti-cristiano per eccellenza, laddove è l’oppositore di un cristianesimo che è “platonismo per il popolo”, frutto di una modalità talvolta presente anche all’interno della Chiesa di separare l’ideale cui tendere dalla realtà che si vive). I ruoli sono uomo-donna, sono maschio-femmina, sono padre-madre, sono guerriero-poeta, sono datore-ricevente, e molti altri. I ruoli sono paradigmi fondativi della realtà umana, punti di riferimento che oggi vengono vissuti (e spesso imposti) con una rigidità sistematica che provoca, poi, una ribellione sistemica.

Eppure, se guardo alla realtà nella quale lavoro, che è fatta di bambini dai 3 (a volte anche due e mezzo) ai 6 anni (quasi sei e mezzo, come tengono a chiarire molti di loro), i ruoli sono l’elemento più ricercato, senza parole, senza dichiarazioni, ma con dimostrazioni. Tramite la parola più eloquente che è l’atteggiamento, gli sguardi, la ricerca fisica, la reazione emotiva, la crescita personale, i progressi interiori. Essendo uomo in mezzo a tante donne (sì, insegnare alla Scuola dell’Infanzia ha dei vantaggi), noto subito la differenza che i bambini ricevono e la noto da tutto ciò che ho elencato qualche riga più in su. Il ruolo maschile all’interno di un mondo prettamente femminile viene colto subito, con la positività dovuta, che è quella naturale, che trascende ogni definizione ideale. Se poi guardo a quanto accade con le mie colleghe (dove invece il ruolo messo in gioco è quello di confessore-confidente?), l’importanza dei ruoli si evidenzia ancora di più, dal momento che loro non verrebbero a confidarsi come fanno con me se non pensassero di trovare in me una persona (ma direi di più, un uomo) capace di ascoltarle senza giudicare, capace soprattutto di accogliere tutti i punti di vista senza metterli in conflitto.

Il ruolo è fondamentale per il funzionamento della società, e non per un certo tipo di società. Ma per la società tout court. Gli archetipi narrativi o quelli psicanalitici fanno riferimento proprio a questa fondamentale funzione. C’è un però. Però la banalizzazione sociale nella quale viviamo vorrebbe che al ruolo si sostituisse la funzione lavorativa oppure quella economica. Cosa succede se prende il sopravvento la funzione lavorativa? Che, per esempio, si pensi che una donna ingegnere potrebbe fare l’automobile in maniera diversa? No di certo, è un’assurdità (ma ci stava, per rispondere alla battutaccia iniziale); piuttosto, che la donna debba essere anche ingegnere, e non perché la donna sia portata per fare l’ingegnere (può essere, non lo so), ma perché abbia il diritto di esserlo. Oppure, l’uomo dovrebbe iniziare ad accudire lui il/la bambino/a, perché… è portato a farlo? No, perché l’economia lo impone. Sono entrambe cose lecite e in certa misura auspicabili.

In certa misura? Ma come!? Che conservatore che sei, Fabrizio! Di più, che maschilista, che arretrato! Da cosa dipenderebbe la misura quando si parla di diritti? Tutti hanno il diritto di fare ciò che gli passa per la testa, se non lede all’integrità di qualcun altro.

Stavamo parlando di diritti? No. Però il confine è sottile, vero? Il problema è proprio questo. Si confondono le carte in tavola, si parla di ruoli e si finisce parlando di diritti. Si parla di diritti, e ci si dimentica di guardare al loro contenuto e ai loro riflessi sociali e umani. Si parla di realtà, e si finisce per parlare di un mondo ideale. Di più: ideologico!

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