Essa crede

giardino pioggiaSono da solo, al centro della cucina di casa mia, che è anche il centro della casa. Mi basta guardare a sinistra e destra, e vedo i limiti dell’appartamento. Questa piccola tana in cui oggi mi sento nascosto. Perché fuori c’è tempesta. Lo sguardo a sinistra mi è impedito dalle tende che, traslucide, lasciano passare solo macchie veloci accompagnate dal rumore di auto su pioggia. A destra, invece, attraverso lo stretto disimpegno, i miei occhi scrutano con non poca apprensione quelle stoppie piegate dal vento, che ho lasciate apposta per chiudere il piccolo giardino. Oltre, vedo case con le serrande abbassate. Il cielo è dello stesso colore di una perla malata. Sul verde giallognolo del giardino, nell’angolo più vicino alla porta-finestra, il cumulo secco delle erbe da me strappate a furore e rabbia in un pomeriggio di molte settimane fa.

I rumori prendono il sopravvento. Non solo gli pneumatici che corrono a sinistra, segnalandosi per quel rumore di pozzanghere tagliate, ma anche il deumidificatore con il sibilo grave del risucchio. Le stoppie che ondeggiano frustate dal vento, invece, sono silenziose, appartengono a una realtà differente che mi circonda, esclusa dal perfetto isolamento acustico di quella parte di casa. La pioggia continua a scendere, neve già sciolta prima di toccare terra, isolante perfetto tra me e il mondo dal quale voglio rimanere separato, e lo fa senza alcun suono. In casa, invece, gli scricchiolii dei mobili della cucina quando il compressore del frigorifero pompa gas sono già divenuti familiari. Un tempo mi spaventavano, quando dormivo da solo e nel cuore della notte venivo svegliato da sportelli che si assestavano e legni che tremavano. Ora so che sono parte della mia quotidianità.

Invece non riesco ad abituarmi agli altri rumori, quelli che vengono dall’altra parte. Faccio di tutto per ignorarli, ma più mi astraggo e più loro si palesano. A volte sono gli schiocchi delle mattonelle della cucina, altre volte sono dei colpi, lì alla base del letto. Non sul legno, ma sul pavimento. Sono le tubature del riscaldamento a pavimento, mi dico qualche volta, ma la mia parte più primitiva, quella che si spaventa subito appena vede un attore truccato da zombie, sa che non è vero. Perché essa crede a tutto ciò che milioni di anni non sono riusciti a cancellare. Essa crede che davvero qualcuno che non si fa vedere colpisca la cucina mentre io cerco di dormire, e che mani invisibili pestino – senza preavviso – alla base del mio letto. Quello è l’attimo in cui la mia fede risponde, e come un’utile abitudine, inizio a pregare.

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