Infine è capitato anche a me. Non ho mai sofferto di blocco della scrittura in vita mia, anzi, ho piuttosto sofferto di una iperprolificità che mi rendeva difficile star dietro a tutte le idee che avessi ritenuto meritevoli di vita propria su carta. Ora, però, sono nel pieno di una crisi.
Lo dico qui, platealmente, perché forse potrà aiutarmi a trovare il bandolo di una matassa fin troppo intricata. Dura da mesi, a dire il vero, almeno da marzo di quest’anno. All’inizio pensavo fosse la stanchezza dopo aver scritto un romanzo duro e crudo come “Codice infranto”, poi è arrivata la sorpresa della nuova casa e il trasloco. Sarà quello, mi sono detto, ho la mente presa da mille cose diverse. Poi sono arrivati gli esami universitari. Ovvio, mi son detto, con la mente così piena di nozioni e di preoccupazioni, come e dove potrei trovare la serenità per mettermi a scrivere? Poi è arrivata l’estate, e lì la giustificazione è stata: beh, avrò pure il diritto di riposarmi! Addirittura avevo iniziato a scrivere ben due romanzi, a luglio, ma poi li ho abbandonati, non potendo più nascondere a me stesso che c’era un problema. L’estate è passata ed è iniziato il nuovo anno scolastico. Nuove preoccupazioni economiche mi hanno riempito la mente, ma ormai era evidente che non riuscivo più a mettermi a computer per scrivere una qualunque storia, fosse un racconto o un romanzo, né breve né lunga.
Il paradosso è che le idee sono ancora molte, ma ciò che manca è altro: la voglia. Al solo pensiero di sedermi di fronte alla tastiera per eseguire la prima stesura di una qualsiasi narrazione, parte immediato un impulso a far ben altro, di molto diverso. Per darvi una mezza idea di quanto diverso possa essere questo altro, tornato dal lavoro faccio circa un’ora e venti di pesi, un quarto d’ora di stretching e perfino un’ora di ballo. Ogni giorno, in modo da rendermi del tutto impossibile quell’incontro quotidiano con la scrittura che finora ha nutrito tanta parte della mia vita. Già, sto imparando a ballare hip hop. Assurdo, no?
Le scuse che riesco a trovare sono che trasferitomi a vivere per i fatti miei, mi si sono aperte sfide che prima d’ora non ho mai avuto il coraggio di affrontare, per esempio il ballo. Mi sto concentrando su aspetti molto – qualcuno direbbe “troppo” – esteriori della mia personalità. Ho passato trent’anni a occuparmi dell’interiorità, della mia cultura, della mia formazione sotto tutti gli aspetti, e chissà, forse adesso mi sono stancato o – più probabilmente – ho colto anche l’altro aspetto della vita, quello più ludico.
Rimane però il problema di fondo: perché non scrivo più? Che passi le giornate ballando o facendo l’asceta in un monastero, dovrei comunque essere nella condizione di scrivere, soprattutto per un motivo: perché scrivere mi piace, indipendentemente da qualunque problema. Eppure non accade. La matassa è intricata, dicevo, e non ho una risposta. Solo certezze concrete, al momento: la principale è che non so che fare.
Chi vivrà vedrà, si sarebbe detto una volta.

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