1978 – A volte ritornano

A VOLTE RITORNANO

ISBN: 88-452-4607-8 (versione italiana)

ISBN: 978-0-385-12991-6 (versione originale)

La prima raccolta di racconti pubblicata da Stephen King apparve come un’umile creatura di uno scrittore bravo e fortunato, unendo sotto un titolo ormai più che famoso racconti scritti prima di riuscire a pubblicare e nuovi parti di una mente geniale. Tuttavia, l’umiltà nasconde innumerevoli perle, a cominciare dal titolo.

A volte ritornano, titolo dell’intera raccolta (in inglese Night Shift, Turno di notte), è tratto dal racconto forse più famoso del libro (intitolato, per l’appunto, Sometimes They Come Back), ma è divenuto così celebre da trasformarsi in un modo di dire molto diffuso tra la popolazione, allorquando si voglia additare con scherno il ritorno di qualcuno che ormai si dava per morto.

Una seconda perla è contenuta nella celebre Prefazione, scritta il 27 febbraio 1977 a Bridgton, Maine. Quella che inizia con

Parliamo, voi e io. Parliamo della paura.
La casa è deserta, mentre scrivo; fuori cade una gelida pioggia di febbraio. È sera. A volte quando il vento soffia come sta soffiando ora, la luce se ne va. Ma per ora c’è, perciò parliamo molto francamente della paura. Parliamo molto razionalmente di come si arriva all’orlo della follia… e forse al di là del baratro.

Si parla di paura, per l’appunto, e quella Prefazione ne è divenuta uno dei più acuti trattati. Le domande che sottostanno allo scritto sono perché scrivi questa roba, Steve?; perché la gente legge roba simile?; come mai si vende? La risposta è semplice e banale: la grande letteratura del soprannaturale contiene spesso la […] sindrome del “rallentiamo e guardiamo l’incidente”.

La paura è lo stato d’animo che ci acceca. Di quante cose abbiamo paura? […] La paura ci rende ciechi e noi tocchiamo ciascuna paura con l’avida curiosità dell’interesse personale, cercando di ricavare un intero da cento parti. […] Captiamo la forma. I bambini l’afferrano facilmente, la dimenticano, tornano a impararla da adulti. La forma è là, e tutti arriviamo presto o tardi a comprendere che cosa è: è la forma di un cadavere sotto un lenzuolo. Tutte le nostre paure assommano a una sola, grande paura: abbiamo paura del cadavere sotto il lenzuolo. È il nostro cadavere. E il grande significato della narrativa dell’orrore, in tutte le epoche, è che essa serve da prova generale per la nostra morte.

Semplice. Profondo. Straordinario. Ecco cosa penso dei racconti contenuti nella raccolta, o per lo meno di alcuni d’essi.

Jerusalem’s Lot. Il racconto notifica il precedente storico delle vicende di ‘Salem’s Lot (o uno dei numerosi precedenti). Lo spunto è chiaramente I topi nel muro di H. P. Lovecraft, dal quale poi si discosta per dare corpo al mito del paese infestato. Ecco come il protagonista del racconto, Charles, spiega la presenza del male nella cittadina:

“Sto benissimo,” assicurai, con calma. Ma non mi sentivo affatto calmo, Bones, non più di quanto lo sia ora. Credo, come il nostro Hanson [ma qui King aveva inserito anche un’altra serie di nomi cui far riferimento: con Mosè, con Geroboamo, con Increase Mather – che fu pastore protestante famoso per aver cercato di applicare moderazione nei confronti dei casi di stregoneria della comunità di Salem del 1600 – tutti riferimenti chissà perché scomparsi dalla traduzione italiana…] che vi siano luoghi spirituali nocivi, edifici dove il latte del cosmo è diventato acido e rancido. Quella chiesa è un posto così; lo giurerei.

Che è lo stesso meccanismo di The Shining e di altri romanzi di King.

Il Re, infine, si incontra ufficialmente con Lovecraft verso il termine del racconto, quando la chiesa si popola di fantasmi e si illumina del chiarore infernale di un freddo fuoco eterno, e il latino dell’officiante

venne sostituito da un idioma più vecchio, già antico quando l’Egitto era giovane e le piramidi non ancora costruite, antico quando la Terra era ancora sospesa in un ribollente e informe firmamento di gas: “Gyyagin vardar Yogsoggoth! Verminis! Gyyagin! Gyyagin! Gyyagin!”

Il Senza Nome, il Verme da oltre lo Spazio, Colui che divora le Stelle.

Lovecraft lives.

Secondo turno di notte. Questo racconto prende spunto da uno dei numerosi lavori nei quali King si imbatté prima di diventare scrittore a tutti gli effetti. Lavorava in una fabbrica di tintura industriale, e quando per una chiusura settimanale venne offerta ai dipendenti la possibilità di entrare a far parte di una squadra che avrebbe ripulito lo stabilimento da cima a fondo, compreso lo scantinato, King non entrò nel novero dei prescelti per un soffio. Ma poté udire dalla bocca di uno dei suoi compagni cosa trovarono laggiù.

“Giù in cantina c’erano topi grossi come gatti… Ce n’erano alcuni, che il diavolo mi porti se non erano grossi come cani.”

Alcuni mesi dopo si mise a scrivere Secondo turno di notte, in cui chi scende nello scantinato, alla base di tutto l’edificio, muore divorato da enormi topi. Si tratta di un racconto capace di esemplificare la possibilità dell’orrore nell’esistenza delle persone: se l’incubo della cantina, tipico del racconto horror, viene affrontato e non fa più paura, c’è sempre un livello maggiore di incubo possibile, il sottolivello della cantina, dove vivono i topi divoratori.

Risacca notturna. Il racconto anticipa le tematiche dell’Ombra dello Scorpione, e il virus influenzale che sta sterminando l’umanità viene già chiamato Captain Trips. Ma il traduttore ovviamente non poteva saperlo, e sostituisce Captain Trips con A6. Forse urgerebbe una nuova traduzione dell’intera raccolta…

La bellezza del racconto sta nel rovesciamento della prospettiva. All’inizio la vicenda sembra un crudele atto di omicidio perpetrato ai danni di un malcapitato, in modo tanto orrendo da lasciare disgustati. Poi, quando si viene a scoprire che cosa sta succedendo nel mondo, quello che fino ad allora appariva al lettore un atto di folli criminali, si tramuta di colpo nel gesto pietoso verso un sofferente senza scampo.

Io sono la porta. Interessante racconto di fantascienza, nel quale l’invasione aliena della Terra inizia da un parassita molto particolare. Vedere… per credere.

Il compressore. Anche questo racconto si rifà agli incubi determinati nel giovane King da uno dei lavori che si trovò costretto a fare pur di sopravvivere all’assenza di pecunia, immediatamente prima di venir spedito nello scantinato vicino al sottolivello dei topi. In On writing ne parla così:

Fui trasferito al reparto tintura dello scantinato, tanto per cominciare, dove c’erano quindici gradi di meno. Il mio compito era tingere di viola o blu oltremare campioni di melton. Immagino che ci siano ancora alcuni nel New England che hanno nell’armadio giacche tinte dal sinceramente vostro. Non fu la mia estate migliore, ma riuscii a evitare di essere risucchiato da qualche macchinario o di cucirmi insieme le dita con una delle cucitrici industriali in cui passava la stoffa ancora da tingere.

Il racconto parla proprio di questo: una cucitrice industriale si diverte a nutrirsi di operai. Indimenticabile la descrizione di come viene trovata la povera donna che la macchina ha tentato di… utilizzare come tessuto. Se non leggete il racconto, vi faccio solo una raccomandazione: non permettete agli elettrodomestici di muoversi dal luogo in cui li avete relegati!

Il baubau. Quando gli incubi di bambino riemergono in superficie.

Campo di battaglia. Avete presente Una notte al museo? Ecco, qui la faccenda è molto simile (ma il racconto è stato scritto nei primi anni Settanta!), però fa molto, ma molto più male.

Camion. Da questo film è stato poi tratto il modesto Brivido, che però ne allarga la modalità narrativa a tutti i mezzi meccanici creati dall’uomo. Un gruppo di persone è serrato all’interno di una pompa di benzina, perché i camion – TIR, autoarticolati e furgoncini – hanno iniziato a ragionare da soli e a ribellarsi ai loro guidatori. E aspettano che passi qualche preda da investire e schiacciare. Il principio alla base di tutto è lo stesso di Terminator, le macchine che si ribellano all’uomo. Qui, però, è in versione horror. Il senso del racconto è probabilmente contenuto nel finale, dal quale risalta come un allarme il pericolo della cementificazione totale del mondo dell’uomo. L’essere umano si crea un mondo sempre più inadatto alla propria specie, e finisce per diventare schiavo della tecnologia che doveva aiutarlo.

A volte ritornano. Come dicevo all’inizio, questo racconto dà il titolo all’intera raccolta nella versione italiana ed è divenuto un modo di dire, per lo meno nella nostra lingua. Vi si ritrovano alcuni dei topoi della narrativa adolescenziale di Stephen King, che tanto l’hanno reso famoso nel mondo della letteratura: il treno e le rotaie (incubo ricorrente a causa di un incidente cui il piccolo King assistette, dove morì un amico; tra l’altro è anche un topos di Dickens, che visse un incidente in treno che lo portò a odiare quella micidiale trappola per topi e a esorcizzarla di continuo nei suoi racconti); i due fratelli legati da amore inscindibile; il patto con il diavolo e i morti che ritornano, in un modo o nell’altro. Per questo racconto, King guadagnò la cifra più alta mai raggiunta fino ad allora attraverso i suoi scritti: 500$!

La falciatrice. Il racconto non è dei più belli di King, anche se lo speciale tagliaerbe che giunge a casa sua per falciare l’erba rimane indubbiamente nella memoria. La cosa più particolare di questo racconto riguarda… il film che ne venne tratto. Si tratta del Tagliaerbe, del 1992, diretto da Brett Leonard e interpretato anche da Pierce Brosnan. La cosa incredibile è che il film non ha nulla a che fare con la storia di King, che infatti intentò causa per essere rimosso dai titoli.

Quitters, Inc. Volete smettere di fumare? Altro che metodi da manuale. La forza di volontà è ciò che conta. Un racconto molto alla Hitchcock.

So di che cosa hai bisogno. Con questo racconto inizia il trittico dei racconti più belli della raccolta. In questo, il protagonista è un ragazzo che sa farsi amare, nonostante tutto. Ma le apparenze spesso ingannano, e lui è riuscito a ingannare chiunque, tranne i suoi genitori.

I figli del grano. Da questo racconto sono stati tratti diversi film, il più conosciuto dei quali è Grano rosso sangue, diretto da Fritz Kiersh. Anche qui incontriamo uno dei topoi classici di Stephen King, il paese isolato dal resto del mondo, nel quale il male sta spadroneggiando con ogni genere di abiezione. Idealmente collegato a L’ombra dello scorpione (dove il cattivone, Randall Flag, è chiamato “colui che cammina”), si scopre che fonte del male nel racconto è un demone, chiamato “colui che cammina tra i filari”.

L’ultimo piolo. Racconto molto toccante, che narra la vicenda di fratello e sorella, talmente legati da portare lei a vedere in suo fratello l’unico che possa salvarla dalla depressione.

Il bicchiere della staffa. Questo brano riprende le vicende di ‘Salem’s Lot e racconta di un paese vicino a quella cittadina, nel quale si è dovuta fermare una famigliola, causa avaria dell’auto. Nevica, molto, e mentre la moglie e la figlia rimangono in auto, il padre si mette in viaggio per raggiungere il luogo più vicino abitato da essere umano. Giunge così al bar di Tookey, che decide di soccorrerlo perché quando il padre gli dice che quel luogo sembra “essere abitato da fantasmi”, Tookey gli risponde: “Non ci sono fantasmi a Jerusalem’s Lot”.

Certo che no, ovviamente. C’è molto di peggio! Inutile dire che il buon padre non troverà più né moglie né figlia.

Anzi, lei sì.


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