1975 – Le notti di Salem

LE NOTTI DI SALEM – edizione illustrata

ISBN: 9788860612298

Poche volte accade che i primi romanzi di un autore dicano già tutto di quell’autore. Nel caso di Le notti di Salem, secondo romanzo pubblicato da Stephen King nel 1975 per Doubleday e ultimamente ripresentato in una versione illustrata e corredata da appendici, questo avviene con perfezione e chiarezza invidiabili.

Trama. Ben Mears è un figlio di Jerusalem’s Lot, una cittadina del Maine dove il ragazzo è cresciuto, fino a diventare uomo di fama, e scrittore. Andò via dal paese per realizzare la propria vita e vi torna dopo alcuni anni per scrivere un nuovo libro e affrontare un demone dell’infanzia. Casa Marsten. Luogo di omicidi e suicidi, Casa Marsten è lì in cima al colle, di fronte alla finestra della camera affittata da Ben nella locanda di Eve. Nello stesso periodo in cui lo scrittore giunge in paese, il negozio di Mr. Barlow e Mr. Straker, due affaristi giunti da lontano, apre i battenti.

Contemporaneamente iniziano fatti spiacevoli, assassinii e la paura dilaga silenziosamente, spingendo gli abitanti del Lot a chiudersi in casa e un gruppo di uomini a indagare sulla causa delle strane morti. Infatti è proprio Ben Mears che, con l’aiuto di Matt, Susan e Mark, tenta di scoprire quale sia il problema. La realtà che scoprono è agghiacciante. I vampiri si stanno impadronendo del paese, destinato sempre più a divenire un cimitero chiuso da mura casalinghe.

Pur riprendendo in alcuni punti la narrazione del Dracula di Bram Stoker, Stephen King riesce a creare qualcosa di completamente nuovo per il genere horror, inserendo massicce dosi di psicologia nella narrazione (caratteristica che manterrà in tutti i suoi romanzi), proponendo nel contempo un romanzo esemplare per post-modernità. Andiamo per gradi.

Ben Mears si spinge fino a ‘Salem’s Lot per affrontare il suo incubo di ragazzino: per una scommessa e una prova di coraggio, Ben venne mandato dai suoi amici dentro Casa Marsten, dove si diceva fosse morto suicida un padre di famiglia che aveva sterminato i suoi cari. Ben si spinge fino in fondo alla prova e si imbatte nel cadavere impiccato dell’antico suicida. Si tratta ovviamente di una visione, ma Ben la porterà sempre dentro di sè, fino a sentir la necessità di tornare da adulto sui suoi passi, per decostruire l’esperienza in un romanzo appositamente dedicato alla Casa. Vorrebbe perfino affittarla per viverci, ma scopre che è addirittura stata acquistata.

In questo modo entra in contatto con la nuova realtà che prende corpo nella cantina dell’abitazione, fino a formarsi la convinzione che l’aspetto demoniaco delle vicende negative di ‘Salem’s Lot risieda nella Casa stessa. È la casa che, dopo svariati anni dalla tragedia del suicida/omicida, chiama la Negatività con la N maiuscola, un devoto del Signore delle Mosche. La ricerca, la scoperta e il tentativo di salvezza da parte di Ben avverranno tutti sul piano del confronto psicologico, in una continua sfida alla capacità propria, e a quella di coloro che lo aiuteranno, di credere nell’impossibile.

Se nel Dracula di Bram Stoker la scienza si opponeva all’antico male, in questa versione moderna del Vampiro è la fede a trovare una risposta utile, sebbene non definitiva. Chi crede nei simboli che utilizza, sopravvive. Chi ha una fede traballante, soccombe. È questo il destino di Padre Callahan (sebbene lo ritroveremo nel bellissimo fantasy La Torre Nera). Ci vuole fiducia, ci vuole forza, specialmente quella grande di un bambino. Chi non è disposto a credere a quale estremo livello di personificazione possa arrivare il Male, rischia di diventarne parte, come Susan, la ragazza che si innamora di Ben.

Le caratteristiche dei successivi romanzi di King sono già tutte presenti in questa seconda opera pubblicata: il rapporto padre-figlio, qui esemplificato dalla “adozione” dell’orfano (per vampirizzazione dei genitori) Mark Petrie da parte di Ben Mears; la casa maledetta che assorbe la negatività e la gestisce per accapparrarsi altre anime; la storia di un paese narrata attraverso i segreti svelati e le vite nascoste dei suoi protagonisti (probabilmente l’origine di questo metodo narrativo è da rinvenire nell’Antologia di Spoon River di E. L. Masters, e Stephen King lo utilizzerà in molti altri romanzi, tramite la creazione di paesi immaginari, dalla celeberrima Castle Rock a Derry, fino al Chester’s Mill di The Dome); la presenza di forti rapporti affettivi, sconfinanti talvolta nell’omosessualità; una forte valenza religiosa insita nella narrazione.

Alcuni capitoli sono dei veri e propri gioielli narrativi, come quello intitolato Il Lot (I), nel quale il linguaggio poetico utilizzato per raccontare l’apertura di giornata nella natura che circonda il Lot si trasforma sempre più in una voce crepuscolare che chiude – dopo un’ampia panoramica sulla vita di molti abitanti del paese – con l’ora dei vampiri.

Dicevo all’inizio che Le notti di Salem è romanzo esemplare per grado di post-modernità insito nella sua struttura. Per questa affermazione, mi sono basato su alcune caratteristiche formali della storia:

  1. l’apparente storia corale del paese di ‘Salem’s Lot è fatta di fotografie che ritraggono aspetti particolari, spesso non utili per ricostruire un quadro completo di ciò che accade nella cittadina. Da qualunque parte si prendano le piccole storie casalinghe del Lot, il puzzle rimane sempre incompleto e non è possibile mettere in piedi una moderna grande-narrazione della vita d’un paese;

  2. lo scopo iniziale di Ben Mears, che è quello di scrivere un romanzo su Casa Marsten, è destinato a non trovare soddisfazione, così come gli altri obiettivi che si pone, in primis quello di eliminare i vampiri dalla cittadina. Anche quando riescono a distruggere Mr. Barlow, si capisce che il male che risiede in Casa Marsten è più grande del vampiro-causa. Qui si ha a che fare con il Signore delle Mosche, sebbene l’azione dei protagonisti sia diretta solo verso uno dei suoi luogotenenti;

  3. non c’è valutazione morale di sorta, all’interno del romanzo. Il vampirismo si diffonde non per una volontà perversa di chi ne subisce il fascino, ma per una sorta di “influenza” fisica. Il male stesso, dopo esser stato ricollegato in Barlow con una liturgia di dedica del proprio operato al Signore delle Mosche, è visto come una sorta di virus che rende i nuovi vampiri corpi percorsi da una forza atavica, sconosciuta, primitiva.

Una ragione ulteriore per acquistare la nuova edizione di Le notti di Salem potrebbe essere costituita dalle illustrazioni e dalle Appendici. Tuttavia, mentre le prime appaiono come insignificante apporto a un romanzo che può fare benissimo a meno di illustrazioni di qualsivoglia genere (tanta è la forza delle parole che lo compongono), le seconde sembrano apposte unicamente per dimostrare quanto i tagli dell’editor, che condussero lo scritto di King alla sua versione attuale, fossero necessari. Si tratta, infatti, di brani per lo più goffi e poco significativi.

In ogni caso, l’aggiunta di questi testi non modifica di una sola virgola l’inevitabile giudizio di capolavoro che mi sento di riconoscere a Le notti di Salem.


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