Il ponte del diavolo e il ragno nero

Nel primo volume di Storia di Geshwa Olers faccio riferimento a una delle leggende italiane più diffuse, quella del ponte del diavolo. Nel mio romanzo, il ponte in questione viene chiamato Ponte di Makut, in riferimento a quella figura demoniaca che ne avrebbe causato la costruzione dopo essere stato ingannato dagli uomini. Ecco come funzionava la vicenda.

Gli abitanti di una zona interna del Masso Verde volevano costruire un ponte ardito che permettesse loro di recarsi da una parte all’altra di una gola profonda, senza dover perdere tempo in un giro enorme, ma per quanto vi tentassero, il ponte crollava sempre nell’atto della costruzione e molti operai morivano. Un giorno venne loro l’idea di chiedere l’aiuto del Figlio della Disperazione, Makut. Sapevano che avrebbe chiesto loro come corrispettivo la Presenza di chi per primo lo avrebbe attraversato ed essi accettarono, ben consci che avrebbero trovato un modo per imbrogliarlo. Infatti, una volta costruitolo, vi mandarono su un cagnolino e Makut rimase fregato. Tale fu la sua rabbia, che sferrò un calcio potente contro il ponte. Accecato dall’ira lo mancò, e colpì il fronte montuoso dal quale si staccò un’enorme lastra che fece crollare il ponte in muratura, creando un enorme arco quasi naturale. La pretesa di Makut era stata dissolta e gli Uomini erano riusciti ad approfittarsene.

Nel romanzo le conseguenze del tiro mancino a Makut si fermano lì, ma non posso negare che il Figlio della Disperazione abbia portato dentro di sé l’affronto ai suoi danni, meditando vendetta per lungo tempo, con il desiderio di riversarsi con odio rinnovato sulle inermi popolazioni locali, vissute in epoche successive a quella dell’edificazione del ponte.

Ho scoperto di recente il testo di uno scrittore svizzero, un pastore luterano, tale Jeremias Gotthelf, vissuto all’inizio del 1800 (morto nel 1854), Il ragno nero. La storia è considerata una delle migliori di questo autore e che non conoscevo, scoprendolo grazie al martirologio dei luterani (morì tra ieri e oggi). La vicenda sviluppa molto bene proprio questa leggenda. Eccola in sunto, tratta liberamente da Wikipedia.

Nella famiglia di un ricco contadino fervono i preparativi per un battesimo. Durante il rinfresco viene proposta una breve escursione all’aperto. Giunta l’intera brigata degli ospiti sotto un albero, il vecchio patriarca si mette a raccontare la leggenda che da secoli viene tramandata nella famiglia, la quale si intreccia con la storia del villaggio di Sumiswald e del suo castello, abitato dagli ingrati cavalieri teutonici. Tra questi, il più malvagio, fu lo svevo Hans von Stoffeln, sotto il cui dominio si manifestò il ragno nero. Avendo costui imposto ai propri contadini dei lavori troppo duri, li spinse indirettamente a stringere un patto con “il cacciatore verde”, ossia il diavolo. Quando i contadini tentarono di liberarsi di lui, contravvenendo alla promessa di consegnargli un bambino non battezzato, costui scatenò contro di loro il flagello del ragno. Il ragno è il simbolo del male che il peccato può causare, rappresentato in tutta la sua forza e in tutta la sua astuzia, Satana. Nella descrizione delle stragi si vede la potenza dell’arte di Gotthelf. Sono pagine terrificanti, che ci fanno pensare agli orrori di epidemie, di guerre, di catastrofi naturali di tempi passati ma anche del giorno d’oggi. Si rimane con l’incubo che tutto possa ripetersi anche per noi. C’è un mondo del male – secondo Gotthelf – in cui possiamo precipitare da un momento all’altro. Egli ci pone di fronte alla nostra responsabilità di uomini e vede un nesso tra le nostre colpe e le catastrofi che ci travolgono.


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