Com’è bello girare

Un tempo non troppo lontano mi piaceva girare per fiere della letteratura o convention fantasy, conoscere nuovi autori, cogliere nuove tendenze dell’editoria, respirare un’aria per qualche tempo diversa da quella solita e svagarmi almeno qualche giorno all’anno.

Poi è arrivata la pubblicazione, e con essa la giostra di presentazioni, inizialmente numerose. Poi è accaduto qualcosa: mi sono reso conto della realtà. In una fiera della letteratura o in una convention gli autori sono solitamente molti e il pubblico è più che altro interessato ad altro. Fare una presentazione al giorno d’oggi è davvero un’impresa: bisogna convincere le librerie o gli organizzatori delle convention (che saranno sempre e comunque più proiettati verso gli autori che richiamano maggior pubblico) e bisogna convincere il pubblico, prima a venire ad ascoltarti e poi ad accogliere il tuo discorso di fronte a loro con un minimo di approvazione. Non dico tanto, un minimo. Il volto più spiacevole, tuttavia, di queste manifestazioni è la conseguenza dell’appuntamento. Mi spiego.

Se fai una presentazione, la fai con molta buona volontà (ultimamente è sempre più necessaria) e il carico emotivo che investi è solitamente alto, perché parlerai di una tua creatura, si spera non troppo vecchia (anche se ormai ottengo personalmente la pubblicazione di un romanzo con circa due o tre anni di ritardo sulla definitiva stesura, che uno fa anche in tempo a scordarsi i particolari della propria invenzione), e cercherai di trasmetterne lo spirito e la passione, anche se spirito e passione si possono cogliere solo leggendo le pagine, e non poche, ma tutte. In ogni caso, l’investimento è sempre notevole. Non parliamo, poi, dei soldi. Ultimamente spostarsi in auto è diventata una piccola donazione di sangue che, a differenza di quello naturale, fa fatica a ricostituirsi. Duecento chilometri d’auto vogliono dire almeno 40€ di spesa, che si pareggeranno solo vendendo quaranta copie d’un libro. Ovvero: sono soldi persi.

Ma l’aspetto più sottile e fragile, quello più importante, in una presentazione è la soddisfazione personale che si ottiene dallo svolgimento della stessa. In fin dei conti, l’autore va a fare una presentazione per avere il piacere di incontrare dei lettori e condividere pensieri, gioie e dolori. Se non accade neppure questo, il che – visti i tempi di sempre minor interesse ai libri presentati – è evento quasi consueto, si torna a casa con una certa amarezza. Spesso succede così. Spesso, tuttavia, succede anche un’altra cosa, ed è forse l’aspetto più inquietante di tutto questo discorso: se anche la presentazione fosse andata molto bene – anzi, tanto più quanto migliore è la presentazione – il giorno dopo ci sarebbe il risveglio. Credetemi, sarà il carico di adrenalina che si mette in circolo durante una presentazione, ma subito dopo l’autore vive una vera e propria “piccola morte”. Tutto torna a essere normale, più grigio, quotidiano e meno affascinante di una realtà vista tramite gli occhiali della fantasia.

Ecco, un tempo dicevo “com’è bello girare per la presentazione”, adesso spero sempre di uscirne sufficientemente vivo, per poter tornare quanto prima a dedicarmi alle pagine di un nuovo libro, che magari uscirà quattro o cinque anni dopo. Eppure, il litigare e il lottare con le parole affinché trovino la loro collocazione sulla pagina bianca è l’unico e vero viaggio che dà senso alla vita di uno scrittore.


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