L’annuncio di ieri della chiusura della casa editrice Asengard mi ha fatto riflettere, spingendomi a chiedermi in cosa possa aver sbagliato da un punto di vista di gestione delle scelte. È evidente che se un editore serio come Asengard chiude, è perché qualcosa non è andato come doveva, o come doveva andare nelle speranze dei titolari.
Credo che la scelta di Asengard verso un certo tipo di qualità narrativa non l’abbia premiata. Ma al di là della casa editrice in sé, la mia riflessione si vuole concentrare sul genere e sulla necessità di targare ancora i romanzi con una simile etichetta. Asengard aveva puntato (come altre case editrici) su generi molto specifici, forse ragionando unicamente in base a essi e solo dopo guardando all’effettivo spessore qualitativo della storia. Non lo so, potrei sbagliarmi. È solo una supposizione, peraltro anche imperfetta.
Tuttavia mi sento di dire che forse non è più il tempo del genere. Un romanzo, probabilmente, va presentato per ciò che è, non per lo scaffale sul quale deve essere inserito. Quello è un problema dei librai (soprattutto italiani) e, forse, anche degli editori. Ma immagino che se non si riuscirà ad abbattere lo steccato dei generi, la crisi editoriale continuerà. Riporto ciò che ho scritto in una discussione sul mio forum:
Forse non vale più la pena nemmeno presentare un romanzo per il suo genere, quanto, piuttosto, per la storia che contiene. Puntare sulla storia e sui personaggi, può darsi, potrebbe essere la soluzione alla crisi dell’editoria.
La riflessione sui generi e sul progressivo abbattimento degli steccati si sta sviluppando un po’ ovunque. Si tratta di un cambiamento di visuale non solo per l’Italia (che ne ha più che mai bisogno), ma anche per la narrativa mondiale in generale. Se un romanzo viene presentato per la sua storia più che per il genere cui appartiene (quasi sempre in maniera forzata), lo si rispetta maggiormente. Prendi “Il miglio verde” di King, per esempio, oppure “Under the Dome”. Parlarne cercando di infilarli in un genere li sminuisce, mentre puntare l’attenzione sulla storia che raccontano e sul senso che se ne evince al termine della lettura dà tutto un altro spessore a quei romanzi.
Il miglio verde parla di carcere, di speranza e della prospettiva della “giusta vita” anche in una situazione senza via d’uscita come quella del braccio della morte. Under the Dome affronta il tema dell’integralismo e della contrapposizione insensata, tipica del post-11 settembre, che rischiano di mettere a tacere l’indispensabile senso di pietà dell’uomo.
Se dicessi che Il miglio verde è un romanzo fantastico che parla delle cose speciali che riesce a fare un carcerato e che Under the Dome è un romanzo di fantascienza che parla di una cupola calata da extraterrestri su una cittadina americana, isolandola dal resto del mondo, punterei l’attenzione sugli elementi tutto sommato secondari di quelle storie.
Un altro esempio, La strada, di McCarthy. Se dicessi che è un romanzo post-apocalittico che presenta il tentativo di sopravvivenza di un padre e un figlio direi molto meno che se puntassi l’attenzione al fatto che il romanzo racconta dell’amore sconfinato di un padre per il figlio, e che – in fin dei conti – fa balzare all’occhio come sia il figlio a tenere in vita il padre, un figlio che costituisce la speranza per tutti (tra l’altro, ricorda nulla questa trama, da un punto di vista… spirituale?).
Insomma, io sono per la storia. Abbasso il genere e gli steccati di genere!!

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