Anziani (giovanissimi) crescono

Rimango sempre più perplesso dalla straordinaria capacità degli stranieri di rimanere giovani pur essendo anziani, e di rinnovarsi riuscendo a scombinare le carte o azzeccando un colpo dopo l’altro. Parlo di Clint Eastwood e di Stephen King. All’anagrafe contano rispettivamente 80 e 63 anni, ma hanno lo spirito di un giovincello capace di sorprendere con l’intelligenza e la sincera facilità di un genio. Ah, la mia perplessità riguarda i giovani (vecchissimi) della nostra povera Italia.

Con Hereafter, l’ex texano dagli occhi di ghiaccio ci dà IL tocco di genio del compenetrarsi post-moderno tra realtà e finzione, regalandoci una delle aperture cinematografiche più significative degli ultimi tempi, soprattutto come risulta a una riflessione successiva alla scioccante sequenza iniziale. Lo tsunami del 2005 ci viene presentato dal punto di vista di una presentatrice televisiva francese, che lo vive sulla sua pelle. Si tratta di una scena spettacolare e tremendamente realistica, capace di superare qualunque scena catastrofica à la 2012, perché ciò che mostra è, a differenza di ogni altra catastrofe cinematografica, realmente accaduto. Qui la ricostruzione storica è riformulata in funzione del significato del film, che va alla ricerca dell’aldilà tramite il dubbio (e quale dubbio più grande su Dio e tutto ciò che Gli sta attorno di quello suscitato dall’evento del 2005?), e presenta la realtà tramite la finzione. L’esatto sovvertimento di ciò che facevano altri film a contenuto catastrofico (anche se qui il catastrofismo è solo nella scena iniziale): presentare l’invenzione fingendo la realtà.

Stephen King, invece, ci dimostra ancora una volta quanto sia possibile parlare della realtà delle nostre esistenze in bilico tra il bene e il male attraverso la fantasia. Dell’ultima raccolta di racconti, Notte buia, niente stelle, solo un racconto parte da presupposti soprannaturali: “La giusta estensione“. Gli altri tre racconti, 1922, Maxicamionista e Un bel matrimonio, sono tre pugni nello stomaco, forti, cattivi, inesorabili, e accadono interamente all’interno di una realtà che non contempla il di più del soprannaturale (sebbene l’irrazionale vi faccia, invece, da leitmotiv, assieme alla vendetta). Ma La giusta estensione parla del patto con il demonio (o con un demonio), risultando infine come il racconto più tremendo, nero, cupo. Non è solo amaro e violento, è cattivo. Da un classico inizio fantastico, King passa allo sviluppo della faccenda, con un’attenzione all’evoluzione (?) tutta umana del protagonista. Qui sta la parte cattiva, qui la campana suona a morto e il giudizio si compie.

Eppure, qui da noi c’è ancora chi si ostina a dire che sui sogni non si costruisce nulla, che sognare non serve a cambiare la realtà ma solo a diventarne schiavi, che il sogno (inteso nel senso più nobile del termine, come spinta a elevarsi nella prospettiva del futuro) è il miglior strumento che il potere possiede per controllare un popolo affamato.

Ecco, quando penso a due simili realizzazioni da parte di autori d’una certa età come quelle di cui ho appena detto e se, subito dopo, mi concentro su ciò che in Italia si fa ancora fatica a considerare degno di considerazione, ovvero la fantasia che esuli dalla realtà tout court, il sogno, l’immaginazione, mi viene da sorridere. E dentro di me mi dico che sono più vecchi i nostri giovani scrittori di quanto lo possano mai essere i giovanissimi anziani oltre confine.


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