La forza dell’intestino

destino1Sì, perché a volte verrebbe voglia di credere a chi ti dice che c’è un destino che ti aspetta, lì fuori. Vero, al mio povero Geshwa gliene faccio passare di cotte e di crude proprio in virtù (o per vizio?) di una credenza in un destino segnato.

Fin da piccolo sono cresciuto con una sequela di spinte a credere che il destino esistesse. “Fidati, vedrai che le cose andranno bene!” “Credimi, prima o poi anche tu scenderai a compromessi perché così fan tutti!” “Se è destino, capiterà anche a te.” “Prima o poi, quando sarà il momento giusto, vedrai che le cose arriveranno.”

Di simili messaggi è piena la nostra vita. Dall’infanzia veniamo svezzati con frasi che – in assenza di una precisa guida ermeneutica da parte di chi ce le propina – è facile vengano lette come porte su ciò che è già stabilito. Noi non dobbiamo far altro che accogliere (se ci va bene) o accettare (se ci va male).

In simili condizioni, la parte più difficile è quella dell’adolescente che desidera ma non ottiene, rischiando di piombare nel cupo pessimismo tipico di quell’età. Senza voler fare troppo lo psicologo, se proprio in quell’età non c’è qualcuno (anzi, non qualcuno qualunque, ma la tua famiglia o le persone per te significative) capace di indirizzarti verso una modalità interpretativa corretta, si rischia di sviluppare una lettura della realtà monocolore, autostrada verso la depressione.

Il destino ha voluto che non fosse il mio caso. Scherzo! Circa il destino, non che non fosse il mio caso. Tutti viviamo momenti più pericolosi sotto quest’ottica, ma al di là della fisiologia di ciascuno, che ci determina per lo meno a livello neuronale in un modo o in un altro, ognuno di noi è decisione di se stesso. Dirò di più: ognuno di noi ha l’intestino dalla propria parte.

E qui si arriva al titolo del post: quel che mi ha sempre mandato avanti non è certo stato un (supposto, e talvolta supposta) destino, quanto il mio… intestino. Se qualcosa non andava per il verso giusto, io facevo di tutto per forzarlo. La forza più potente del nostro essere viene dalla parte più interna alla nostra esistenza, che è – grosso modo, più o meno, all’incirca – dentro le budella. Già, nello stomaco, forse un po’ dopo, nell’intestino per l’appunto, o molto dopo, nella vescica, perché di alcune cose bisogna pur liberarsi. Fateci caso: quante volte reagiamo alla “sorte” andando di stomaco? Oppure vomitando? Oppure ancora finendo all’ospedale per crampi al duodeno? Dura vita, quella dell’intestino, punto nevralgico dei nostri tentativi. Se dobbiamo fare qualcosa di complesso, che ha a che vedere con quello che gli altri ci hanno segnalato come “destino”, fate leva sul vostro intestino.

Al massimo ne uscirà una zaffata che, dopo un iniziale disorientamento, farà ridere tutti. Perché è in questo modo che si riduce il destino al nulla che è.


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