1977 – Shining

SHINING

 ISBN: 9788845246555

 TramaLa storia è ambientata nell’inverno a cavallo tra il 1976 e il 1977. Jack Torrance ha perso il suo lavoro d’insegnante per aver aggredito uno studente. La sua mente, tuttavia, sembra occupata non tanto dalla preoccupazione morale di ciò che ha fatto, ma dal desiderio di riuscire a portare a termine una commedia alla quale lavora da tempo. Per mantenere la famiglia e per poter scrivere in santa pace, accetta il lavoro che gli offre l’amico Al Shockley: fare il guardiano invernale all’Overlook Hotel, un imponente albergo costruito nel dopoguerra, trasferendosi in una zona dominata dalle alte montagne del Colorado. Jack accetta la proposta, convincendo anche la moglie Wendy. Porta con sé pure il figlio Danny, di cinque anni.

La famiglia spera di ritrovare nell’albergo un periodo di serenità. C’è il serio rischio di rimanere isolati dal mondo esterno a causa della neve che li bloccherà durante tutto l’inverno, ma il gioco vale la candela. Jack deve finire quella commedia!

Appena arrivati, Torrance ha un colloquio col direttore dell’albergo, Ullman, che lo informa che alcuni anni prima Delbert Grady, a sua volta guardiano invernale di allora, impazzì e si uccise dopo aver fatto a pezzi la moglie e le figlie. Quello è stato solo uno dei tanti omicidi e suicidi avvenuti nell’albergo. È l’occasione per conoscere anche il cuoco Dick Hallorann, che entra subito in legame con il figlio Danny. Con lui condivide, infatti, dei poteri extra-sensoriali, la cosiddetta “aura” che gli permette di vedere fatti accaduti o che accadranno (da questo elemento, quasi totalmente sottratto nella sua intima essenza da Kubrick nel film che fece, prende titolo il romanzo). Dick dice a Danny che se mai avrà bisogno d’aiuto basterà chiamarlo con la forza del pensiero e lui lo sentirà.

Con il passare del tempo la famiglia si ritrova isolata dalla neve come era stato previsto, e Danny, grazie ai suoi poteri e all’aiuto dell’amico immaginario Tony, avverte il peso degli orribili avvenimenti passati che si materializzano davanti a lui, come il suicidio nella stanza 217, ma impara anche ad opporsi ad essi e a scacciare le insidiose presenze. Jack, invece, poco alla volta viene catturato sempre più dalla malignità del luogo che lo porta verso la pazzia.

Il romanzo e Kubrik. Come già accennato nella trama, il romanzo prende il suo titolo dalla capacità di Danny di vedere l’aura, capacità condivisa dal cuoco Hallorann (che tornerà nella serie della Torre Nera) e che sarà la chiave di svolta per la salvezza della famiglia, o per lo meno di una sua parte. Stephen King sottolineò più volte, nel corso di alcune interviste, come il regista Kubrick avesse snaturato il significato del romanzo, depurandolo da tanti elementi sovrannaturali che ne costituivano la vera essenza. Ammise che la versione cinematografica avesse scene a forte impatto emotivo ed esteticamente brillanti, ma che avesse anche frainteso totalmente il significato del romanzo. A partire, aggiungo io, dal titolo. Oltre a ciò, il titolo italiano, che mantiene il sostantivo togliendo l’articolo, fa diventare il concetto di aura – centrale nella storia – una mera caratteristica luminosa di qualcosa che non è ben precisato. Insomma, un fraintendimento dopo uno snaturamento.

Batteria di malvagità. L’hotel è un catalizzatore e, insieme, una batteria di anime. Tematica già accennata in Le notti di Salem, il vero fulcro del romanzo non sono i personaggi cattivi, siano essi demoni, fantasmi, assassini o quant’altro, ma la “casa” cattiva. Stephen King mette a tema questo particolare modo di vedere le cose: ci sono dei luoghi capaci di trattenere l’energia negativa di delitti, pensieri, opere e cattiverie di altro genere, cibandosene come creature che crescono sempre di più, simili ad alberi che affondano in profondità le loro radici nella terra, e che desiderano catturare anime, immagazzinarle, accumularle o, forse, semplicemente racchiuderle tra le proprie mura come in un inferno. L’Overlook Hotel è uno di questi luoghi. La famiglia di Jack Torrance l’ennesima vittima designata.

La conseguenza principale è che Jack Torrance entra sempre di più nell’orbita di questa negatività. Non si tratta di follia come si evince dal film (il quale, avendo tolto ogni elemento di sovrannaturale, riesce a distorcere anche questo aspetto, assegnandogli l’efficace e pazzo volto di Nicholson), ma di un vero e proprio passaggio verso il lato oscuro, fatto con consapevolezza e sulla base di una “mostruosità” già insita nel protagonista.

Uno dei momenti più belli del romanzo è costituito dalla fuga nel giardino congelato dell’albergo. Sebbene anche in questo caso Kubrick abbia creato una lunga scena molto suggestiva, sospesa tra il buio illuminato solo dai riflessi di ghiaccio e la follia di Jack, nel libro di King le cose avvengono in tutt’altro modo. A me preme sottolineare come Jack si riveli nel giardino semplicemente vittima. Lui stesso è terrorizzato dalle aiuole a foggia di animali, che sembrano prendere vita mentre lui non guarda. Le vede sempre un po’ diverse da prima, sospetta che abbiano un’anima, e in effetti si tratta dell’albergo, che sta prendendo il sopravvento su di lui. Ma la paura di Jack Torrance pare scaturire da quella primordiale paura che nasce nell’infanzia.

Le fiabe. In effetti, anche in questo romanzo la fiaba, quale elemento narrativo capace di coniugare il mondo infantile all’angoscia dell’adulto, svolge un ruolo molto significativo. La presenza di Barbablu e del suo mistero celato dietro la porta (le teste delle sue ex amanti) è esplicitamente richiamata in gioco dal piccolo Dick, quando si tratta di dare un’occhiata al di là della porta della stanza n. 217. In seguito è lo stesso Jack che fa ritorno a un mondo infantile, quando si trova a tu per tu con il parco giochi dell’hotel e con il giardino ornamentale, nel quale l’arte topiaria che ricrea le forme prende il sopravvento sulla realtà. Poi arriva anche la fiaba di Cappuccetto Rosso, quando Danny si addentra nella stanza n. 217, finendo dritto in bocca al… lupo. E infine Alice nel Paese delle Meraviglie. Insomma, la fiaba (narrazione spesso reputata per l’infanzia) diventa la chiave di volta per la follia, perché i sogni di un bambino diventano l’incubo di un adulto.

Il giudizio generale su The Shining (permettetemi di usare il titolo inglese originale, completo di articolo) è quasi scontato: si tratta di un altro capolavoro del Re, arrivato subito dopo i suoi primi due romanzi rivelazione, Carrie e Salem’s Lot. Indubbiamente contribuì a confermare l’etichetta che ormai stava avvolgendo a tutto tondo l’autore, ovvero quella di essere uno scrittore di horror, sebbene anche in questo caso non si tratti esattamente di questo.

Abbiamo certamente elementi gotici, come la casa infestata dai fantasmi, che si declinano in varie forme (il salone da ballo che si riveste del suo aspetto di inizio secolo, il giardino con le aiuole che si animano), ma sono tutto sommato funzionali alla lenta degenerazione verso il male della mente di Jack, che trasforma questo romanzo in una storia paranormale, giocata sulla linea sottile di una psicologia pronta a scendere a patti con i propri mostri, per poi lasciarsi in balia delle loro orrende voglie.


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