Che fine hanno fatto i TQ?

Edit del 7 agosto 2011: relativamente alle questioni di cui discuto nell’articolo che segue, Michela Murgia ha preso posizione che ha reso nota tramite un articolo di Repubblica del 5 agosto. Qui potete trovare un post della Murgia, e qui la risposta di Generazione TQ. In calce aggiungo che, se i dubbi vengono a molti, forse non si tratta solo della diffusione di un timore, ma – magari – della percezione di un problema.

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Sono usciti allo scoperto, finalmente con alcune dichiarazioni programmatiche, veri e propri manifesti. Li ho letti, per cercare di capire in che modo riusciranno questi scrittori ed editori trenta/quarantenni a influire nuovamente sulla realtà (loro scopo primario). Non starò molto attento alle sottigliezze, perché con pagine e pagine di manifesto diventa praticamente impossibile tenerne conto.

Manifesto 1. Si concretizza con una necessaria presa di posizione contro un neoliberismo dilagante da quando… ci sono Berlusconi e il suo braccio destro, la Lega. Leggere per credere.

quella pericolosa incarnazione demagogica del pensiero neoliberista che è il berlusconismo, con il suo portato insostenibile di autoritarismo, di sprezzo della legalità e di saccheggio, per bande private, dei beni comuni, quanto quell’ignobile razzismo padano che è il leghismo.

Quale lo scopo dei TQ?

Se TQ si è formata e continua a operare, non è solo per discutere, ma per intraprendere un cammino condiviso di conoscenza e di azione. Per abbracciare, con l’analisi e la pratica, i temi vasti e intrecciati dell’istruzione, della ricerca, del welfare, del mercato, degli spazi pubblici, della produzione e della distribuzione di cultura.

Si propongono di

tenere con chi è venuto prima di noi uno scambio più autentico e profondo, che andrà impostato, comunque, su regole nuove. […] TQ si è raccolta, dunque, non attorno a istanze estetiche, bensì politiche e sociali.

D’accordo, è più che sufficiente. Davvero avevamo bisogno di un altro gruppo a carattere fortemente novecentesco che viene a riproporci nuova ideologia? Perché cosa sarebbero le istanze politiche e sociali calate dall’alto (da un gruppo ristretto di scrittori ed editori) se non una ideologia? Fare aggregazione trasparente e libera da interessi, lasciando che il meglio degli scrittori e delle produzioni editoriali si faccia strada da sé, e accompagnare i critici a scoprire i piccoli editori, no?

Ma nella pratica, come faranno costoro a intervenire, soprattutto pensando al ruolo primario che dovrebbe spettare a uno scrittore e a un editore, cioè quello di creare qualità narrativa? Ecco la risposta:

Nell’intento, poi, di contrastare una preoccupante identificazione tra qualità e quantità in ambito culturale, un ricorso esclusivo a misurazioni numeriche, economicistiche, della conoscenza, TQ si impegna a praticare e a pretendere l’uso di filtri critici in grado di riconoscere e premiare la qualità. Per questo TQ adotta come uno dei suoi principi d’azione la promozione della bibliodiversità, difendendo la complessità e la varietà delle scritture in un panorama editoriale prevalentemente orientato ai criteri estetici e produttivi del largo consumo.

Come si fa a riconoscere la qualità? Difficile dirlo mentre un’opera è praticamente contemporanea a chi la deve giudicare. Di solito la si può affermare sul lunghissimo periodo. Se non altro indicano un criterio: la bibliodiversità. Ma può essere la qualità una questione di pura varietà?

Manifesto 2. Qui si entra finalmente più nel concreto per ciò che riguarda l’Editoria. Dice di voler agire secondo criteri di “ecologia culturale” per proteggere e coltivare l’unicità dei libri e difendere la bibliodiversità. Danno degli spunti ancora più specifici.

La scelta legata all’etica si traduce in maggior trasparenza relativa ai passaggi delle filiere editoriali, e fin qui mi vede d’accordo. Poi si passa ai diritti del lavoro, e la proposta è quella di istituire dei tariffari di riferimento per i mestieri dell’editoria, e anche qui andiamo bene. Purtroppo, poi, arriva di nuovo la stoccata dal cuore più profondo del Novecento:

TQ allestirà un database che favorisca il debutto degli esordienti più capaci e l’affermazione di traduttori che abbiano svolto poche traduzioni ma che abbiano dimostrato abilità e affidabilità.

Se per le traduzioni il criterio dell’affidabilità può ancora essere rintracciato nella qualità del risultato della traduzione e nell’attinenza della traduzione al significato originario, per giudicare le capacità degli esordienti come si farà? Qualcuno ha da proporre delle menti illuminate?

La parte più preoccupante arriva, tuttavia, quando si affronta il tema della qualità. Leggiamo e spaventiamoci:

Proprio in quest’ottica TQ intende costruire un circuito virtuoso per i libri di qualità che inizi anche prima della loro pubblicazione e che predisponga, attraverso i migliori critici letterari, librai e lettori, un’accoglienza attenta e qualificata in grado di aumentare la longevità, la risonanza e la redditività di quei libri.
TQ chiede anche agli autori di abbracciare e promuovere pratiche di qualità nel lavoro creativo e pratiche etiche in quello critico.
Sempre a tal fine TQ si ripropone di essere un riferimento e un raccordo tra le migliori voci della critica letteraria che sono, negli ultimi anni, sempre più isolate e inascoltate, così da conferire al loro impegno in favore dei libri di qualità ancora maggior forza e risalto e da fondare, insieme a loro, una nuova autorevolezza.
A testimoniare e consolidare questa militanza per la qualità letteraria vi è anche il proposito di TQ di segnalare opere miliari da tempo fuori commercio, creando un catalogo di grandi libri dimenticati.

Sono il solo a provare una certa inquietudine?

Infine, ecco il Manifesto 3, dedicato agli Spazi pubblici, che vi posto quasi integralmente. È breve ma denso di Novecento. Sì, anche questo!

TQ ritiene infatti teatro della propria azione tanto gli spazi pubblici di carattere istituzionale, quanto spazi che TQ stessa contribuisca a rendere pubblici indipendentemente dalle istituzioni: luoghi dismessi, sofferenti, mercificati, di cui sia possibile riappropriarsi, restituendoli all’uso comune e modificandone la funzione.

TQ svolgerà le proprie attività in luoghi nei quali il dialogo possa avvenire in modo orizzontale, in spazi non elitari né commerciali. La definizione è ampia: può includere una piazza, una scuola, un centro sociale occupato o un festival letterario. Rispetto allo svolgimento delle attività, sarà importante mantenere una dimensione il più possibile aperta e conviviale.

TQ interverrà attivamente sul territorio e stimolerà la riappropriazione critica degli spazi pubblici e dei beni comuni, affiancando realtà già operanti e elaborando azioni autonome, come ad esempio:

• il monitoraggio delle istituzioni del territorio e delle loro politiche culturali, affinché promuovano processi virtuosi di interazione col pubblico e progetti d’interesse comune, fuori da logiche puramente mercantili e clientelari. In questo quadro TQ considera una priorità la battaglia per la difesa e la riqualificazione delle biblioteche;
• l’occupazione, temporanea o a lungo termine, di luoghi della cultura o da restituire alla cultura, e il sostegno a occupazioni già in atto;
• azioni estemporanee di interposizione, disturbo o “guerrilla” culturale e artistica, in luoghi inconsueti o a forte connotazione politica e simbolica, come CIE, carceri, sedi di amministrazioni pubbliche, aziende.

Personalmente mi ritengo molto deluso dal Peter Minus partorito da questi grandi dell’editoria italiana. Mi aspettavo qualcosa di più attuale, meno legato a stereotipi ormai antichi. Mi aspettavo, in poche parole, nuova forza per la libertà espressiva, non una vecchia camicia di forza.


2 risposte a "Che fine hanno fatto i TQ?"

  1. Ci ho capito poco, ma quel poco mi ha lasciato perplessa. In sintesi sembra che questi vogliano “monitorare” le istituzioni, e non “invogliarle” a occuparsi di cultura. Vogliono “occupare” spazi pubblicitari, e non “rieducarli” alla cultura…
    Guerrille culturali non portano ad accettare nuovi concetti stilistici, solo a imporli ad un pubblico inconsapevole, che può amarli quanto trovarli fastidiosi.
    Comunque, vedremo quanto saranno bravi a portare a termine quello che hanno dichiarato. A me sembra molto fumo e poco arrosto.

  2. Decisamente, Sol. Molto fumo, e oserei dire, che sa di vecchio. Loro si ripropongono anche una rieducazione culturale (pure dei lettori), ma secondo metodi che mi sanno di… Novecento, come ho già detto.
    Vedremo che faranno!

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