Demoni: realtà simbolica /6

Daimon-DemoneSì, avete letto bene il titolo, non ho sbagliato rispetto a quello delle precedenti parti dell’articolo. Ecco la mia risposta alla domanda se i dèmoni siano realtà o simbolismo. Sono una realtà simbolica. Cerco di spiegarmi.

È ormai ovvio da ciò che ho spiegato in precedenza che quando la Bibbia e il cristianesimo parlano di demoni (siano essi dèmoni o demonii), con qualunque nome essi vengano indicati, vogliono sottolineare un’esperienza umana: l’intromissione nella vita quotidiana di una forza che l’essere umano fatica a far rientrare nella logica della propria esistenza. Anche satana è un concetto, più che una realtà concreta, più che l’indicazione del nome di una persona.

Penso che l’entificazione dei diavoli (cioè la loro trasformazione da concetto simbolico a persona) sia dovuta a una sorta di effetto traino del concetto personalizzante di Dio. Ovvero: come sapete, i tre padri cappadoci (San Gregorio di Nazianzo, San Gregorio di Nissa e San Basilio Magno) furono coloro che nei primi secoli del cristianesimo istituzionalizzarono il concetto di Trinità, ovvero di dio come tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, ovviamente il tutto sulla base dell’esistenza concreta e umana del Figlio incarnatosi, Gesù. Dal momento che di Dio si poté parlare come di Persone, lo stesso passaggio mentale fu eseguito per l’oppositore di Dio, e il satana divenne Satana, i demoni divennero diavoli ben specifici e così via. Il tutto, però, seguendo una strada già intrapresa da certa mistica ebraica che poi fu abbandonata dalla stessa tradizione ebraica, ma mantenuta da quella cristiana.

È evidente che anche quando ci si riferisce a Gesù contrastato e tentato dal diavolo (come in Matteo 4,1: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” – peirasthènai upò tou diabòlu), la parola “diavolo” vuol dire “ciò che è diviso”, e la comprensione possibile della frase è: “per essere messo contro se stesso, per dividerlo nella sua unità, che è anche un’unità d’intenti con il Padre, perché Lui e il Padre sono un’unica cosa”. Le tentazioni di Gesù sono un trovarsi di fronte alla continua possibilità per lui di allontanarsi, separarsi e opporsi al disegno del Padre. E dal momento che anche noi siamo Figli e siamo fratelli di Gesù e siamo divini perché rinati dallo Spirito Santo, il discorso appena fatto per Gesù vale esattamente anche per noi.

Ma allora, possibile che moltissime persone nel corso della storia del cristianesimo si siano sbagliate circa l’esistenza fattiva dei demoni e dei diavoli, e perfino di Satana? È il Catechismo a dire nel numero 

395 La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l’edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma « noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (Rm 8,28).

Perciò è la Chiesa stessa a entificare satana in quanto angelo caduto – come il Catechismo esplicita nei punti precedenti a quello da me riportato. Allora ci si può chiedere in che senso Satana sia un ente personale. Inoltre: cosa vuol dire esattamente pensare una creatura che è puro spirito? Esistono creature senza corpo che sono pensabili come è pensabile una creatura dotata di corpo? Purtroppo la questione non è così semplice da risolvere, perché già nella Bibbia, quando si parla di angeli, se ne parla sempre in modo così ambiguo da distinguerli a fatica dal braccio di Dio. Ricordate inoltre ciò che si diceva riguardo l’anima, che è tutta parte della fisicità dell’uomo, da non confondere con lo Spirito, che viene da Dio?

Un serpente che si morde la coda, perché se dico che Satana esiste, automaticamente penso a lui come a una persona che però non si vede, alla stregua dello Spirito Santo, mentre se dico che non esiste, finisco nello psicologismo, per il quale ogni male è solo interiore all’uomo e non è mai esterno a noi.

E nessuna delle due soluzioni è adeguata a esprimere l’esperienza umana che colpisce moltissimi tra noi: che ci sia una qualche realtà esterna, che potremmo benissimo chiamare diabolica, che talvolta si impossessa di noi e ci spinge a fare cose che mai avremmo voluto. Peggio ancora, che ci sia una realtà esterna così cattiva e mai identificabile con una persona precisa, da poter dire che i dèmoni esistono realmente. O, ancora peggio del peggio, che ci sono situazioni nelle quali percepiamo accanto a noi, come talvolta ci pare di percepire i cari estinti, un’entità maligna, che ci permette di capire gioco-forza cosa si intenda quando si parla di dèmone. A volte, infatti, capita di ritrovarsi in situazioni nelle quali tutto ci dice che non siamo da soli: non solo in senso positivo (perciò quando intendiamo dire cari estinti o Dio), ma anche in senso negativo.

Questo post, però, si è fatto fin troppo lungo e scopro che è necessario rimandare la riflessione a un’ulteriore parte. E, temo, non sarà l’ultima. Alla prossima riflessione, perciò, nella quale proverò ad analizzare queste esperienze di “demonicità” alle quali ho appena fatto riferimento utilizzando un metodo filosofico che si chiama “fenomenologia”. Vedrete che non sarà inutile.

 

Demoni: simbolismo o realtà? /5

esorcismo-al-cinema-02Rimane da chiarire il problema degli indemoniati e degli esorcismi. Se Lucifero, Beelzebùl, Beelzebùb, ecc., sono concretizzazioni narrative, parzialmente frutto di fraintendimenti del testo biblico, e se Satana è in realtà il satana, l’oppositore a Dio in senso più generico, come mai si è arrivati a credere nella possessione diabolica?

Prima di affrontare l’argomento, c’è da aggiungere un’annotazione e da ricordare un fatto fondamentale per un cristiano. L’annotazione è che nel II secolo d. C. Massimo di Tiro sosteneva che i dèmoni presenti nel mondo fossero 30.000, mentre nel XV sec. il francescano Alfonso de Spina sosteneva che fossero 133.306.668 (mentre gli angeli, secondo il suo libro Fortalicium Fidei, dovevano essere 400.000.000). Non pare anche a voi che qualcosa sia sfuggito di mano a chi sostiene l’esistenza concreta ed entificata dei demoni? Il fatto fondamentale, invece, che ogni cristiano dovrebbe ricordare è che Cristo ha già vinto satana e ha già trionfato sul male.

Ma allora, in che senso va intesa una tale vittoria? Prima di rispondere, ancora un breve approfondimento, riguardante gli esorcisti e l’ordine dell’esorcistato.

Da qualche tempo a questa parte qualche agitato (e agitatore) para-cristiano va sostenendo che la Chiesa attuale abbia ingiustificatamente eliminato quasi del tutto gli esorcisti e che moltissimi preti non credano più nell’esistenza del diavolo. L’ordine dell’esorcistato venne abolito nel 1972 da Paolo VI (vi assicuro che non ha nulla a che fare con il fatto che quell’anno son nato io). Inoltre, la riforma liturgica del 1970 aveva già eliminato dal messale romano ogni riferimento al diavolo nella preghiera dell’offertorio della messa per i defunti e il battesimo rimane l’unico sacramento a prevedere un rito di esorcismo, anche se ridimensionato rispetto ai vecchi esorcismi.

Come la mettiamo? La Chiesa non crede più nel potere del diavolo e di satana? Non è questo il punto. Il documento vaticano Fede cristiana e demonologia dice quanto segue:

Quando si parla di un possibile intervento diabolico, la Chiesa fa sempre posto, come per il miracolo, alla esigenza critica. In tale materia essa esige riserva e prudenza. È facile infatti cader vittime dell’immaginazione, lasciarsi sviare da racconti inesatti, maldestramente trasmessi o abusivamente interpretati. In questi come in altri casi, è necessario esercitare il discernimento e lasciare spazio alla ricerca e ai suoi risultati.

Il fatto è che nell’antichità si credevano frutto di influenze demoniache le malattie e le situazioni umane per le quali non si aveva una risposta e una spiegazione adeguata (e la stessa cosa potremmo dire per il miracolo). Credendo che il mondo, e in modo particolare il regno dell’aria, fosse infestato da presenze demoniache e che il cielo avesse influenza sulla terra, si riteneva che il destino e le vite degli uomini fossero influenzate proprio da quel cielo e dalle esistenze demoniache in esso nascoste.

Per fortuna, però, fin dall’antichità ci furono menti più fini, capaci di offrire il senso reale e concreto, direi “utile”, della credenza in un’influenza demoniaca, limitandola (si fa per dire) ai pensieri. Il monaco Evagrio Pontico, fondamentale per tutto ciò che concerne la preghiera e la meditazione cristiana, sia orientale che occidentale, identificò i dèmoni con i pensieri malvagi, insegnando una pratica per prenderne sempre più le distanze e non lasciarsene influenzare. Per Evagrio Pontico i dèmoni sono capaci di influenzarci solo tramite i nostri ragionamenti – spesso fasulli o depistanti – e i nostri sentimenti – spesso sproporzionati – e le nostre emozioni – spesso incontrollabili. Tutti i ragionamenti, sentimenti ed emozioni che ci portano via la serenità e rendono impossibile una vita tranquilla ed equilibrata sono demoniaci, così come i pensieri, i sentimenti e le emozioni che invece ci aiutano a vivere meglio con noi e con gli altri sono santi.

Per oggi mi fermo qui. Rimane un’ultima parte di questo lungo articolo: infine, i dèmoni sono solo simbolismo o anche realtà? Alla prossima!

 

Demoni: simbolismo o realtà? /4

EgregoraChe differenza c’è tra demonio e spirito impuro? La domanda non è inutile, perché nel Nuovo Testamento si parla prevalentemente di spiriti impuri, anziché di demonii.

Nel Vangelo di Marco se ne parla 14 volte, in quello di Matteo 2 sole volte e con Luca 6 volte. Perciò è soprattutto rifacendoci a Marco che possiamo capire cosa intenda l’evangelista. Che sia un’attenzione specifica del Nuovo Testamento è esplicitato anche da un dato di fatto: nell’Antico Testamento gli spiriti impuri vengono citati una sola volta, nel libro del profeta Zaccaria, laddove ( Zc 13,2) dice che “in quel giorno” (di solito con quest’espressione si intende il giorno del compimento della giustizia divina) “io estirperò dal paese i nomi degli idoli né più saranno ricordati: anche i profeti e lo spirito immondo farò sparire dal paese”.

I profeti rimettono in comunicazione con Dio; lo spirito immondo, invece, rema contro la comunicazione con Dio. Ma nel giorno del giudizio non ci sarà più bisogno di un intermediario e ogni oppositore sparirà. Quel giorno è già adesso, con la Risurrezione di Cristo.

Accogliere lo Spirito di Dio, cioè lo Spirito Santo, mette in comunicazione con Lui; lo spirito impuro (che è la stessa cosa di immondo) invece separa da lui.

Per capire fino in fondo cosa si intenda, bisogna comprendere bene cosa si indica con spirito: tutti noi, infatti, pensiamo – infarciti come siamo di filosofia greca pur senza rendercene conto – di essere costituiti da corpo e anima, come se esistesse qualcosa (l’anima) che è contenuta da un guscio (il corpo), che con la morte torna a essere vuoto, mentre l’anima se ne va chissà dove. Bene, per il cristianesimo non è così. O meglio, per il cristianesimo l’anima non è altro che la facoltà psichica dell’uomo, la sua mente, la forza che controlla il corpo ma che fa parte del corpo stesso. Identificata di volta in volta con l’intelligenza, teorica o pratica non importa, tanto meno se vegetativa sensitiva o razionale, l’anima fa parte del nostro corpo come il nostro carattere.

Ciò che per il cristianesimo può entrare o uscire (alla nascita o alla morte) è lo Spirito. Generalmente, si tratta dello Spirito di Dio (lo Spirito Santo).

Talvolta è uno spirito immondo. Ma in che modo sia da intendere lo Spirito o lo spirito, è tutt’altra questione: di certo non lo si può intendere in senso materiale. Perciò, quando diciamo che entra ed esce, in che senso lo fa? Non ci è dato saperlo, solo provare a immaginarlo. Quando perciò sentiamo parlare di anime del Purgatorio, di anime dannate o beate, o cose del genere, dovremmo chiederci: in che modo le sto pensando? Come persone? Come parti di persone (e perciò come persone incomplete)? Come la vera parte della persona (e perciò come ciò che dona completezza alla persona)? Come parti in attesa di essere riunificate a un corpo che verrà (ci dice Cristo) resuscitato? La risposta non è facile: in duemila anni non si è ancora trovata quella giusta, ma tanto dovrebbe bastare per comprendere come parlare di anima che si separa dal corpo abbia senso solo per i neoplatonici.

E il demonio? Non dobbiamo pensare che lo scopo di un demonio sia quello di far cadere in tentazione l’uomo. Anche questa è un’altra credenza nata chissà dove e chissà quando, ma che non corrisponde a ciò che sostiene il Nuovo Testamento. Nei Vangeli, infatti, il demonio, così come il diavolo, il satana o lo spirito impuro, mira a ostacolare il messaggio di Gesù Cristo, non certo a far cadere in tentazione le persone. A conferma di ciò (per mostrarvi che non sto inventando nulla, vi indico il link di un articolo di Monsignor Ravasi sullo spirito impuro, che fa tra l’altro riferimento anche al demonio Azazel).

Il concetto di tentazione per come ci è stato trasmesso è più che altro moralismo di cui possiamo fare a meno. L’unica vera tentazione è quella di non credere nel messaggio d’amore e di accoglienza infinita di Cristo.

E questo per un semplice motivo: che Cristo ha già vinto il demonio, così come ha già vinto tutto ciò che è di ostacolo al suo messaggio (tranne la volontà nostra, che continua ad appartenerci, con la possibilità di accogliere o respingere il suo messaggio): “Abbiate coraggio”, dice Gesù nel Vangelo di Giovanni (16,33): “io ho vinto il mondo!” Con questo intende dire che ha vinto tutto ciò che può separarci da Lui. Meglio di così!

Qualcosa, però, continua a perseguitarci, preoccupando milioni di persone nelle epoche e nei Paesi. Basta parlare di indemoniati e di esorcismi per far rizzare a molti i peli della schiena. Ne parleremo nel prossimo, penultimo, capitolo di questo approfondimento.

Demoni: simbolismo o realtà? /3

lucifer_fallUno dei problemi maggiori di quando si parla di dèmoni è legato alla sovrapposizione di concezioni e convinzioni, che portano elementi semplici a non essere più recepiti nella loro intenzione originaria. È per esempio il caso di Lucifero e di Belzebù.

Lo sappiamo tutti chi è Lucifero, no? Il bellissimo angelo caduto per un peccato di orgoglio e divenuto orribile diavolo. Ne siamo così certi, che non abbiamo dubbi circa il fatto che Gesù lo abbia precipitato dal cielo in una lotta furiosa. D’altronde, non dice che lo vedeva cadere dal cielo come una folgore (Lc 10,18)?

No. Quello non era Lucifero, bensì satana, l’oppositore. Con quella frase vuole dire che il satana – il nostro oppositore e accusatore di fronte a Dio – è stato già sconfitto.

Facciamo un esperimento: è necessaria una Bibbia digitale. Provate a cercare “Lucifero” e guardate quante volte viene citato nella Bibbia. Zero. Mai. Non se ne fa menzione. Per lo meno nella nuova traduzione. In quella precedente, Lucifero è presente in Isaia, ma è il nome di Venere, la prima stella del mattino. Nella nuova traduzione, infatti, viene chiamato “astro del mattino” e il versetto dice: “Come mai sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora? Come mai sei stato gettato a terra, signore dei popoli?” Il riferimento è al Signore di Babilonia. Quindi: Lucifero non è un diavolo.

Poi però arriva Origene, uno dei più importanti padri della Chiesa, e unisce questo testo di Isaia a quello di Ezechiele contro il principe di Tiro, nel quale si dice che egli era modello di perfezione e camminava nell’Eden come un cherubino, ma poi ha preferito riempirsi di violenza e peccati e Dio lo ha fatto diventare oggetto di terrore finito per sempre. Dei due riferimenti (il re di Babilonia caduto e il principe di Tiro ridotto in cenere e fattosi orrore), Origene ne fa solo uno, che chiama Lucifero, considerandolo l’angelo caduto. Il nome Lucifero venne assunto da una traduzione latina (la Vulgata di Girolamo) della Bibbia greca cosiddetta dei LXX: in ebraico era “astro figlio dell’alba”, in greco divenne “stella del mattino” e in latino si trasformò in “Lucifer”, portatore di luce. Che non è una persona, per l’appunto, ma un astro, Venere. Girolamo, il traduttore dal greco al latino, commise un errore nella traduzione dall’ebraico e Lucifero divenne il nome indiscusso del diavolo che urla il suo dolore per lo splendore perduto. Infine, nel VI secolo Papa Gregorio Magno, nella sua opera Moralia, rielaborò la concezione del diavolo Lucifero ormai diffusasi, e la scolpì nel modo seguente: “Dio creò dapprima l’angelo che fece superiore agli altri angeli”, che poi “si rivoltò contro la gloria del suo creatore e precipitò giù”.

 

Insomma, un errore dopo l’altro, che viene evidenziato dal titolo che Gesù si attribuisce nell’Apocalisse, l’ultimo libro del Nuovo Testamento: Lucifero, la stella radiosa del mattino. Nella notte di Pasqua si canta in latino di Cristo “Lucifer matutinus”, e così nei primi secoli cristiani Cristo era spesso indicato come Lucifero, motivo per cui i nomi Lucifero e Lucifera erano inizialmente molto diffusi, ma poi declinarono sempre più fino a scomparire. E non erano certo dei diavoli!

E Belzebù? Iniziamo con il dire che il nome è presente nel Nuovo Testamento e che conosce due versioni: Beelzebùb, che vuole dire “signore delle mosche” (vi ricorda nulla? Un certo romanzo di William Golding), identificabile con una divinità filistea protettrice delle mosche, che portavano le malattie. Le stesse mosche erano considerate dèmoni (vi ricorda qualcosa? Anche oggi c’è la credenza che la mosca sia il diavolo sotto mentite spoglie), e a tale divinità alcuni israeliti si rivolgevano per venir guariti dalle malattie. Questo fu il motivo per cui i farisei deformarono il nome in Beelzebùl, ovvero “signore del letame” (vi ricorda nulla? Un certo personaggio dell’Ombra dello Scorpione, di Stephen King, chiamato Trashcan Man, al servizio del diavolo Randall Flagg), che invece attirava le mosche. E di questo titolo gli scribi accusano Gesù, affinché la gente ne stia alla larga: come se lo stesso Gesù fosse causa di malattie e non guaritore, come dimostrava di essere. Il tutto si basava sulla convinzione antica che le malattie fossero causate dai dèmoni, e perciò lo stesso Gesù veniva accusato dai suoi oppositori (satani) di provocare le malattie per poi guarirle, e far credere perciò che il suo fosse un potere divino, anziché demoniaco, stregonesco. Come ben sapete, però, Gesù disse loro: Se satana insorge contro se stesso ed è diviso, il suo regno non può rimanere in piedi, ma è diviso.

Nel prossimo articolo cercheremo di capire in che modo si sia confuso il concetto di dèmone e demonio con quello di spirito impuro. A presto!

Demoni: simbolismo o realtà? /2

ferri_angelo-cadutoNon deve sfuggire al lettore che questa serie di post vuole arrivare a un punto: capire se l’esistenza dei dèmoni sia da intendere – secondo il Cristianesimo – in senso simbolico o in senso reale, sostanziale. Per arrivarci, bisogna prima proseguire con l’analisi.

Quali sono le differenze tra dèmoni e demonii (essendo il primo pl. di dèmone e il secondo di demonio)?

Avete presente Dante e i suoi diavoli? Ecco, nulla a che fare con. Se a livello popolare le immagini di Dante veicolano la definizione di demonio o di dèmone, e se – sempre a livello popolare – diavolo e demonio sono la stessa cosa, non è così a livello di correttezza mitica o biblica.

A partire dal greco, il dèmone è qualcosa che sta a metà tra dio e l’uomo, con il significato di divino, mentre il demonio è la forza che promana da questo, sebbene più limitata nel tempo. Ovverosia: posso anche avere il dèmone dell’arte ed esserne felice, ma venir giudicato un demonio in una data situazione (anche nella stessa arte per la quale ho il dèmone) e risentirmene profondamente. Inoltre, sapete che nel mondo greco tutto ciò che era più in alto (anche fisicamente) tendenzialmente aveva una valutazione migliore di ciò che invece era più terreno: motivo per cui i dèmoni posizionati nelle parti alte della sfera celeste erano i più buoni e quelli più bassi, quasi a contatto con gli esseri umani, i più maligni e dannosi.

Ma i demòni (come plurale di demonio) hanno invece la loro nascita concettuale in Mesopotamia, laddove i dèmoni erano gli spettri delle persone morte di morte violenta o privati della loro sepoltura, motivo per cui vagavano sulla terra. Da quella mesopotamica nacque la demonologia greca, e da questa quella cristiana, che riuscì perfino ad amplificarla. L’Antico Testamento fu più che altro immune alla demonologia greco-mesopotamica e perciò l’ebraismo ne è praticamente libero, soprattutto oggi. Il Nuovo Testamento, invece, non parla mai di dèmoni (essendo nella concezione greca intermediari tra dio e l’uomo, perciò inesistenti), bensì di demòni, parola che comprendeva tutto ciò che non rientrava nella sfera del sensibile e che però influiva sulla vita delle persone. Per esempio, le malattie! Questo è il motivo per cui San Paolo dice che sono potenze demoniache gli “elementi del mondo”: astri, stelle e costellazioni, perché si pensava avessero influenza sul destino degli uomini, pur essendo invisibili. Sono queste potenze demoniache (che chiama Troni, Principati, Potestà, ecc.) ad aver crocifisso Gesù. Perciò, potenze invisibili ma che si situano nella mitologia greco-romana di quel tempo, nei cieli, dove si credeva vivessero per l’appunto dèmoni e demòni.

Rimane da capire in che modo dèmoni e demòni sono entrati a far parte così tanto dell’immaginario collettivo, da spingere tutt’oggi molte persone – che si definiscono cristiane – a credervi come a entità realmente esistenti. Al prossimo post.

Demoni: simbolismo o realtà? /1

IMG_0142Si tratta di una delle questioni più ambigue del cristianesimo. Il concetto di dèmone affonda le sue radici nell’antichità e si è caricato di grande simbolismo.

Quando pensiamo al dèmone, facciamo fatica a distinguere tra le sovrapposizioni concettuali che ne hanno modificato il significato rispetto a ciò che si pensava nell’ebraismo e, poi, nel cristianesimo. Le stratificazioni risalgono ai tempi babilonesi, per poi passare a quelli greco-romani ed ebraici. Vediamo di distinguere un po’, almeno dal punto di vista storico.

Una prima distinzione: il dèmone non corrisponde al demonio e i due non corrispondono al satana (sì: il satana, tra l’altro minuscolo). Inoltre, né il dèmone né il demonio né satana sono uguali al diavolo. Infine, Belzebù non è il satana. Stupiti?

Satana è l’avversario, il nemico. Per questo motivo è un nome “comune”, richiede l’articolo indeterminato “un”. Era una qualifica che veniva data a chi si opponeva: nel Secondo libro di Samuele si legge “Che ho io in comune con voi, o figli di Zerulà, che vi mostrate oggi miei satana [avversari]” (2 Sam 19,23). Ma anche Gesù dice a Pietro “Vade retro me, Sàtana” (in gr. épage opiso mu, Satanà), perché gli oppone un ragionamento umano anziché seguirlo nella sua logica divina (Mc 8, 33).

Satana, però, è anche parte della corte di Dio Re. Basta leggere ciò che dice il libro di Giobbe 1,6: “Un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi davanti a Yahwé e anche il satana andò in mezzo a loro”. Ma come: il suo avversario si annida nella sua famiglia? No, perché in origine il satana non era visto come il nemico, ma solo a livello simbolico come l’accusatore: era una sorta di funzione divina, difficilmente distinguibile dalla decisione divina. Un lato oscuro dello stesso dio. Sto parlando dell’Antico Testamento, non di preistoria o di lontani (da noi) miti arcaici. Lo stesso Dio contiene una parte di oscurità che non è possibile espungere in alcun modo, perché ogni ragionamento che possiamo fare su di Lui, a partire dalla nostra esperienza di tutti i giorni, non può che portarci a immaginare che in quella immensa luce vi sia anche oscurità, che la nostra ragione non riesce ovviamente a conciliare con un bene così grande.

Se infatti da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare anche il male?

È sempre il libro di Giobbe a dirlo, non io: capitolo 2 versetto 10. Ma il senso ultimo di questa parte “satanica” di Dio è il voler abbattere l’idea semplicistica (degli antichi, ma in fin dei conti anche nostra) che se ci comportiamo bene, non possiamo che riceverne bene da Dio (o da chi per lui: il mondo, la natura, il caso, metteteci quello che volete, non cambia il risultato, crediamo sempre allo stesso modo e facciamo fatica a cambiare). Nell’Antico Testamento era chiamato concetto della retribuzione e per quanto Gesù abbia dato la buona novella che Dio è amore e che tutti siamo salvi, non riusciamo a togliercelo dalla testa.

Poco alla volta, la figura del satana si allontana da quella del giudaismo iniziale, per trasformarsi sempre di più nel responsabile di tutti i mali, che fa di tutto per ostacolare i rapporti tra Dio e il suo popolo. Secondo il Talmud tre sono le funzioni del satana (cito dal libro Gesù e Belzebù, di Alberto Maggi, Cittadella Editrice 1999): “sedurre gli uomini, accusarli dinanzi a Dio e infliggere così la pena di morte. E sono tre le circostanze pericolose nelle quali il satana compare come accusatore: quando una persona sta in una casa malsicura, quando cammina in una strada solitaria e quando intraprende un viaggio di mare. Divenuto sinonimo di ogni situazione negativa, il termine satana veniva impiegato anche per indicare l’angoscia”.

Per oggi ci fermiamo qui. Nel prossimo post vedremo la differenza tra dèmone e demonio.

 

Sincronicità: un esperimento.

CGJungOggi sono stato testimone di un esperimento di sincronicità, a dire il vero in maniera piuttosto casuale. Ve lo racconto.

Nell’aula in cui lavoro il lunedì mattina, dalle 10.30 alle 12.00, c’erano seduti 18 bambini dai quattro ai cinque anni ai quali dovevo consegnare un foglietto ciascuno con una scritta da colorare sulla parte frontale. Sul retro del foglietto avevo invece scritto il nome di ciascuno di loro per facilitarmi il lavoro di distribuzione. Data la grande confusione che facevano, li richiamo all’ordine e – come sempre faccio, agendo un po’ sulla base dell’immagine che ho per loro (sono un maschio – l’unico – in una Scuola dell’Infanzia; inoltre, ho la barba) – aspetto che siano tutti attenti. Mi metto allora di fronte a loro e tra me e me leggo il nome del bambino che compariva sul retro del primo foglietto (che loro ovviamente non potevano e, oltretutto, non sapevano leggere).

Senza che io lo solleciti a indovinare, uno dei bambini – quello più stralunato tra tutti – me lo dice.

Lì per lì rimango piuttosto stupito, ma – mi dico – sarà stato un caso. Perciò proseguo: dopo aver consegnato il primo foglietto al suo destinatario, leggo tra me e me il nome del secondo foglietto. Quel bambino mi dice anche il secondo nome. Mi era bastato solo guardarlo, e lui aveva colto la mia richiesta implicita, indovinandolo. Allora decido di fare una cosa dalle conseguenze importanti, che, so già, farò fatica a dimenticare: mentre consegno anche il secondo foglietto, guardo quel bambino e lancio una scommessa: “Vediamo se indovini anche l’altro nome”, gli dico. Come già prima, leggo il nome con la mente, lui me lo dice.

Arrivato a questo punto sono già più che convinto che stia capitando qualche cosa di molto strano: una di quelle situazioni che Jung chiamava sincronicità. Io stesso ne ho vissute in svariati momenti della vita. Ma non stiamo parlando di me. Stiamo parlando di quel bambino, che ora – credetemi – non guarderò più allo stesso modo. Andiamo avanti.

Non contento di averlo sentito indovinare perfettamente i primi tre nomi, io continuo con il gioco. Seguono tre foglietti destinati a tre bambine con lo stesso nome ma cognomi differenti, e lui (quasi mi verrebbe da dire: ovviamente) li indovina tutti e tre, sbagliando soltanto il cognome della prima omonima. Da un punto di vista emotivo, per lui dev’essere stato un piccolo smacco. Gli altri bambini già gli chiedevano: “Ma come fai?” Lui forse pensava: “Ho indovinato finora, devo far vedere a tutti gli altri che sono capace di farlo ancora.” Il suo stato emotivo si è però modificato, e per i successivi due/tre/quattro foglietti non indovina più. Poi ritorna a fare centro, e verso la fine ne becca altri quattro.

Totale: 10 nomi indovinati su una sequenza di 18.

Ho chiesto a un amico di farmi un calcolo delle probabilità. Io di matematica non ne capisco nulla, ma capisco da solo che la probabilità che accada una cosa simile proprio per come è avvenuta, dev’essere molto bassa. Secondo il suo calcolo, ci avviciniamo a 1 su 4200.

Jung, quando in un suo famoso saggio sulla sincronicità parla degli esperimenti che fece, alla fine giunse alla conclusione che lo stato emotivo dei partecipanti pareva aver influenzato enormemente in direzione di un salto oltre lo spazio e il tempo, che non sarebbero altro che categorie della mente e non quantità esistenti in maniera oggettiva. Quando il nostro cuore desidera veramente qualcosa, la soglia che separa il conscio dall’inconscio si assottiglia sempre di più, fino talvolta a coincidere. In quel momento spazio e tempo vengono superati e siamo capaci di prevedere il futuro, oppure di cogliere tutti gli eventi come se fossero di fronte a noi.

Questo è ciò che credo sia accaduto con questo bambino.

10 canzoni per la scrittura

Tumblr_mfhvrjroCB1r2n2w2o5_500Ebbene sì, parecchie volte sono stato ispirato da canzoni di musica leggera, di vario genere. Solitamente hanno fatto da leit motiv per interi romanzi o anche per singole scene.

Ecco una serie di dieci canzoni e i brani che esse mi hanno condotto a scrivere.

  1. A Heart Full of Love (da Les Miserables, di Claude-Michel Schönberg). Lo vidi a Londra nel 2008 cantato da Jon Robyns nella parte di Marius e Leanne Dobinson in quella di Cosette. Mi colpì così tanto, che divenne il cuore pulsante del mio romance La ragazza della tempesta. (Qui un video… anche se si vede maluccio)
  2. Wichita Lineman (di Glen Campbell). Bellissima canzone country degli anni Sessanta, ha ispirato il capitolo 9 del mio horror Commento d’autore, originariamente pubblicato da Linee Infinite. Descrive perfettamente una certa solitudine “da deserto” del protagonista.
  3. PS I love you (dei Beatles). Titolo e leit motiv del romanzo horror omonimo (secondo volume della serie Le sette case, originariamente pubblicata da GDS Edizioni): you you you. Una fissazione, sia per gli scarafaggi di Liverpool che per il protagonista del romanzo.
  4. To Afraid to Love You (dei Black Keys). Accompagna un piano sequenza del romanzo Il diavolo di Tourette, quinto volume delle Sette case. Vi segnalo la bellissima versione live.
  5. Goodnight Moon (di Shivaree). Segna un passaggio importante del romanzo Intervista, sesto volume della serie Le sette case. Nel romanzo sbagliai, attribuendola a Shania Twain.
  6. A Saucerful of Secrets (dei Pink Floyd). Punto di riferimento e chiave musicale del racconto Il gioco del diavolo (contenuto in Un assaggio di Dunwich 3), preambolo del romanzo Codice infranto (pubblicato da Dunwich Edizioni).
  7. Ring of Fire (di Johnny Cash), una delle canzoni che mi hanno accompagnato nella stesura del romanzo apocalittico (mai pubblicato) Tu sarai l’inizio.
  8. The Happy Wanderer (di Luis Prima), il vero leit motiv di Tu sarai l’inizio e del suo protagonista. Ah ah ah.
  9. At Last (cantata da Etta James), direttamente dalla colonna sonora di Sogno, romanzo drammatico mai pubblicato (ma la speranza è l’ultima a morire). La sua spensierata primavera contrasta con la depressione del protagonista.
  10. Hieroglyphics (di Franco Piersanti), dalla colonna sonora del Commissario Montalbano, accompagna con la sua malinconia la pensierosa giornata di Lidia Panfili, direttamente dal romanzo Veniva dal mare, romance che costituisce il seguito della Ragazza della tempesta.

Anche voi avete canzoni che vi suggeriscono parole?

10 colonne sonore per la scrittura

welcome-to-twin-peaks-1200x628-facebookLe colonne sonore soffrono spesso di un carattere ancillare nei confronti dei film che sono costrette – talvolta loro malgrado – a sorreggere.

A differenza della musica classica, una colonna sonora non può non rievocare le immagini del film che sono costrette a rendere sostanziose. Una soundtrack può essere più o meno corposa, più o meno indipendente, ma tale sembra essere il suo destino. Eppure, ci sono alcune musiche da film (o da sceneggiato) che sono state capaci di ispirarmi forse più del film (o dello sceneggiato) che erano destinate ad accompagnare. In alcuni casi si tratta di veri e propri capolavori: forse tra cent’anni non si vedranno più i film che ne hanno occasionato la scrittura, ma le si celebrerà per ciò che sono, ovvero musica “classica” di fine Novecento o inizio Duemila.

La lista che segue non è per importanza, ma è frutto di una memoria scombinata. La mia.

  1. Il Commissario Montalbano (specialmente Nenia mediterranea), di Franco Piersanti. Unica la capacità di evocare una Sicilia sospesa nel tempo.
  2. Il segreto del Sahara (specialmente Saharan Dream), di Ennio Morricone. La mirabile avventura nella quale ognuno vorrebbe trovarsi.
  3. Hook (specialmente PrologueNapped), di John Williams. L’avventura è arrivata.
  4. The Third Man (specialmente il tema principale), di Anton Karas. Una situazione intrigante, a prescindere.
  5. Blade Runner (soprattutto End Titles), di Vangelis. La filosofia della fantascienza.
  6. La piovra (specialmente Main Theme), di Ennio Morricone. L’Italia non è mai stata semplice.
  7. The Mission (specialmente Gabriel’s Oboe), di Ennio Morricone. Mai Paradiso fu più complicato.
  8. La finestra di fronte (soprattutto Il pensiero di te), di Andrea Guerra. Struggente memoria.
  9. The Two Towers (soprattutto Evenstar), di Howard Shore. L’eterna fonte del sogno.
  10. Twin Peaks (soprattutto Main Theme), di Angelo Badalamenti. L’effimero dell’evocazione si fa eterno sogno (oppure incubo?).

10 FILM PER LA SCRITTURA

indiana_jones_bnViviamo in un mondo d’immagini e, volenti o nolenti, anche la scrittura ne rimane influenzata.

Utilizzare uno stile che non vi faccia riferimento è una scelta precisa, che svela esattamente questa “dipendenza”, anche al negativo. Ecco, perciò, un elenco di film che, secondo me faremmo bene a conoscere a fondo, perché capaci di insegnare qualcosa a ogni narratore.

  1. I predatori dell’arca perduta, di S. Spielberg, 1981. Uno dei capolavori del grande regista, da sezionare da inizio a fine, per coglierne la perfetta struttura narrativa.
  2. Guerre stellari, di G. Lucas & Co., dal 1977. Per la sua capacità di fondere fantascienza e fantasy, per la sua capacità di reinventare miti eterni.
  3. Incontri ravvicinati del terzo tipo, di S. Spielberg, 1977. Perché l’immagine non è tutto: anche i silenzi d’attesa sono fondamentali.
  4. I ponti di Madison County, di C. Eastwood, 1995. Che ci insegna come le immagini e la sapiente regia possano, talvolta, salvare un romanzo insulso.
  5. La compagnia dell’anello, di P. Jackson, 2001. Anche un film sontuosissimo può svelare che il romanzo d’origine è irraggiungibile. Guardarlo per sottrazione con la storia di Tolkien.
  6. Trappola di cristallo, di J. McTiernan, 1988. La vera colonna di una storia sono i personaggi, non l’effetto speciale (anche quello “scritto”).
  7. Shining, di S. Kubrick, 1980. La dimostrazione che certi romanzi non possono che rimanere su carta, a meno di stravolgerne il senso.
  8. C’era una volta in America, di S. Leone, 1984. Le grandi narrazioni funzionano ovunque.
  9. Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!, di D. Siegel, 1971. Un personaggio forte fa l’intera narrazione.
  10. Chi ha incastrato Roger Rabbit, di R. Zemeckis, 1988. Un romanzo non può tutto.