50 – Qualità

Scegliere, fermarsi a pensare, considerare la profondità delle cose e delle relazioni tra le cose. In una parola: la Qualità.

Per secoli la qualità è stata l’obiettivo delle riflessioni filosofiche e spirituali: nella ricerca personale si mirava a vivere la qualità di sé e delle cose; nelle religioni era la qualità dell’esperienza spirituale o di quella religiosa a venir messa al centro dell’attenzione; nelle scienze e nelle ricerche umanistiche, era la qualità artistica o dello sguardo scientifico ciò che era veramente importante. Poi, si è vissuto un tracollo.

A partire dall’Ottocento, o ancor di più, da inizio Novecento, la qualità è stata progressivamente destituita della sua importanza ed è stata scalzata dal piedistallo di Aspetto Più Importante nello sguardo della gente: il suo posto è stato preso dalla Quantità. Non era più importante vedere la bontà reale di una cosa, ma divenne primario che la cosa apparisse buona tramite un qualche tipo di misurazione (quantità!). Non era più importante che l’esperienza spirituale fosse vissuta per la trasformazione piena e profonda del proprio vivere, ma divenne significativa soprattutto come atteggiamento esteriore volto a confermare l’idea che di se stessi e del mondo ci si faceva (e perciò quantificazione dei riti religiosi). La scienza e le arti, poi, hanno fatto della ricerca e del fatto artistico un mezzo per giungere a scopi quantificabili: prodotti tecnologicamente avanzati da poter vendere in quantità ingente e produzioni artistiche da poter sfruttare in senso economico.

Sia chiaro: non sto demonizzando la quantità. È anch’essa importante, ma la quantità ha il suo posto specifico, mentre nelle dinamiche contemporanee, soprattutto della gente occidentale, tende a sostituire la qualità. L’equazione mentale che si fa è la seguente: grande quantità finisce per equivalere a qualità. Si tratta, tuttavia, di un errore mentale di primaria importanza.

La propria qualità interiore è divenuta quantità di immagine. La propria spiritualità profonda si è trasformata in bella mostra di religiosità, tanto più destituita di contenuto quanto più funzionale all’obiettivo di mostrarsi in un certo modo. La ricerca di una scienza che stupisce per le sue scoperte ha lasciato sempre più spazio a ricadute tecnologiche spendibili. L’arte che esprime il sublime si è fatta da parte per poter esprimere, soprattutto a motivi commerciali, la banalità dell’esistenza.

Che la qualità sia, però, il fattore forse più importante da tenere in considerazione in ogni nostro momento di vita, ci viene indicato da un fatto curioso e particolare. Ha a che fare con le neuroscienze o, ancor di più, con la filosofia della mente.

Quando ci si chiede cosa sia la coscienza, filosofi della mente e neuroscienziati tentano di dare risposte sensate, senza mai riuscire a trovarne di veramente pertinenti. La coscienza sfugge ai più, sebbene tutti ne facciamo esperienza. E allora, ecco che molti filosofi e scienziati finiscono per parlare della coscienza come della “qualità” con la quale percepiamo i fatti della nostra esistenza. In quanto tale, cioè: in quanto qualità, la coscienza viene di conseguenza relegata a un nulla di cui ci si può anche non occupare.

La coscienza sfugge a ogni catalogazione, sfugge a ogni quantificazione. La coscienza è mera qualità. Ricordiamocelo, ogni volta che facciamo le cose o prendiamo decisioni: puntiamo alla quantità o… alla qualità?


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