Il bisogno di ricostruzione

Quanto può agire in profondità una crisi internazionale sull’animo delle persone? Se prima del 2020 non ne avevamo che pillole di percezione, intuizioni, supposizioni più o meno suffragate da fatti, oggi, dopo una pandemia e nel mezzo di una guerra che rischia di divenire mondiale, ne abbiamo fatto esperienza diretta.

Abbiamo sentito dire più volte e da più parti che la pandemia ha portato in superficie le fragilità della società, in modo particolare di quella occidentale, tutta affidata all’efficacia dell’organizzazione e della produttività, tutta versata nel successo a breve termine. Inoltre, ci siamo spesso accorti che la sicurezza dei mezzi era diventata sicurezza interiore, così che ciascuno di noi si sentiva tanto più forte e sicuro quanto più era riuscito a produrre (dentro e fuori di sé) e ad accaparrarsi (ancora una volta, dentro e fuori di sé) parti della realtà e del mondo.

Sono ciò che compio: siamo cresciuti con questo mantra. Ancora di più: sono ciò che scelgo, in un senso sempre più ampio e profondo di autodeterminazione. Che fare, però, dopo che la certezza di poter compiere e scegliere liberamente è venuta meno? Come confermare noi stessi e la nostra identità?

Se c’è un motivo per cui la pandemia prima e l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia dopo minacciano direttamente la nostra identità, è proprio perché – in modo particolare noi occidentali – abbiamo sviluppato un senso dell’identità fondato sul fatto esteriore, sul mezzo, sul dato concreto e non, invece, sul vissuto interiore e la consapevolezza, sullo scopo e sul dato invisibile-ma-sempre-presente della realtà tutta che ci supera.

La forza di uno Stato era la nostra forza interiore. Il dato caratteriale di un popolo era la nostra giustificazione personale. I risultati visibili, la conferma di ciò che eravamo. In tutto questo, la visibilità (spesso distorcente) dei social ha avuto un ruolo di maggior rafforzamento verso quella superficialità di analisi che ormai vediamo dilagare per il mondo occidentale e, in parte, nel mondo che vuole essere come quello occidentale. Non vuole essere un giudizio, questo, bensì la rilevazione di una tendenza accentuata: preferiamo rimanere sulla superficie, perché scendere al di sotto può diventare pericoloso, una minaccia per una serenità già fragile.

Siamo perciò condannati a vivere nella superficialità di analisi e con un’identità minacciata da fatti esterni? Siamo quindi obbligati a continuare su questa china e lasciare che l’esteriorità delle situazioni diventi conferma o smentita di ciò che siamo? La linea del successo a tutti i costi è per forza di cose il nostro destino? Penso proprio di no. Come dicevo nel corso della pandemia, abbiamo oggi ancora di più la possibilità di costruire – anzi, di ricostruire – ciò che siamo.

Se solo lasciassimo che la costruzione esteriore fosse il riflesso della ricostruzione interiore, se solo ci slegassimo dal pensiero degli altri per sviluppare un senso critico personale, se solo volessimo intraprendere il percorso di liberazione, il buon cammino di verità su noi stessi, tutto – pezzo dopo pezzo – cambierebbe. E non perché vorremmo che tutto cambi per forza, ma perché ci accorgeremmo di una dinamica tipica dell’esistenza umana:

ciò che accade fuori di noi accade anche dentro di noi, e ciò che accade dentro di noi accade anche fuori di noi. Dobbiamo solo rendercene conto.

E allora, iniziamo una ricostruzione interiore, partendo dalla conoscenza di noi stessi. “Conosci te stesso”, diceva l’oracolo di Delfi. Un invito sempre attuale, oggi più che mai. Cominciamo dai nostri sentimenti, senza avere paura. Saperli definire, saper chiamare le emozioni che proviamo, anche le più brutte e quelle che per un motivo o l’altro ci spaventano, è il punto di partenza fondamentale per poter agire più liberamente.

Mentre agiremo questo cambiamento interiore, vedremo che anche il mondo attorno a noi cambia. Non si tratta di pensiero magico, ma della realtà di un punto di vista personale che fa parte di ognuno di noi: cambiamo gli occhiali con i quali osserviamo il mondo a partire da noi stessi, e sarà il mondo stesso a cambiare.

Certo, è raro che una persona sappia far partire questo cambiamento da solo, in autonomia: abbiamo per lo più bisogno di aiuto per far partire la ricostruzione interiore, ma se sappiamo cercare, ce ne viene dato molto, a partire da quello di psicologi o educatori ben formati, per non parlare delle figure di filosofi che sempre più agiscono all’interno di strutture scolastiche (per rimanere nel mio ambito personale di lavoro). Io stesso propongo dei percorsi di riconoscimento e ricostruzione interiore, partendo dal vissuto della filosofia mistica della conoscenza.

La personalità interiore solida – attenzione: non granitica, immodificabile, ma duttilmente solida – si costruisce partendo dai mattoni basilari dell’esperienza di ciascuno: le emozioni, i sentimenti, i loro riflessi sul corpo, il rapporto tra anima e corpo, l’esperienza di scelta, le ricadute sulla società e il nostro vivere in comunità, e così via, verso la piena capacità di agire riconoscendosi in ciò che si fa, cogliendo i collegamenti tra tutte le nostre esperienze.

La verità di noi stessi parte sempre dalla verità su noi stessi.


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