43 – Angoscia

In questo articolo del Dizionario delle parole usurate voglio provare a offrire una nuova riflessione sull’angoscia, in parte debitrice di filosofie altrui, ma in buona parte fondata su quella filosofia mistica della conoscenza di cui vado offrendo un approfondimento ormai da un paio d’anni a questa parte.

L’angoscia dell’uomo nasce dal niente che egli può sempre affermare di se stesso, da quel nulla concettuale – che è poi origine di ogni nichilismo – che deve per forza di cose stabilire di sé allo scopo di potersi conseguentemente definire come differente da ciò da cui deriva. E ciò da cui deriva è il Tutto dell’Origine divina.

L’essere umano è costituzionalmente indirizzato al nulla (un nulla concettuale che si concretizza in un ni-ente deterministico), e per non ricadere in esso, fa di tutto, oppure non fa nulla.

L’angoscia è il sentimento prevalente dell’esistenziale nel conatus dell’Essere. Si tratta del trasporto emo-affettivo dell’essere-umano che si accorge del vuoto di cui è composto e che, tale vuoto, deve assolutamente riempirlo. Dario Antiseri può aiutarci a completare il quadro. Secondo lui, infatti, “l’angoscia è l’esperienza del nulla – del nulla di senso; e richiesta del tutto – del tutto di senso, cioè di un senso del tutto”.

Si tratta del sentimento che ci indica con precisione la nostra posizione nei confronti del Tutto: riusciamo a dare un senso al Tutto oppure tale Tutto ci appare privo di senso?

Nel primo caso, essa rivela la sua grande scuola, poiché ha, come pensava Kierkegaard, la capacità di formare poiché

distrugge tutte le finitezze scoprendo tutte le loro illusioni. […] E nessun grande inquisitore tien pronte torture così terribili come l’angoscia; nessuna spia sa attaccare con tanta astuzia la persona sospetta, proprio nel momento in cui è più debole, né sa preparare così bene i lacci per accalappiarla come sa l’angoscia; nessun giudice, per sottile che sia, sa esaminare così a fondo l’accusato come l’angoscia che non se lo lascia mai sfuggire, né nel divertimento, né nel chiasso, né sotto il lavoro, né di giorno né di notte.

S. Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia.

L’angoscia va ascoltata, ed è qui la maggior parte della difficoltà per l’essere-umano che vive la sua quotidianità, perché l’angoscia in realtà provoca una repulsione che spinge distanti dall’Origine che al Tutto può dar senso. 

L’angoscia è precisamente il sentimento che ci segnala quanto siamo vicini e, nel contempo, distanti dalla presenza del Divino nella nostra vita, il che significa: quanto lasciamo che noi stiamo con-il-Sapiente che è nel Divino (cioè quanto ci riconosciamo nell’Essere), oppure quanto lo tagliamo fuori dalla nostra esistenza, riducendola a mero oggetto dotato di un inizio e di una fine. 

La conoscenza dell’essere-umano non è altro che il tentativo di rispondere a tale angoscia riempiendo di contenuti narrativi il vuoto che si è creato dalla propria retrocessione rispetto al Tutto del Divino: ciò che Kierkegaard chiama peccato originale. Ancora una volta, è in questo modo che “Dio che vuole essere amato, discende con l’aiuto dell’inquietudine in caccia dell’uomo”. Tale caccia prende in realtà la forma di un appello costante, sempre presente, che va unicamente ascoltato. Per ascoltare tale appello è necessario, tuttavia, fare in qualche modo i conti con la propria angoscia, ed è perciò proprio la repulsione provocata dalla sostanza di tale angoscia a determinare spesso la Persona per una opposizione a tale appello, per un non-ascolto alla Voce divina e per una chiusura alla Luce originaria.

Capiamo così come non “appena la psicologia ha finito di studiare l’angoscia, questa va consegnata alla dogmatica”. L’unica risposta all’angoscia, in effetti, non può che essere un affidamento fondamentale, che è proprio ciò che può risolvere la sostanziale differenziazione dell’Essere Umano dall’Essere Divino. Un esistenziale (cioè un essere-umano) che voglia far ritorno al Divino, all’unificazione originaria, non potrà compiere il suo santo viaggio fino a quando non sia un atto integrale del Divino a sussumere l’esistenziale stesso in sé, il che – lo sappiamo dall’esperienza della vita di tutti i secoli – non è pienamente possibile in questa vita. L’angoscia è perciò destinata a permanere come sentimento basilare, mitigato o gestito tramite l’affidamento fondamentale, con il risultato di produrre altri sentimenti fondamentali, quali la nostalgia, la sorpresa, il desiderio, la noia e la nausea.

Certo, è necessario distinguere l’angoscia come sentimento filosofico dall’angoscia come può essere compresa (ed eventualmente “curata”) dalla psicologia: non si tratta di quell’ansia al cubo che la psicologia descrive in una scala di tre: ansia sana, ansia patologica e angoscia, ma, come abbiamo visto, del segnale fondamentale di una assenza incolmabile.

Se l’ansia psicologica può essere legata alla paura, al panico, al timore, l’angoscia filosofica è più legata, eventualmente, alla tonalità psicologica tipica della tristezza o della solitudine, segnali del vuoto da colmare.


3 risposte a "43 – Angoscia"

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