42 – Competizione

La competizione è l’anima del commercio e degli affari, si dice, un concetto che in ambito di mercato si traduce in concorrenza. Cosa succede se la competizione si trasferisce dal commercio alla vita di tutti i giorni?

Iniziamo, come al solito, dall’etimologia. Competizione ha la stessa derivazione del concetto di competenza, e cioè cum-petere, che significa “andare insieme” o “far convergere verso un unico punto”. Solo che in questo caso, anziché offrire la possibilità di una interpretazione (lo ricordo, nel caso della “competenza” c’era la possibilità di scegliere se collaborare o se sfidare gli altri nello sviluppo di una competenza), pare esserci un unico prevalente modo di intenderla.

La competizione è sempre per stabilire chi o cosa è il migliore.

La competizione è infatti tipica del commercio, anzi, ne costituisce l’anima per poter stabilire il predominio su un certo tipo di mercato e guadagnare di più. La competizione è, di conseguenza, tipica anche del lavoro, dal momento che anche il lavoro è un oggetto che ha un prezzo (infatti si parla di mercato del lavoro). Infine, la competizione viene considerata uno sprone a migliorare se stessi: per farlo, è evidente, bisogna voler risultare migliore degli altri con i quali ci si confronta.

La competizione è sempre più cruciale in ogni ambito formativo: le scuole puntano, non da ultime, sulla competizione per far crescere i loro alunni (sia a livello qualitativo sia a livello numerico). Sebbene venga affermato che sia importante imparare la collaborazione, è ormai la competizione a farla da padrona. L’insegnamento non si sviluppa attendendo armonicamente lo sviluppo di tutti, ma segue certi step ai quali gli studenti devono attenersi. E a partire dalle scuole primarie, chi rimane indietro è in realtà spacciato. Il sistema della valutazione tramite il voto, poi, crea una classifica alla quale ci si rapporta tramite un meccanismo preciso: per l’appunto, quello della competizione.

Lo sport è competizione, l’apparenza è competizione (sono abbastanza bello/a?, sono abbastanza bravo/a?, sono abbastanza furbo/a?), la religione è competizione (la mia religione è più vera della tua; io sono meno – o più, a seconda di ciò che si vuole dimostrare – peccatore di te), l’amore è competizione (ma anche il sesso).

Siamo sicuri che tutto questo vada bene? Qual è il limite della competizione nella vita delle persone? Ma soprattutto, non sarebbe meglio pensare ogni ambito dell’esistenza come collaborazione?


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