Liturgia /5 – la comunità

La comunità, un altro dei grandi problemi della liturgia. Perché la liturgia si vive in comunità, con altre persone, come ogni rito che sia reale e non solo illusorio. Non esistono riti che valgano in solitudine: seppur compiuto da soli, un rito inserisce sempre nella comunità invisibile. Ma qual è la comunità nella quale la liturgia avviene o nella quale ha senso che avvenga?

La domanda può sembrare banale, ma non lo è per tutta una serie di motivi. Proverò a identificare tali motivi attraverso una serie di domande.

Cos’è una comunità? Sono due persone? O magari, persino una, fisicamente da sola, unita alla chiesa invisibile come faceva Charles de Foucault nel deserto? E cosa significa la chiesa invisibile? I lontani? Gli assenti? I defunti? E se pensiamo alla comunione dei santi, che comprende i defunti, in che modo viviamo perciò questo loro essere “defunti”? Come un pensiero o come una presenza normale? E siamo disposti a concedere qualcosa all’essere dei defunti, un essere che superi l’esistenza per come la concepiamo? Crediamo davvero, “veramente”, nella vita di coloro che consideriamo morti, di coloro che sono defunti?

Vi sarete accorti che dietro queste domande, si nasconde un retropensiero che è sì presente nei discorsi dei cristiani, ma che forse non viene mai preso sul serio fino in fondo, con tutte le sue implicazioni, se non a livello di grandi pensatori:

  • per fare una comunità non serve la sola presenza fisica, cioè non basta ritrovarsi all’interno di un edificio o in un luogo, “comandati” da una occasione liturgica – è necessario sapere e vivere personalmente la presenza “disturbante” dell’altro. è necessario soffermarsi sul perché ho utilizzato questo termine: “disturbare” ha un significato che per lo più viene preso sottogamba. In latino, infatti, significa “scompigliare, sparpagliare”. In che senso, perciò, l’altro – il fedele che, come me, partecipa alla celebrazione – mi disturba con la sua presenza? Nel senso che scompiglia ciò che io sono nelle normale collocazione relazionale della settimana, nella consuetudine della quotidianità che mi trovo a vivere. Accade quasi sempre che io porti dentro la chiesa la tipologia relazionale che vivo nella vita fuori la chiesa: la famiglia per come ho deciso di costruirla io, le relazioni d’amicizia per come le ho scelte personalmente, la famiglia che mi sono ritrovato alla nascita, e via dicendo. Qual è il luogo della comunità – della “ecclesia” – come famiglia nello Spirito? Lo Spirito è fuoco e dovrebbe farmi bruciare, facendo al contempo terra bruciata di tutto ciò che è umano-troppo-umano, comprese le mie preferenze relazionali. Perciò, ecco il posto del con-fedele: mi lascio disturbare (scompigliare) da lui, e fino a che punto? Ecco l’importanza della presenza fisica dell’altro durante la celebrazione. Ogni celebrazione online – come molte che abbiamo visto durante i vari lockdown – purtroppo elimina a piè pari questo appello disturbante.
  • Per fare una comunità serve, però, anche la presenza degli assenti. Ora, come fanno a essere presenti gli assenti, coloro che non sono più dotati di un corpo e di un’anima, coloro che sono passati a miglior vita? Li portiamo nel nostro cuore? Nella nostra mente? Ed è sufficiente un pensiero per renderli effettivamente presenti? Fosse così, la morte sarebbe davvero un nulla, anche nella nostra esperienza quotidiana. Forse è il caso di considerare che i defunti – i santi – sono presenti in un modo differente da quello del pensiero o del cuore. Forse è il caso di considerare che essi sono presenti esattamente allo stesso modo dello Spirito. Non è un venticello, e non è nemmeno un fuoco metaforico; non si tratta di un’idea che si fa strada e nemmeno di uno spirito alla stregua d’un fantasma; non è nulla di eccezionale e nulla di soprannaturale. Lo Spirito è quanto di più “naturale” esista: bisogna, però, concepire nel modo giusto questo concetto di “naturalità”. Natura non è la biologia, natura non è la fisiologia, natura non è “il mondo della natura (alberi, fiori, farfalle, ecc.): natura è il modo in cui l’esistenza si esprime nel disegno di Dio.
  • Soffermiamoci, allora, ancora qualche riga su questo concetto, perché in nome del concetto del “disegno di Dio”, si sono dette (e fatte) nefandezze incredibili, secondo le quali ci sarebbe qualcosa che è secondo natura e qualcosa che è contro natura. Ora, queste ultime due sono categorie da usare con i guanti, perché è pur vero che esista qualcosa che è contro natura, ma è esattamente ciò che va contro Dio. Chiariamo, dunque, cosa sia ciò che va contro Dio, chiarendo in che modo Dio sia la natura. Dio è natura di tutto, perché il Tutto è Divino. Attenzione, non sto dicendo che tutto, cioè ogni cosa, è Dio, ma sto dicendo che ogni cosa procede da Dio perché… non c’è nulla che sia “fuori di Dio”. Ciascuno di noi e ogni esistenza nell’universo si muove “dentro” Dio (lo dice San Paolo, non io), perché “nulla”… non può essere fuori Dio. La doppia negazione non è un errore, ma è il modo corretto di dire le cose: se ci fosse qualcosa fuori Dio, ancorché il “nulla”, Dio sarebbe una creatura, un “oggetto” accanto a un altro oggetto (costituito quest’ultimo dal concetto del “nulla”). Per questo, il modo giusto di parlare di Dio e delle esistenze è che “tutto è in Dio”. Tutto, perciò, è natura. Lo Spirito è la vita che tutto travolge. E la morte? Nella Bibbia (Vangeli compresi) non se ne parla forse come di un sonno, come di un dormire? Perché, allora, ci fissiamo con l’idea che la “morte” sia quel “nulla” che abbiamo visto non poter nemmeno essere preso in considerazione se si pensa Dio? Pensare che la morte sia la fine – cioè il passaggio nel nulla – di qualcosa o qualcuno che prima c’era, è affermare una bestemmia, perché significa implicitamente dire che Dio – se considerato come oggetto accanto al nulla possibile – potrebbe anche non essere. E allora, consideriamo che tutto, perciò, diventa “essere”, e lo Spirito è l’Essere che si comunica nella vita di ogni giorno, di ogni esistenza, di ogni realtà: potremmo mai ridurlo a un puro pensiero? Se quindi i santi, i defunti, sono ancora, ciò vuol dire che sono nel Tutto, ovverosia, che ci sono ancora, che non sono andati via, perché tutti continuiamo a esistere in Dio.

Siamo pronti a credere questo? Crediamo davvero nella comunione dei santi?

La comunità è argomento fondamentale per pensare a ogni liturgia e a ogni rito, perché non posso celebrare un rito da solo, ma ogni gesto rituale e liturgico ha sempre un significato che nasce e si sviluppa nel rapporto con l’altro. Ma l’altro che c’è accanto a me nel rito, come si intrattiene con me, come mi si lega, e io a lui o a lei? E mi interessa davvero, muove la mia attenzione e la mia intenzione nei suoi confronti?

E si tratta dell’altro considerato come parte interna alla parrocchia, o come persona esterna? E ha ancora senso parlare di comunità parrocchiale, quando ormai la comunità della liturgia, domenicale e non, ha le provenienze territoriali le più varie? Forse la comunità supera la parrocchia? Forse comprende anche quegli assenti in corpo che però sono presenti in spirito? E quel mio fratello (in spirito e in quanto storia passata) che è adesso pittore in Libano, fa parte anch’egli della comunità per la quale e nella quale vivo la liturgia, qui e ora? La mia preghiera non è anche per lui seppur in altro momento (ma il tempo del rito è eternità) e in altro luogo (ma lo spazio del rito è ubiquità)? 

La comunità – una seria e reale, profonda riflessione sulla comunità – è forse uno degli argomenti principe per un rinnovamento liturgico più che mai necessario.


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