Quale cura con la didattica a distanza?

La Didattica a distanza, metodologia controversa, amplia situazioni, crea possibilità, evidenzia limiti e problematiche. Mi sto dedicando in modo particolare a quest’ultime, convinto come sono che la DaD sia stata in qualche modo “rovesciata” su noi insegnanti di colpo, spingendoci a confrontarci con un oggetto poco conosciuto.

In questa riflessione vorrei soffermarmi sul rapporto che c’è tra la Didattica a Distanza, che si esplica in un utilizzo del mezzo digitale che sia intenzionalmente educativo, e le situazioni esistenziali in cui si trovano gli insegnanti che la devono utilizzare. Quali conseguenze è possibile riconoscere su un corpo docente che è già, per mille motivi, frammentato e in difficoltà?

Poniamo alcuni elementi base: nella Didattica a Distanza c’è:

  • uno strumento, la device tecnologica, sia essa computer fisso, tablet o cellulare
  • che viene utilizzato per rivolgersi a degli studenti e ai loro genitori (con quale intento, ci si chiede: è un intento unicamente educativo?)
  • da un insegnante, che si suppone sia in grado di utilizzarlo.

Tuttavia, è necessario fare alcune osservazioni.

  1. Non è detto che tutti abbiano una device tecnologica, e non è detto che possano procurarsela: il famoso bonus docenti, quei 500€ che l’On. Renzi ha destinato agli insegnanti di ruolo, non giunge, per l’appunto, ai precari, che spesso sono quelli in condizioni economiche più difficili; laddove non arriva il bonus docenti, in alcuni casi arriva l’Istituto per cui si lavora, che talvolta riesce a mettere a disposizione il mezzo tecnologico.
  2. L’intento educativo: cosa vuol dire educare? Ex-ducere, condurre fuori, fuori dal sé ristretto e suscettibile di crescita dello studente, il che vuol dire che l’educazione si rivolge all’anima dello studente. Ma per ottenere questo risultato, è necessario il confronto persona-persona tra insegnante e studente: attenzione, non persona virtuale-persona virtuale, ma persona fisica-persona fisica, perché è attraverso il modo di porsi, è attraverso la fisicità dell’essere-umano, è attraverso l’energia silente di uno sguardo o di un non-verbale che passa l’insegnamento, non soltanto attraverso le parole e l’immagine di un volto più o meno sgranato. Inoltre, sarebbe necessario chiedersi quante volte, attraverso la Didattica a Distanza, si vogliano raggiungere i genitori anziché gli studenti, perché noi insegnanti non possiamo nasconderci che spesso preferiamo raggiungere il risultato educativo attraverso l’ascolto (forse) eccessivo delle esigenze e delle aspettative dei genitori.
  3. L’insegnante, per il quale ho già indicato in questo articolo il rischio “alienazione”, deve essere in grado di utilizzare lo strumento, il che non è per nulla assodato. Di qui, molti corsi, ovviamente in video-conferenza, che si stanno organizzando per correre ai ripari.

Ed ecco dove nasce il problema o, come si sarebbe detto un tempo, dove “casca l’asino”: si scopre di colpo, in modo evidente, che non tutti gli insegnanti sono in grado di rispondere all’aspettativa creata attraverso la Didattica a Distanza.

Ogni insegnante è, infatti, un essere umano, e come tale vive i suoi talenti, riesce spesso a esprimerli (altrimenti non si spiegherebbe l’eccellenza scolastica italiana, checché se ne dica), ma vive anche i suoi limiti, le sue difficoltà vitali, più o meno gestite. Parliamo di madri di famiglia (non è mistero che la maggior parte degli insegnanti siano donne) che, oltre a dover rispondere dei propri studenti e della loro crescita, devono rispondere anche delle esigenze familiari in una società che è ancora (pur)troppo maschilizzata. Parliamo di insegnanti che, bravissimi nel contatto diretto con i loro studenti, nel quale sanno donare tutto ciò che sono, dal mezzo tecnologico si sentono inibiti (vogliamo parlare di insegnanti sessantenni che devono di sana pianta “imparare” un rapporto con il computer o con il tablet?) e diventano marginali. Parliamo di persone, esseri-umani, che vivono singolarmente situazioni esistenziali ai limiti o dentro la sofferenza, per i mille motivi della vita, e che la “macchina digitale” porta in superficie in tutta la loro limitata capacità di inserirsi in questa nuova dinamica.

Stiamo parlando di quella che chiamo caritatevolezza: se nel rapporto giornaliero, all’interno del gruppo fisico di insegnanti c’è comunque la possibilità di venirsi incontro, di darsi un sostegno morale che passa sempre attraverso il fisico dell’essere qui-e-ora, di comprendersi e di, talvolta, accorrere in mutuo soccorso (già, gli psicologi non sono più a disposizione delle scuole, perciò noi insegnanti dobbiamo fare anche questo), nel rapporto mediato dalla “macchina digitale” tutto cambia:

con la Didattica a Distanza è sempre un insegnante e il computer. Che vi siano altre persone è un’illusione che, perché diventi qualcosa di più che un’illusione, necessita di alcuni fondamentali presupposti. Un’empatia pregressa, la capacità di parlarsi da “anima ad anima”, l’intenzione di esserci.

Nulla di tutto ciò che ho appena elencato è da dare per scontato. Se un insegnante vive in una situazione personale complicata, per non dire difficile – e di situazioni simili ve ne sono molte – in che modo, mi chiedo, potrà trovare il “mutuo” soccorso dei colleghi attraverso una macchina? La Didattica a Distanza ha la capacità di portare in superficie ogni problema, ogni pecca, ogni limite, e trovo francamente incredibile come si sia deciso di gettare gli insegnanti in questa modalità, senza che fossero minimamente preparati. Oltretutto, con l’obiettivo di coprire la didattica che si faceva precedentemente.

Il risultato non può che essere uno, e già si sta vedendo nelle compagini scolastiche: insegnanti marginalizzati, ansia crescente per l’obiettivo dell’efficienza da perseguire a tutti i costi, poco o scarso feedback dalle famiglie, che si devono sostituire agli insegnanti nel ruolo educativo che fino a un mese prima era loro delegato quasi in toto.

La DaD è uno strumento, tecnologia, e dal momento che sta prendendo il sopravvento sull’adeguatezza, maggiore o minore non importa, degli insegnanti allo strumento stesso, si rivela sempre più nella sua mancanza di “caritatevolezza” verso l’essere-umano che lo deve usare. Cartina di tornasole per questa mia posizione personale è il rapporto con i bambini disabili: cosa si riesce a ottenere con loro tramite la DaD? Troppo spesso, la loro marginalizzazione. Ciò che accade agli insegnanti accade anche agli studenti: il device digitale utilizzato per l’educazione sostitutiva si sta rivelando come un grandissimo agente discriminante.

Una riflessione da parte di tutto il corpo docente delle scuole d’Italia si mostra sempre più necessaria, subito, o forse, anche prima.


3 risposte a "Quale cura con la didattica a distanza?"

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