Didattica a distanza: rischio alienazione

Un riassunto di questo articolo è già stato pubblicato ieri su OrizzonteScuola. Lo trovate qui.

Da quando è iniziata questa crisi sanitaria, ho provato, come insegnante che ha a cuore l’educazione nel senso più profondo, un fastidio strisciante, una difficoltà che ha mostrato, settimana dopo settimana, il suo vero volto solo in questi ultimi tempi e che, soprattutto, mi evidenzia come il mio sguardo sia particolarmente differente da quello della maggioranza degli insegnanti con cui lavoro. Credo, però, valga la pena di condividerlo: molti sguardi, molti spunti, verità più completa.

Mi riferisco alla cosiddetta Didattica a distanza, che – più o meno giustamente – la ministra Azzolina ha imposto a tutte le scuole (dell’obbligo, verrebbe però da chiedere, perché ciò accade anche per la Scuola dell’Infanzia, che scuola dell’obbligo non è). Di colpo, gli insegnanti di ogni ordine e grado si sono trovati a dover mettere in campo competenze che non avevano.

Da parte mia, ho provato a interrogarmi su cosa vi sia di tanto fastidioso nella Didattica a Distanza, che cosa, di questa modalità scritta a lettere maiuscole in articoli e decreti, urti la mia sensibilità. Non è, in fin dei conti, uno strumento che offre la possibilità di lavorare in modo più sereno e comodo? Tutto sommato, con la Didattica a Distanza ogni insegnante si trova in un contesto casalingo, più tranquillo e rilassante di quanto non siano di solito i confronti nelle Intersezioni o Interclassi, per non parlare dei Collegi Docenti. Inoltre, i ragazzi (o, nel mio caso, i bambini) non li hai di fronte, sempre pronti, come sono, a richiamare la tua responsabilità educativa minuto dopo minuto. 

Bene, si potrebbe dire. Eppure, qualcosa non va. Metto a disposizione di tutte le colleghe e di tutti i colleghi (ebbene sì, ci sono anche molti uomini nel mondo dell’insegnamento) le mie riflessioni. Partiamo dalla situazione pre-crisi, astraendo al massimo. 

Noi insegnanti abbiamo come obiettivo l’educazione dello studente, sia esso di uno o due anni, di tre o di sei, di dieci o di quindici, o di vent’anni e più. Per giungere a quel risultato tanto importante costituito dall’educazione dello studente, diversi elementi collaborano tra loro. Tali elementi sono: 1) una programmazione, 2) un insegnante, 3) degli strumenti educativi e 4) la buona volontà degli studenti e delle famiglie. La corretta catena che li metta in connessione per giungere a un’educazione efficace dovrebbe essere quella che prevede che

  • un insegnante dia tutto ciò di cui è capace, ovverosia il proprio talento personale,
  • attraverso una programmazione, scelta più o meno collegialmente,
  • facilitato in ciò da strumenti educativi, che sarà l’insegnante a scegliere secondo l’occasione,
  • per educare uno studente, cioè farlo essere sempre più se stesso facendolo uscire da se stesso,
  • con il supporto responsabile delle famiglie.

Se ogni elemento funziona nella giusta proporzione, vi sono buone possibilità che lo studente riesca in effetti a divenire migliore. Devo dire che nelle Scuole dell’Infanzia, in cui lavoro, ciò accade spesso, se non quasi sempre.

Purtroppo, però, assisto da tempo a un logoramento progressivo: vi è uno slittamento degli elementi di questa catena educativa, e l’insegnante passa sempre più dall’essere soggetto educante che si pone costruttivamente nei confronti del soggetto studente all’essere strumento educativo, e la sua posizione di soggetto educante viene, invece, sempre più assunta o dalla programmazione collegiale o dagli strumenti educativi stessi, spesso imposti dall’alto nella qualità di “formazione obbligatoria”. Tacendo delle famiglie e dello spazio che vien dato loro nella compagine scolastica.

La catena diventa perciò la seguente:

  • la programmazione diviene la struttura all’interno della quale
  • un insegnante deve muoversi per educare
  • attraverso degli strumenti educativi
  • uno o più studenti
  • tenendo conto delle aspettative delle famiglie. 

Si tratta di un’alienazione progressiva, che vede gli insegnanti di ogni ordine e grado sottostare sempre di più a programmazioni, più o meno condivise, che non permettono loro di esprimere appieno ciò che essi sono; talvolta temendo, oltretutto, l’ingerenza delle famiglie e il potere che viene loro concesso da molti Dirigenti Scolastici. Essere pienamente se stessi, porsi in una relazionalità autentica è per l’insegnante l’unica modalità con la quale la relazione educativa può essere pienamente a favore di una crescita culturale-spirituale dello studente. Nostro malgrado, ciò deve però accadere sempre più all’interno di paletti e tasselli che vengono stabiliti altrove. Continua a esistere l’autonomia didattica dell’insegnante, che però è, spesso, di fatto vanificata dal doversi attenere a ciò che viene altrimenti stabilito. 

Questa era, dicevo, la situazione precedente alla crisi sanitaria. Cosa sta succedendo, adesso, con il concetto di Didattica a Distanza, che, nei fatti, si traduce in utilizzo di piattaforme digitali (le più varie, sia sotto l’aspetto di resa tecnologica che di protezione della privacy)? Vi è uno slittamento ulteriore degli elementi, che non fa altro che aumentare il senso di alienazione degli insegnanti.

La catena educativa alla quale sto (stiamo?) assistendo è la seguente:

  • alcuni strumenti digitali divengono mezzi educativi, e, in quanto tali, vero soggetto di
  • un insegnamento massimamente simile a quello pre-crisi, tradizionale, cioè che vorrebbe consegnare (produrre, oserei dire) quanto si consegnava (o produceva prima).
  • Gli insegnanti stanno diventando strumenti al pari (o al servizio) di quelli digitali, per raggiungere un obiettivo prefissato, senza che sia più di alcun interesse il talento che è loro proprio.
  • In tutto questo, inoltre, le famiglie sono pressoché sparite.

Leggo da molte parti allarmi relativi a questa dinamica, perciò non credo di essere tutto solo nel rendermene conto; tuttavia, c’è una sorta d’inerzia da parte del corpo docente degli Istituti a non mettere in discussione le direttive che arrivano dall’alto. Ho notato una diffusa assenza critica nei confronti di questo strumento didattico, che è stato accettato in pieno senza colpo ferire, senza opporre nemmeno un dubbio.

La acriticità, però, non è degna degli insegnanti, che devono essere il primo baluardo a difesa dell’essere umano integrale. Educare vuol dire questo, vuol dire “portar fuori, guidare fuori” da sé un essere-umano, e il primo modo per farlo è ponendo in questione se stessi di fronte alla novità e, attraverso la propria confutazione, aiutare anche i propri alunni a essere migliori. Talvolta sottraendosi, talvolta dichiarando la propria incisività attraverso una minor presenza – come sarebbe stato, credo, il caso di questa situazione – anziché attraverso una presenza che si vuole massimamente uguale a prima.

Sarebbe stato, credo, il momento di fare un passo indietro e lasciare che i ragazzi, dai bambini a quelli più grandi, imparassero una buona volta qualcosa alla scuola della vita in un passaggio di secolo fondamentale, nel quale le famiglie in primis sono chiamate a educare i propri figli, come forse non accadeva da decenni, se non da un secolo intero, e non tramite programmi educativi, bensì tramite la condivisione più sincera e meno mediata di cui ci sia stata data la possibilità da tempo immemorabile. E noi insegnanti avremmo dovuto essere giustificati nel fare un passo indietro.

Ecco che, invece, è arrivata la Didattica a Distanza, che si muove sulla linea di un efficientismo della nostra società che non può essere negato, pena la perdita di senso di ciò che siamo stati finora. Eppure mi chiedo: non dovremmo essere noi insegnanti i primi a renderci conto che sta cambiando qualcosa, e in modo molto profondo?

Forse sto indossando degli occhiali che mi mostrano la realtà attuale più negativa di quanto non sia, ma se gli studenti stanno tutto sommato vivendo una situazione dalla quale possono imparare qualcosa di molto utile (la cosiddetta “scuola della vita”), gli insegnanti rischiano di alienarsi sempre più e di risultare, in fin dei conti, interscambiabili: la Didattica a Distanza è il vero soggetto dell’attuale trasformazione scolastica. E non per il meglio.


5 risposte a "Didattica a distanza: rischio alienazione"

  1. Grazie Fabrizio le tue riflessioni e considerazioni mi aiutano a riappropriarmi del mio ruolo di formatore / educatore / guida primariamente di me stessa ….per poi , responsabilmente e criticamente , poterlo ” ESSERE “con i SOGGETTI a me affidati , nel lavoro BAMBINI ..ma nella vita anche RAGAZZI / ADOLESCENTI visto come sono principalmente MADRE .

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