Per cristiani in tempo di virus

Credo che sia arrivato il momento di fare riflessioni serie e importanti, riguardanti la Chiesa, i sacerdoti e il modo di rapportarsi a questa emergenza pandemica. Il coronavirus sta portando in superficie, uno dopo l’altro, tutti i punti deboli del nostro modo di “essere società”.

Non ho la pretesa di dire cose nuove, dal momento che già eminenti studiosi hanno affrontato l’argomento. Vedi l’intervento di Giorgio Campanini su Avvenire del 29 febbraio, oppure quello di Andrea Grillo del 10 marzo su Munera o, ancora, quello di Umberto R. Del Giudice dell’11 marzo su Theoremi. Queste cose già dette le dirò, però, in un altro modo. A modo mio, facendo cioè leva su ciò che la filosofia mistica della conoscenza permette di cogliere di quanto sta accadendo.

Un problema di partenza: il modo in cui la Chiesa (Papa, vescovi, sacerdoti, fedeli) sta affrontando quest’emergenza. L’impressione che molti hanno (me compreso) è che la risposta di fronte alle misure adottate dal Governo non sia adeguata sotto molti aspetti, a partire dalla considerazione delle esigenze di questo invisibile agente virale che ci minaccia. Il Governo chiede chiusura, chiede sospensione della relazionalità più stretta, e lo fa con motivi adeguati, con fondamento: è necessario impedire la diffusione del contagio, e il modo più efficace in cui poterlo fare senza vaccino è sospendendo le modalità di relazione più stretta, quelle cui eravamo abituati. Niente più abbracci, niente baci, niente mano nella mano, niente strette di mano, niente assembramenti, niente passeggiate libere, niente “piazza-agorà”, insomma… la relazione come modalità di incontro viene sospesa.

Guardate, già questo aspetto la dice lunga, perché offre l’occasione per cogliere come questo coronavirus possa apparire, da un punto di vista simbolico, un riflesso di una problematica tipica della nostra società e che richiede sempre più spesso interventi specifici: la capacità di fare relazione. La relazione è, nella nostra società occidentale iper-moderna (ma, su certi aspetti, anche così iper-retrograda) e iper-evoluta, il vero malato: relazioni sempre più superficiali e incapaci di andare in profondità; relazioni sempre meno educate e preda di atteggiamenti immaturi; relazioni sempre più fittizie e veicolate da modalità standard (siano esse “buona educazione”, net-etiquette oppure abitudini); relazioni, infine, prive di una vera e propria “cultura della relazione”, nella quale si sia capaci di ascoltare e accogliere l’altro nella sua differenza. Tutto questo segnala una difficoltà relazionale tipica della nostra società.

Mi colpisce molto, perciò, che le uniche misure al momento adottabili per far fronte al covid19 siano quelle relative alla distanziazione sociale: in poche parole, misure che mettono in risalto quanto sia importante la relazione.

La relazione diventa, così, la seconda incriminata dopo quell’agente invisibile che abbiamo imparato a conoscere come una piccolissima pallina contornata da puntini rossi. La relazione si mostra in tutta la sua “malattia”, nella sua imperfezione e nella necessaria riappropriazione, per intero, secondo una modalità che sia di nuovo gioiosa, non spaventata, non limitata da finzioni o da abitudini, non asservita a maschere sociali. La relazione si palesa per il vero e proprio collante dell’umanità.

È proprio il concetto completo di relazione quello che rende possibile la costruzione di ciò che siamo: ogni persona si costruisce nella relazione con l’altro; ogni essere umano diviene umano perché “è” (essere) in relazione con altri esseri; ogni identità si crea nel confronto relazionale con le identità delle altre persone. Noi siamo relazione e nel momento in cui ci si chiede di esserlo di meno, ecco che questo aspetto dell’esistenza – un aspetto fondante, irrinunciabile perché ci costituisce fin dall’inizio, nel ventre della mamma che ci nutre prima che usciamo alla luce – emerge in tutta la sua importanza. Di qui i balconi affollati, di qui la scoperta delle molteplici risorse di internet (e, oserei dire, che internet e il digitale sono davvero una realtà “relazionale”, perché con nient’altro hanno a che fare che con la relazione), di qui il desiderio di mettersi in discussione per aiutare, tramite il silenzio e l’assenza, chi si sta battendo per la cura delle persone.

Ed ecco che chiamo in causa il modo in cui molta (troppa) Chiesa sta affrontando l’emergenza, perché in questa situazione… le chiese vengono chiuse, le celebrazioni sospese, i sacerdoti confinati. E per alcuni iniziano i problemi.

Vivendo in seno alla Chiesa e avendo a che fare con il mondo ecclesiale, ho dovuto constatare con dispiacere dell’incapacità di molti sacerdoti di vivere… senza celebrazione comunitaria. Vogliono a tutti i costi fare la messa, avere momenti di incontro a tu per tu, uscire dal divieto di assembramento. E non perché vogliano essere disobbedienti, ma perché – e qui arriva la parte più spiacevole di quanto devo dire – non riescono a concepire un’altra modalità di celebrazione. Alcuni gridano allo “scandalo” del chiudere le chiese. Altri diffondono ritualità di affidamento a santi e a protettori celesti che ormai sanno irrimediabilmente di medievale, quando non di “magico”. Alcuni, perfino, mettono a rischio sé e gli altri andando a trovare persone bisognose. Tutto questo, con la convinzione di avere un atteggiamento pio, anzi: il “pio” atteggiamento per eccellenza, cioè l’accudimento del prossimo.

Tuttavia, c’è un però: andare a trovare persone anziane significa, in questo momento, esporle a un rischio vitale inaccettabile. Fare la messa da soli e, magari, trasmetterla in tv indica un’incapacità profonda di accettare il “vuoto” e il “silenzio”. Inoltre, emerge in tutta la sua chiarezza la triste solitudine in cui moltissimi sacerdoti sono costretti a vivere da un celibato obbligatorio.

Non si riesce a cogliere, in questa situazione, quanto sia significativa la chiesa chiusa, quanto possa essere fruttuosa l’assenza di celebrazioni comunitarie, quanto risuoni il silenzio di un Dio al quale si vuole dare a tutti i costi una voce. E qui, infatti, entra pure una critica – concisa, rispettosa e piena d’amore come quello che nutro per questo Papa Francesco che ha saputo essere profeta in molte cose che ha fatto e detto – per il Vescovo di Roma, per il successore di Pietro.

Purtroppo, l’unica modalità che ha saputo esprimere in questa emergenza è quella di un padre sostitutivo del Padre, preferendola a quella di un vuoto da lasciar vuoto. Ricordo che il cristianesimo è la religione di una tomba vuota e di un Padre invisibile reso visibile da un Figlio che, però, ora non si vede più.

Le chiese vanno lasciate chiuse perché è arrivato il momento di comprendere fino in fondo (e la società laica pare, per una volta, esserci arrivata prima di quella cristiana) che Gesù ha detto che arriverà il tempo in cui non si pregherà più il Padre sul monte o nel Tempio, ma lo si adorerà in Spirito e Verità. È questo il momento.

Le celebrazioni comunitarie vanno lasciate sospese perché è arrivato il momento che ogni cellula familiare che compone la Chiesa riscopra davvero ciò che nel cristianesimo si è sempre affermato ma, forse, mai particolarmente praticato: la sacralità della propria unione e la comunione intima con il Padre. È questo il momento.

I sacerdoti, lungi dall’accettare supinamente o passivamente la propria solitudine, devono affermare con forza un’unica cosa: che tutti noi che siamo battezzati siamo sacerdoti, e che perciò loro non sono indispensabili. È questo il momento.

E il Papa? Cosa dovrebbe fare? Non voglio certo insegnare al Papa cosa sarebbe giusto fare, ma credo di poter indicare una modalità che, non solo io, avrei trovato più opportuna: lasciar parlare il silenzio di Dio, oppure, se proprio era necessario dire qualcosa (come credo sia in effetti necessario), parlare del passo in avanti che è possibile fare. E mi viene in mente la scena evangelica della guarigione del cieco nato: quando Gesù si avvicina a lui in compagnia dei suoi discepoli, i discepoli gli chiedono: “Chi ha peccato perché fosse cieco dalla nascita, lui o i suoi genitori?” Allo stesso modo, oggi potremmo chiedere (e la tentazione di dare subito una risposta negativa c’è in moltissima gente): “Chi ha peccato perché avessimo il coronavirus, noi o i nostri scienziati?” La risposta non può che essere la stessa data da Gesù: “Nè lui né i suoi genitori, ma è così per la gloria di Dio”.

Se c’è un unico e solo aspetto positivo che da un punto di vista religioso e spirituale è possibile affermare riguardo a questa pandemia, è che essa ci obbliga a interrogarci sulla relazionalità: non solo su quella che mettiamo in campo nei confronti delle altre persone, chiedendoci se sia una relazionalità sana o malata, ma anche su quella che viviamo nei confronti di Dio o del Divino o del Tutto, come preferite. La domanda di sottofondo potrebbe essere: come vivo il mio rapporto con Dio, con il Divino, con il Tutto in questa situazione di emergenza, nella quale io o i miei cari rischiamo la vita? Che tradotta vuol dire (domanda che ritorna spesso nella storia dell’uomo): com’è possibile che Dio permetta tutto questo?

La risposta di chi crede ma, ne sono convinto, anche di chi non crede nel caso in cui rivolga la domanda al Tutto o alla società in cui vive, la risposta sana, che non pretende di sostituirsi al Padre, che non pretende di piegarlo alle richiesta umane tramite processioni e/o catene di preghiere “magiche”, o che non pretende di sostituire l’accudimento di chi ci dovrebbe accudire, è solo una: mi affido, mi fido. Papa, sacerdoti, celebrazioni assenti e chiese chiuse (ma, se volete, anche i non credenti nei confronti della scienza o dell’organizzazione statuale) dovrebbero rimandare tutti a quest’unico approccio: mi fido. Affido la mia esistenza nelle tue mani. Allora sì che la gloria di Dio risalterebbe, perché essa passa sempre attraverso le persone concrete, fisiche e il loro senso di responsabilità nei confronti del prossimo. A partire dai medici, dagli intensivisti, dagli anestesisti, dagli infermieri, per giungere ai politici, alla gente comune, a noi cittadini. E ai preti e ai religiosi.

E forse scopriremo un livello superiore di esistenza, nella quale la relazione diventerà davvero più sana.


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