Messiah – su Netflix

Torno a recensire una serie televisiva che ho appena concluso di vedere su Netflix. Anzi, dovrei dire: che ho divorato. Si tratta del meraviglioso Messiah.

La recensione conterrà alcuni spoiler, motivo per cui, chi dovesse soffrire di spoilerosi acuta, eviti di continuare a leggere. Altrimenti, iniziamo.

Questa serie di 10 puntate racconta di un uomo che fa la sua “apparizione” alla cronaca locale nei pressi di Damasco, dove l’Isis sta per compiere il suo definitivo atto di conquista. E mentre i suoi cannoni sparano per invadere la città, un uomo sale sul muro di un edificio e invita a fidarsi di Dio, che non li abbandonerà. E in quel mentre, una tempesta di sabbia senza precedenti impedisce all’Isis di prendere la città. La notizia di costui, che viene subito definito al-Masih, “il Messia”, e da altri chiamato Isa, cioè Gesù in arabo, inizia a circolare in Medio Oriente.

Contemporaneamente, si inscenano le altre vicende che conducono il gioco su cui sarà basata tutta la serie: cioè lo scetticismo. Un’agente ebrea della CIA, donna che ha come credo la “verità”, ovviamente quella difesa e propagandata dalla sua Agency; un agente israeliano, Aviram, che ha perso la fede; due ragazzi amici che seguono al-Masih, uno dei quali (Jibril) si fida di lui mentre l’altro no (Samer); un pastore battista che, negli USA, ha seri dubbi sulla propria fede e si trova a combattere perfino con l’incredulità della propria famiglia.

Fino a qui, tutto bene. Si tratta dei soliti e ovvi problemi legati alla capacità di credere dell’uomo e della donna d’oggi. Ma che dire se questa incredulità è costretta a confrontarsi con qualcuno che parla e agisce in modo particolarmente “divino”? Perché Isa/al-Masih (interessante che questo protagonista della serie rimanga senza nome proprio per ben 8 episodi) non rimane confinato al Medio Oriente. Dopo aver salvato un bambino cui avevano sparato sulla scalinata del Monte del Tempio (miracolosamente salvato, come si vede da alcuni video locali), Isa inizia a essere indicato come l’uomo “dei miracoli”, tant’è che subito dopo fa la sua comparsa in America, di fronte a un tornado che sta distruggendo un intero paese, e salva una ragazzina. Ciò che più sconcerta, però, non è che l’abbia salvata, ma il modo in cui lo ha fatto: standosene senza timore di fronte al tornado che avrebbe potuto spazzarlo via (il tutto ovviamente ben ripreso da cellulari).

Da quel momento la notizia esplode. Le agenzie americane e israeliane cercano di tenerla segreta, ma ormai è impossibile frenare l’ondata di entusiasmo e di “fede nei miracoli” di quell’uomo che si sta diffondendo. La gente inizia a seguirlo, e chi ha dubbi comincia a interrogarsi sulla propria capacità di credere.

Non vi racconto altro per evitare di spoilerare di più, ma voglio sottolineare alcuni aspetti che mi hanno reso questa serie TV una delle più belle che abbia mai visto. Innanzitutto, vorrei precisare che l’ho vista nell’arco di una serata e di una mattinata. Sette puntate di sera (fino alle due di notte) e altre tre la mattina successiva. Ho dovuto interrompere solo perché crollavo di stanchezza, altrimenti mi sarei visto un unico filmone di otto ore.

  • La struttura della narrazione: è eccezionale, perché gli autori riescono a mantenere il dubbio circa Isa/al-Masih fino alla fine. Ogni opzione è in campo e non si tratta di un semplice mantenere la suspence, come si sarebbe detto una volta, per il gusto di mantenere sospeso lo spettatore. Ciò che viene raggiunto tramite questa tecnica è esattamente ciò che vivono i protagonisti della serie: un interrogativo pressante circa la propria capacità di credere. È infatti messo in scena il famoso interrogativo: “Se Cristo tornasse sulla terra per la sua seconda venuta, lo riconosceremmo?” (attenzione: non si tratta di spoiler, perché questa opzione rimane in campo dall’inizio alla fine, e la risposta si trova solo negli ultimi tre minuti della serie, perciò tranquilli, che non vi dico come va a finire).
  • La fede, questa sconosciuta. Il dato interessante, è che tutti coloro che sono chiamati a credere in questo supposto Messia, hanno dei dubbi. Li ha il pastore battista e la sua famiglia, li ha l’israeliano che – storicamente e biblicamente – dovrebbe essere in attesa del Messia, li ha la agente della CIA che afferma di credere in una verità oggettiva, li hanno i musulmani che credono nell’esistenza storica di Isa e nel suo ritorno alla fine dei tempi, ma che sono tentati di additarlo come al-Masih al-Dajjal (cioè il “falso profeta”, l’Anticristo, e infatti il dubbio c’è, e va di pari passo con quello che invece si tratti proprio di Gesù). I loro dubbi si evidenziano malgrado i miracoli che Isa è in grado di compiere, perché riescono a trovare una spiegazione sempre razionale. Proprio qui sta il punto nodale della serie…
  • …perché sembra che questo Isa sia disinteressato alle persone in quanto persone e che lavori solo per il disegno del Padre; e poi perché sembra che questo al-Masih agisca più per proprio interesse che per liberare il popolo dalla schiavitù; infine…
  • …perché la razionalità è in grado di trovare davvero una risposta a ogni interrogativo spirituale. Ma siamo sicuri che la risposta razionale sia la più adatta? Anche quando (attenzione SPOILER!) – in un episodio costruito in modo eccezionale – Isa cammina sulle acque davanti alle telecamere americane (e perciò di fronte agli occhi di tutto il mondo), nell’episodio successivo viene messa in scena la capacità di trovare una spiegazione “illusionistica” del gesto. Ciò che infatti faranno i media da quel momento in poi, complici i servizi segreti, che sempre più temono un rivolgimento mondiale perché Isa riesce a incontrare e convincere anche Mr. President, sarà scavare nel passato di quest’uomo venuto dal nulla, scoprendo molte cose. Anche Gesù, però, aveva un padre e una madre, giusto? E anche di lui ci si chiedeva: “ma non è forse il figlio del falegname?”, come per dire: cosa vuole insegnarci e chi pretende di essere un figlio di falegname? Peggio ancora, perché si scopre che (attenzione SPOILER!) Isa e suo fratello sono stati allevati da un illusionista e che anche il fratello è capace di fare… magie, tant’è che trasforma una matita in penna davanti all’obiettivo di una telecamera, dicendo che il vero punto “sta nel fare in modo che voi ci crediate”. (FINE SPOILER!)

Ecco, si tratta perciò di una serie che è in grado di porre l’interrogativo e di ficcarvelo dentro, sempre che siate capaci di lasciarvene irretire. Mi pare che il senso profondo di queste otto ore di spettacolo sia proprio la domanda sulla nostra capacità di credere, malgrado la società e la cultura nella quale viviamo, che tende a spiegare tutto con una razionalità asservita al dubbio totale.

Serie vivamente consigliata a tutti. Voto: 10/10!


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