La creatura del giardino /5

(continua da qui)

The_Mothman_Prophecies_-_Vоci_dall'ombraCerto che sapevo dov’era. Come avevo fatto a non capirlo fino a quel momento? Era talmente ovvio…

So dov’è.

Mi guardai attorno. Non c’era. Non era come quando mi trovavo in casa, che mentre ripensavo al mio passato, lei si era avvicinata e di colpo me l’ero trovata davanti. Perché non si trattava di trovarla in un posto piuttosto che in un altro, o no, nient’affatto!

So dov’è.

La gente è cattiva.

Vero, il pensiero che la gente fosse in fin dei conti cattiva mi aveva accompagnato da quando ero bambino. Si doveva solo alla capacità di controllare – e, direi, tenere a distanza – le emozioni che sorgevano dentro di me l’abilità nel non lasciarmi colpire e abbattere da questa certezza. Ero sempre stato capace di tenere a distanza simili pensieri. Ma adesso, per qualche motivo che non capivo, le cose si erano rimescolate. Non c’era più una netta distinzione come quella che avevo percepito fino alla mia veneranda età. Nossignori, ora… sapevo dov’era.

Non era accanto a me, non era nemmeno in casa. Così come essa non era negli spazi vuoti e bui dei garage notturni, non si era trovata davvero nemmeno sul sentiero che portava dal negozio di alimentari alla casa in cui vivevo da bambino.

La creatura era dentro di me.

Per questo motivo si mostrava solo in certi momenti. Diciamo, quelli di maggior sconforto, quelli in cui la realtà mi spingeva a tirar fuori il peggio.

Ci voleva la prova del nove… Sebbene fossi quasi del tutto certo di questa mia intuizione immediata (un’intuizione a dire il vero mai avuta in precedenza), avrei ben desiderato una sorta di prova del nove. Ma come fare?

Sospirai mentre muovevo un passo in direzione del mio giardino. Certo, un leggero timore si stava di nuovo acuendo nel petto, l’abitudine di paure passate si stava già facendo risentire, ma ero più che certo della mia conclusione. In casa non avrei trovato più nulla, ne ero più che mai sicuro!

Quindi arrivai fino alla rete e scrutai nel buio dentro il mio appartamento. Non si muoveva nulla. Anche guardando in linea d’aria la finestra del soggiorno, in controluce non si notavano movimenti.

Certo che no, è ovvio. L’hai già capito. Non è vera.

Mi arrampicai sulla rete, sperando di non essere osservato da alcun vicino. Ci mancava solo che qualcuno chiamasse la Polizia per segnalare che stavo violando il mio stesso domicilio. Balzai dall’altra parte, molto più sicuro di prima. Sebbene con il cuore di nuovo un poco rumoroso, rimisi piede in camera da letto. Provai una sicurezza mai avuta prima. Mi mossi nell’ambiente oscuro come se fossi in piena luce. Grazie alla luminosità che veniva dall’esterno – il lampione lontano gettava adesso la sua illuminazione piena dentro la stanza, non più ostacolata dalla tapparella – potei vedere l’ambiente in cui mi ero spaventato così tanto, da rasentare la follia.

Se qualcuno mi avesse visto, mi avrebbe giudicato pazzo. Uno spostato, un fuori di testa.

Guardai la mia immagine riflessa sullo specchio dell’armadio. Ero perfino uscito in mutande. Che vergogna! E se davvero qualcuno mi avesse visto, mentre rotolavo per terra in direzione del giardino, mentre scavalcavo la rete? Di più, mentre ero fermo in mezzo al parcheggio del condominio a decidere sul da farsi… Ero rimasto fermo come un baccalà per chissà quanto tempo, ricordando il mio passato, e mi ero totalmente dimenticato di essere in mutande, come nel peggiore degli incubi di bambino.

Mi infilai nello stretto spazio tra armadio e letto, per dirigermi nella zona cucina del soggiorno. Era tutto vuoto, come volevasi dimostrare. Non c’era nulla, né in bagno né nella zona oltre la libreria, verso la porta d’ingresso. Per ultimo, controllai il disimpegno. Ovviamente, nulla di nulla. Abbassai la tapparella fino a terra e socchiusi la porta-finestra. Lo stesso feci nella mia camera da letto. Quindi mi sdraiai di nuovo, nella speranza che sarei riuscito a prendere sonno. Qualcosa si muoveva dentro di me. Qualcosa. Non so bene cosa, ma così, su due piedi, decisi trattarsi dell’adrenalina che ancora circolava nel mio sangue. Infatti ci misi almeno un’ora per riabbracciare Morfeo, e per farlo dovetti mettermi a leggere un libro. Avevo sul comodino Io sono leggenda, di Matheson, nella versione Urania del 1989 intitolata I vampiri. L’avevo già letto, ma lo ripresi in mano e aprii sulla prima pagina.

Nei giorni come quello, in cui il cielo era coperto di nuvole, Robert Neville non era mai sicuro di quanto mancava al tramonto e a volte li trovava già nelle strade, prima di riuscire a rientrare in casa. Se non avesse avuto tanta avversione per la matematica, avrebbe potuto calcolare l’ora approssimativa del loro arrivo…

Mi risvegliai la mattina successiva. La prima immagine che vidi di me, fu il mio corpo adagiato con la schiena sulla spalliera del letto e il romanzo sulle gambe. Ci misi un poco a riconoscermi, ma quando vi riuscii, e mi piacque ciò che vidi, decisi che la giornata poteva cominciare. Solo dopo, verso le undici, presi la decisione di chiamare Marco.

Eravamo d’accordo che prima o poi, in quei giorni di fine agosto, ci saremmo rivisti per una cena assieme. Sperai che fosse libero, e quando la sua voce me lo confermò, anche con una certa allegria, dentro di me provai l’ebbrezza che si prova quando si è certi di aver segnato un punto a proprio favore.

Mi piace apparecchiare per bene, quando ho ospiti a cena. Quali essi siano, mi piace scegliere la tovaglia adatta (al limite uso tovagliette americane o runner, che trovo molto eleganti), i piatti dei colori giusti per le portate e i bicchieri necessari per le bevande. Il vino non può mai mancare, bianco per il pesce, ovviamente, ma rosso – altrettanto ovviamente – per la carne. È raro che usi rosati o bollicine, se non quando c’è da festeggiare qualcosa.

Vero, quella sera avrei avuto di che festeggiare. Potevo chiamarla festa della liberazione, in effetti, o festa della reconquista. Più semplicemente, quando Marco entrò in casa e al vedere la tavola così apparecchiata mi chiese cosa avremmo festeggiato, io gli risposi: “La nostra amicizia”.

Allora mi abbracciò, in fretta, e vestì la sua migliore allegria. Avevamo tante cose da raccontarci.

In effetti, lo ammetto, tirai comunque fuori delle bollicine: un Prosecco della Valpolicella, che avrebbe accompagnato le tartine di pane carasau con pesto di basilico fatto in casa e bottarga. Non conoscete questa combinazione? Provatela, è eccezionale. Al limite, potete sostituire il pesto con una crema di fagioli cannellini saltati in padella con olio, sale di Persia e pepe creola.

Quindi ci sedemmo a tavola, e quando fu il momento di passare alla prima portata, aprii il frigorifero e tirai fuori una terrina d’insalata. D’accordo, era un’insalata di indivia belga con fettine di mele, pinoli, uvetta passa e formaggio greco, ma forse Marco si aspettava qualcosa di più, vedendo come avevo apparecchiato il tutto. Non poté nascondermelo, perché vidi la sua espressione.

“Spero che sia sufficiente, per te”, gli dissi.

“Ma certo, nessun problema!” mi rispose per farmi contento. Ma glielo leggevo negli occhi, la sua soddisfazione stava velocemente scemando. Probabilmente si vergognò di quanto pensava, perché subito dopo ebbe un sussulto e tornò a chiedermi come andasse la vita, così, tanto per cambiare discorso. Era davvero da molto tempo che non ci si vedeva, e ne avremmo avuto di che raccontarci.

Però, prima, gli dissi, mi avrebbe dovuto aiutare a portare in tavola il vero piatto forte della serata.

Il suo sorriso mi comunicò tutta la sorpresa che fui in grado di suscitare in quel piccolo petto che si ritrovava, troppo striminzito malgrado tutta la ginnastica che faceva in palestra. Marco non sarebbe mai riuscito a diventare quell’ometto minimamente carino che desiderava tanto apparire agli occhi delle sue colleghe. Era e rimaneva uno sfigato.

“Allora, che devo fare?” mi chiese quando vide che mi ero perso nei pensieri.

“Vieni con me. È lì dentro…” Gli indicai il disimpegno.

Qualcosa dovette passare per la sua testa, un pensiero veloce, forse un avvertimento distante, ma che – com’era ovvio – non colse perché da Fabrizio, il buon quieto e passivo-nella-vita Fabrizio, non ci si poteva aspettare alcuna sorpresa. Quella cena era, secondo lui, quanto di più sorprendente avrei potuto preparare nell’arco di una giornata.

Sono questi i pensieri della gente. La gente pensa sempre queste cose.

Mi alzai e gli dissi di venire con me verso il disimpegno. La porta era chiusa. Mentre la aprivo, sentivo già i muscoli delle spalle tirare la maglia che avevo indosso. Quando poi udii il primo strappo dietro la schiena e Marco mi domandò cosa fosse stato quel rumore, io mi girai di colpo verso di lui, lo afferrai e lo gettai dentro la stanzetta.

Richiusi subito la porta e non feci fatica a tenerla serrata mentre Marco faceva di tutto per aprirla, perché la mia forza stava aumentando, in fretta. E vedevo gli effetti di quanto mi stava circolando nel sangue, di ciò che si era sprigionato dal cuore di cui tutti avevano abusato in quarant’anni, e lo vidi sulle braccia. Mutarono, la tela della camicia si tirò a tal punto da strapparsi, scena già vista in televisione chissà quante volte in uno di quei telefilm della Marvel. Ma la mia pelle era scura, stava diventando come legno bruciato.

Mi sentii trasformare completamente. Respirai affannosamente, per abituarmi a nuovi polmoni e a un nuovo naso, forse più largo. L’ossigeno che mi entrava in corpo mi faceva girare la testa, e solo quando pensai alla parola ‘testa’, mi resi conto che essa si trovava ben più in alto di prima. Quindi lasciai che Marco riuscisse ad aprire la porta.

Mi vide, indietreggiò, inciampò sui teli di plastica che avevo già sistemato dentro la stanza. Lo avevo visto fare in Dexter. Il serial killer preparava le stanze in cui avrebbe sezionato le sue vittime coprendo pareti e pavimento con teli di plastica. Facile da pulire, dopo il macello. Il mio amico retrocesse col sedere a terra fino alla porta-finestra, guardandomi con occhi spalancati, incapace di parlare. Incapace di capire.

Alla fine, perfino incapace di vivere. Spalancò gli occhi, le sue pupille focalizzarono sempre più un mondo forse differente, e nell’arco di pochi secondi non era già più con me. Certo, il suo corpo sì, e quello era l’importante, ma la sua anima – se mai Dio gliene aveva data una – non era più con lui.

Alzai lo sguardo, osservai ciò che si poteva vedere della mia forma tanto spaventosa attraverso il telo di plastica sul vetro.

Ero alto, sconcio di corpo, con il capo più grosso di una zucca e divisa in due corni, la fronte bernoccoluta, sopracciglia congiunte e occhi rossi stravolti, il naso largo e schiacciato, una bocca ampia come uno strappo, dalla quale uscivano due zanne che arrivavano al mento. Il mio petto era peloso, le gambe piegate verso l’esterno e le dita dei piedi larghe come quelle di una scimmia archetipica.

Andai in cucina, presi il set da coltelli. C’era da lavorare.

E ho scoperto tutto grazie a quanto mi è accaduto stanotte!

Grandi progressi in un solo giorno, che dite? Ho intenzione di essere me stesso, d’ora in avanti, ogni volta che posso. Non è mai bene fingere, la maschera sociale comporta il suo peso. Di tanto in tanto, però, bisogna toglierla e accettare quel che si è. C’è tante gente, lì fuori, pronta ad accusarti. E allora, io ho qualcosa per la gente. Il mio segreto. Lo rivelerò solo a chi deciderò io, magari tramite un bell’invito a cena.

Nel frattempo, mi godo il mio pasto. Poi, quando andrò a dormire, sono sicuro che mi verrà una botta di nostalgia per quella macchia più chiara tra le ombre del mio giardino, veduta nemmeno ventiquattro ore fa. Forse alzerò la tapparella e guarderò fuori, per riconoscere nel buio quell’effetto provocato dall’erba ingiallita. Adesso ho capito che, a volte, risalta nell’oscurità più totale. E pensare che ne ho avuto paura.

Pensare che, la gente, ha sempre giocato con le mie paure. Ora tocca a me giocare un poco con loro.

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