La creatura del giardino /4

(continua da qui)

The_Mothman_Prophecies_-_Vоci_dall'ombraSo dov’è, so dov’è.

Me lo dissi anche adesso che la stavo vedendo, nella parte finale del soggiorno.

So dov’è, sì, ed è lì, oltre la libreria.

Il suo corpo era fatto di un’oscurità quasi tangibile – una macchia contro la luce che veniva dall’esterno – respirava, quel petto enorme si espandeva, le braccia ne seguivano il movimento diaframmatico. Io feci del mio meglio per non fissare la testa spaccata. Perché quando la guardavo, avevo l’impressione che lei guardasse me.

Eccola dov’è. È qui con me.

Com’è possibile, mi chiese la mente spaventata e immobile. Non era capace di slegarsi da quella fissazione. La trovai una cosa assurda, un dato inaccettabile, che proprio mentre ero a pochi metri di distanza dal mostro della mia infanzia, rispuntato da chissà quale incubo, i miei pensieri si fissassero su quel concetto: so dov’è il mostro.

L’ho sempre saputo, in realtà?

Cosa fai, adesso? Te ne vuoi restare fermo lì? Dovrai pure andare da qualche parte…

Certo, rispondo a me stesso, posso chiudermi in bagno e aspettare che venga a prendermi. Magari prima si mostra spuntando da quel vetro che lo divide dalla camera da letto. Oppure… già, oppure posso rifugiarmi… nel giardino!

Non ci avevo pensato prima, tentando di rifuggirlo a ogni costo. Impossibile raggiungere la porta d’ingresso, che era proprio dietro le spalle della creatura, potevo davvero fare retromarcia, chiudermi in camera da letto a chiave per impedirle di seguirmi mentre tiravo su la tapparella, e poi lanciarmi in giardino, attraversarlo di corsa, scavalcare la rete e cercare di raggiungere la strada, dove c’era la civiltà.

Uh sì, e che civiltà! Alle tre di notte, troverò come minimo le strade completamente vuote. E ora che alzi la tapparella, la creatura avrà modo di tornare proprio in giardino attraverso l’altra porta-finestra. E me la troverò davanti.

Mi sentii perduto, non sapevo cosa fare, ma… so dov’è.

Il pensiero continuò a martellarmi, che senso aveva?

Tutto il tempo che impiegai in questi assurdi ragionamenti, infine, le diedero un vantaggio di cui non avevo tenuto conto. Un piede unghiato, nero come la pece, spuntò dallo stipite della porta e si posò davanti ai miei occhi. Ebbi un moto di repulsione, quello non era un piede normale (nossignori, non era nemmeno l’anormale piede di un mostro ‘normale’), bensì un nugolo di insetti, un vorticante insieme di piccole macchie scure che si accavallavano e si ammonticchiavano per dare forma a quello che sembrava un piede.

Mi tirai indietro, preda di uno spavento angosciante, scoprii che ci sono anfratti della nostra paura ben più profondi del peggior timore. Saltai sul letto, mi tuffai dall’altra parte, mi arrampicai alla corda della tapparella e l’alzai quel tanto che, aprendo la porta-finestra, mi avrebbe permesso di passare. Rotolai per terra, diedi una botta con la fronte alla barra inferiore del telaio, la mia pelle nuda percepì la sporcizia di una pavimentazione piastrellata che non pulivo mai, ma anche la differente temperatura, più fresca, dell’esterno. Mi alzai subito in piedi, attraversai scalzo il giardino, mi dovetti fermare una prima volta perché un dolore acuto all’alluce destro mi impedì di poggiare bene la pianta, zoppicai, proseguii facendo leva sul tallone, sbattei il piede sinistro contro una pietra e quasi mi staccai un’unghia

fai che non mi stia seguendo, fai che quella cosa sia ancora lì

però riuscii a raggiungere la rete. Quindi mi ci arrampicai e saltai dall’altra parte. Non mi fermai a guardare dentro casa. Adesso che ero nel parcheggio del condominio sul retro, potevo raggiungere facilmente la cancellata e, scavalcandola, proiettarmi sulla strada principale, dalla quale sarei corso verso l’appartamento dei miei genitori.

Ma quando feci per arrampicarmi, qualcosa dentro di me si incrinò, rendendomi più debole, quasi esausto. D’altro canto, mi sentii anche più freddo rispetto a quando mi trovavo in camera. Adesso che ero fuori, svuotato di colpo di tutta l’umida paura che mi aveva riempito, rimasi a fissare l’angolo oltre il quale c’era la rete del mio giardino. Sarebbe dovuto spuntare di lì, se solo avesse voluto seguirmi.

La creatura con la testa spaccata.

Fatta di buio e di paura.

Mentre il cuore si calmava, mi resi conto che quelle erano frasi che mi dicevo quando ero ragazzino. Quanti anni avevo? Forse…

Sedici. Sedici anni, e a questa età, la gente si aspetta che mi comporti da grande.

Me lo ripeto spesso, perché la gente te lo ripete spesso. Ti fa sentire idiota, se non le stai dietro. Ti fa apparire più cretino di quanto uno non sia realmente. La gente ti costringe a fare delle cose, a volte, anche se non vuoi farle.

E adesso, ora che ho finalmente compiuto sedici anni, mi costringe a scendere quella scalinata. Porta negli ultimi garage del grande condominio in cui abito, dove loro vanno spesso a giocare a Dungeons & Dragons. Ma loro ci vanno di giorno. Adesso, invece, è notte.

La gente spesso è cattiva. E anche i miei amici non sono da meno.

Non so più quante volte gli ho chiesto di poter giocare assieme a loro. Gliene sento sempre parlare in classe, li vedo con il Manuale del Master e con il Manuale del Giocatore. Ci sono disegni bellissimi, fighissimi, e hanno quei dadi strani. Li nascondono subito quando entrano i prof, ma nelle pause non fanno altro che mettersi d’accordo su quando e come giocare la prossima partita. Loro però mi hanno sempre detto di no, che sono uno sfigato di merda e che non vogliono persone strane come me.

Io non sono strano. La gente a volte è strana, invece.

L’ultima volta che gliel’ho chiesto, mi hanno detto che mi faranno giocare solo se sono pronto a superare una loro prova. È importante, mi dicono, perché in base a quello, capiranno se sono capace di affrontare ciò che va affrontato quando si gioca a Dungeons & Dragons. Non lo so cosa ci sia di così difficile da dover affrontare in un gioco, ma in ogni caso non voglio contraddirli, perché voglio far parte del loro gruppo.

“Tutto quello che volete”, gli ho detto su due piedi, rendendomi però subito conto che mi sono infilato un poco la coda tra le gambe.

Ora mi hanno detto ciò che pretendono. Sono le nove di sera, mi hanno dato appuntamento davanti alle scale che portano giù nei garage. Io ho pensato che vogliano subito portarmi nel loro covo per spiegarmi come si gioca. So che ci sono tante regole, ma non è un problema, perché mi piace imparare le regole. Invece, capisco subito che sono lì per la prova.

“Scendi. Vai sotto. E se ci arrivi, senza cagarti nelle mutande, sei dei nostri”, mi dice Francesco, quello che di solito fa il Master.

Io guardo laggiù, dove le scale a chiocciola si perdono nell’oscurità notturna. Che cosa ci vorrà? Nulla, mi dico. E mi muovo per fare il primo passo. Vado, scendo due o tre scalini, ma quando con gli occhi inizio a vedere che c’è un buio insondabile che si apre in un ambiente molto ampio, nel quale di giorno si possono vedere le porte dei garage ma che adesso è solo un pozzo di oscurità, qualcosa scatta dentro di me.

Un calore nel petto, il cuore che inizia a pompare sangue, il calore che si espande e la mente che cerca di giustificare quella sensazione.

È perché sai che c’è qualcosa, lì. Si annida nel buio, e loro lo sanno.

La gente lo sa, nel buio c’è qualcosa.

Cerco di forzarmi, di mettere sullo scalino successivo un altro passo, ma non riesco. La paura ha già la meglio, mi comanda, di più, mi ordina di non fare un altro passo, perché lei è lì, si nasconde nell’oscurità che temo da quando sono bambino.

Ma ora non sono più un bambino, cerco di convincermi.

Per queste cose non c’è età, mi dice però il cuore, che ora fa la corsa podistica per riuscire a inondare tutto il corpo con il suo sangue. Mi sento addosso un formicolio diffuso. La paura è paura, e l’età non c’entra nulla.

Papà dice che non ha senso, la paura.

Ma tu sai che invece lì dentro si nasconde qualcosa. Nel buio. Il buio è paura. Il buio è il rifugio della cosa.

E la gente lo sa. Per questo loro ti vogliono mandare lì sotto, perché vogliono eliminarti una volta per tutte. Non gli passa nemmeno per la testa l’idea di accoglierti nel loro gruppo.

Non posso fare altro che togliermi di lì il prima possibile. Perciò retrocedo.

“Eccolo, la femminuccia di mamma”, dice Francesco.

Ma io scappo, non me ne frega più nulla del gruppo che gioca a D&D. L’importante è scappare, allontanarsi da quel lago oscuro. Una volta che sarò nel mio letto, quella notte, farò di tutto per seguire il consiglio che arriva direttamente dalla parte più nascosta di me.

Fai finta che non esista. Dimenticala. È solo immaginazione.

(continua…)

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