La creatura del giardino /3

(continua da qui)

The_Mothman_Prophecies_-_Vоci_dall'ombraHo dieci anni. È inverno, di sera e sto tornando da un negozio di alimentari. Mia madre mi ci ha mandato a prendere un pacco di sale, che si è accorta solo tardi di averlo finito. Mi sono offerto io, mi piace andare a fare la spesa. Ma non quella volta, quella volta… dopo inizierò a odiare quella routine. Perché tornando, per la strada isolata che ho sempre fatto, ho incontrato la sagoma inconfondibile, cui darò un solo nome. Il nome della cosa che viene di notte. Il nome della cosa che mi bracca.

La paura.

C’è una stradina, poco più di un sentiero di ghiaia tra palazzi da poco costruiti ai confini della città, in una zona periferica che sa ancora di campagna, e quella stradina collega casa nostra ai primi negozi del quartiere, verso Verona. L’ho sempre percorsa senza alcun problema, senza mai nemmeno spaventarmi dell’oscurità che calava, perché quando accadeva, era per andare in chiesa a pregare il rosario assieme ai miei, oppure per andare a giocare a calcetto nel retro della canonica. Insomma, ho sempre avuto una certa dose di serenità giovanile, oppure di fervore amicale, ad accompagnarmi in quel tratto non più lungo di cento metri.

Però quella stradina fa una curva, quasi a gomito, attorno a una casa abbandonata fin da prima che io nascessi. I miei compagni di classe ne parlano chiamandola la ‘casa del morto’, perché raccontano che sia stata abbandonata a se stessa quando c’è morto un tizio. I compagni idioti raccontano pure che ci sia morto perché si è ucciso dopo aver tagliato la gola alla moglie. Ho sempre veduto con un poco di timore i muri cadenti della casa (come se, dopo quei fatti che mi hanno raccontato più volte, la casa sia andata in decomposizione al posto dei due defunti abitanti), ma ho anche sentito, fino a quella sera del sale, una grande serenità interiore. Non so chiamarla in altro modo.

Stavo bene, all’epoca. Ancora adesso, quando la ricordo, non posso far altro che affermare che si trattasse di… serenità. Da cosa, poi?

Dunque, dicevo… cammino lungo la stradina e, quando arrivo alla casa, il sole ormai è già sceso dietro il Monte Baldo e l’ombra si allunga su tutta la pianura che circonda me e la città, che circonda la mia casa poco lontana e le poche case che si trovano attorno a quel breve tratto di campagna che mi trovo ad attraversare. Forse è un caso se i miei occhi si alzano a osservare dei tondini di metallo che escono da uno dei muri esterni. Visti così, nel contrasto con la luce rossastra e morente del giorno, sembrano due corna. Abbasso subito gli occhi, velocizzo il passo, cespugli di rovi con qualche rara mora selvatica mi graffiano le gambe scoperte e stringo al petto il pacco di sale continuando a guardare – come faccio sempre – i miei piedi che infilano un passo dopo l’altro sul terreno asciutto e polveroso. Calcio qualche sassolino, mandandolo a rumoreggiare sulla ghiaia oltre la curva.

Alzo lo sguardo per osservare dove abbia colpito il sassolino quando atterra, ed è lì che lo vedo.

Sembra un uomo, all’inizio. Un uomo grande, alto. Ma quella sicurezza scompare subito dopo, non appena mi accorgo di come sia la sagoma della sua testa. Una testa che non ha nulla di umano.

Sento qualcosa che cede, non attorno a me. Una specie di schiocco interiore, come se si fosse spezzato un ramo. Lo odo all’altezza del cuore, e temo davvero che qualcosa si sia rotto dentro me, tipo tra polmoni e cuore. Magari una vena, e a giudicare dal calore che sento espandersi sempre più nel torace, dev’essere proprio così.

Tra poco morirò.

Nel giro di pochi attimi, forse di qualche minuto

al massimo!

crollerò a terra, perché lo spavento per quella cosa che ho davanti è così forte, che adesso mi sembra di non sentirlo nemmeno, di non subirlo e di non dover fuggire a tutti i costi. È semplicemente immobilizzante. Però passano i minuti

dici? minuti?

e continuo a essere in piedi, al mio posto. Cioè con il pacco di sale nella mano sinistra che non voglio fare cadere

l’ho abbassata, ma la stringo come se il chilo di sale fosse una croce

voglio continuare a fissare quella cosa lì davanti. Gli occhi sono ancora rivolti all’uomo

mostro

dalla testa strana

spaccata.

A ben guardarla

ma cosa c’è da guardare? Non vedi nulla, è solo una forma buia, fatta di oscurità

la testa è divisa in due parti, come corni giganteschi di un qualche animale del bosco. Il calore dal cuore e dal petto si è diffuso ormai alle spalle e al collo, fino alle braccia e si dirige in fretta verso il basso, allo stomaco. Credo sia proprio quella sensazione a impedire alla paura di avere il sopravvento, di abbattermi totalmente e di mettermi in fuga, diretto chissà dove

inutile scappare senza avere una direzione

finendo magari proprio tra le sue braccia

enormi, legnose, ‘orrorose’.

Ma quando il calore arriva allo stomaco, lì qualcos’altro ha la meglio e quella sensazione di smarrimento che la mia testa ha provato quando si è trovata di fronte l’incomprensibile

orroroso

si è trasformata in un conato. Mi piego per lo sforzo di vomitare, mi inginocchio a terra, sento lo sforzo dello stomaco, una situazione che ho sempre odiato

orrorosa

ma che adesso mi sta letteralmente atterrendo. Però non esce niente.

Quando rialzo gli occhi, non c’è più nulla. Allora corro, adesso sì che corro, sicuro che non ci sia niente di ciò che gli occhi mi hanno fatto vedere.

Però so dov’è, so dov’è, continua a ricordarmi una mente intrisa di terrore.

(continua…)

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