La creatura del giardino /1

The_Mothman_Prophecies_-_Vоci_dall'ombraStanotte, mentre si stava preparando il temporale, ho sentito dei rumori nel giardino, come se qualcuno non facesse altro che smuovere le piante. Sarà il vento, ho pensato. Ma quando ho udito un rumore più “ingombrante” degli altri, ho preso il coraggio a due mani e ho alzato la tapparella.

Mi è parso di vedere in fondo al giardino una macchia più chiara del buio che la circondava, muoversi proprio lì, accovacciata, come se fosse guardinga nei miei confronti. Una macchia grossa quanto un essere umano, ma, a giudicare dalla posizione assunta, ben più agile. Sono rimasto a guardarla per un minuto. Poi, ho abbassato la tapparella e sono tornato a letto. Faceva troppo caldo per occuparsene.

Per quanto cercassi di addormentarmi, il risultato era però solo uno: rigirarmi sul materasso, le orecchie tese ad ascoltare anche il minimo rumore. Il vento continuava a soffiare, le piante seguitavano a smuoversi, ma al di sopra di tutti i rumori mi sembrava di cogliere quel pesante fruscio. Compresi anche il punto esatto dal quale scaturiva: il cespuglio di canna indìca, a metà circa del pezzo rettangolare di terreno. Non faceva altro che frusciare.

Non può essere il vento, mi dicevo, e tornavo ad accarezzare l’idea di dare una seconda occhiata là fuori. Stavo quasi per addormentarmi, dopo un lungo minuto senza più alcun fruscio, quando un rumore più forte, vicino alla tapparella, mi fece saltare in piedi, accanto al letto.

Fabrizio, stai calmo, mi dissi. Per quanto cercassi di farlo, mi resi conto che il cuore batteva molto più veloce del solito. Eccola tutta la mia capacità di autocontrollo, ecco il mio scetticismo e il mio distacco di fronte alle cose sconosciute. Mi ero sempre vantato di saper fronteggiare gli eventi con freddezza, sapendo reagire anche a situazioni difficili per chiunque, ma per qualche motivo che mi era impossibile definire, il mio cervello rettile mi aveva fatto scattare in piedi.

È dimostrato, mi venne da pensare proprio in quel momento. È dimostrato che anche l’essere umano più logico ed evoluto, posto di fronte a un brutto scherzo, come un tizio truccato da zombie che esce da un cimitero di sera, anche lui se la fa sotto.

Ottima considerazione, mi avvisò la parte più spaventata della mia mente. Adesso ti manca solo di farti un’idea molto precisa del mostro che c’è lì fuori. Perché è questo che stai pensando, no? Che lì fuori c’è chissà quale mostro merdoso.

Inspirai e feci di tutto per farmi spuntare un sorriso. Mi stavo lasciando andare a un’agitazione immotivata e i pensieri galoppavano. Perciò, dopo aver inspirato nuovamente, rientrai in me stesso e mi accinsi a rialzare la tapparella per controllare che tutto andasse per il meglio.

Mi bloccai di nuovo. Le mani appese alla corda della tapparella, avevo diretto l’udito a cogliere qualcosa. Proveniva dall’esterno. All’inizio non compresi subito di cosa si trattasse, ma sembrava…

un lamento.

Già, ma che tipo di lamento?

Era un verso, forse, non di una persona. O magari, il genere di verso che solo un’anziana seviziata in stato di semincoscienza può emettere.

Che razza di pensieri… Ma è un verso, comunque!

In quell’ora distante dal giorno avevo la mente che pareva pronta a farmi cadere nel peggior scherzo di follia e orrore che possa concepire il cuore notturno. Fuor di dubbio che si trattasse di un verso. Attesi ancora qualche minuto, sempre nella medesima posizione. Come se fossi un insaccato pronto per essere affettato sul tagliere, restai in quella figura allungata lungo la corda della tapparella, mentre identificavo il verso. Sembrava un miagolio.

Quasi mi venne da ridere. Cazzo, mi dissi, era un gatto? Solo un fottuto gatto?

Forse. Ero pressoché pronto a lasciarmi andare all’impeto di una risata che sapeva un po’ di isterico e un po’ di rancido, quando il sorriso mi si ghiacciò sul volto. Era sì un miagolio, ma il miagolio di un gatto morente. D’improvviso si trasformò in un urlo sguaiato, come se allo stesso gatto avessero pestato la coda, peggio, schiacciata con forza. Poi, più nulla. Il silenzio totale.

Dopo qualche secondo, la tapparella sobbalzò a pochi centimetri di distanza dal mio volto e un’ombra oscurò le strette fessure che fino a quel momento mi avevano permesso di cogliere l’esistenza del giardino. I lampioni che filtravano la loro luce fino alla mia camera furono oscurati, perché ciò che si muoveva a pochi metri di distanza, era così vicino a me da impedire il passaggio della loro luminosità giallastra. Assieme all’ombra, un respiro prolungato, come uno sfiatatoio capace di modularsi prima verso un suono acuto, poi verso un suono grave.

Poi, di nuovo il nulla. Silenzio perfetto. La luce dei lampioni tornò a manifestarsi sul mio corpo tremante.

Cosa volevo fare, aprire? Ma certo, era la cosa più logica, no! Fruscii nella notte, qualcosa o qualcuno nel giardino, il verso di un gatto a cui qualcosa stava facendo molto male, un’ombra che impediva alla luce dei lampioni di riversarsi nella camera… e io volevo aprire, giusto per dare un’occhiatina!

Mi sbrigai a chiudere il balcone, e mentre lo facevo, mi rendevo conto che stavo lanciando un segnale a qualunque cosa o a chiunque ci fosse lì fuori: paura. Inoltre, che mi ero accorto della sua presenza. Appoggiai la schiena al vetro e solo in quel momento pensai all’altro balcone aperto, che dava ugualmente sul giardino.

Feci un balzo attraverso la stanza, mi fiondai in cucina e di lì guadagnai lo stanzino che per l’antipatia di chiunque avevo ribattezzato ‘disimpegno’: era una piccola stanza nella quale tenevo attrezzi da lavoro e materiale per la scrittura. La tapparella era alzata di dieci centimetri, potevo vedere da quel margine le mattonelle bianche del piastrellato di fronte alla stanza, prima del giardino e, su di esso, delinearsi già la forma scura di quello che sembrava un piede.

(continua…)

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