Famiglia fuori norma /3

(continua da qui)

FAMIGLIA-NORTONMichele tirò fuori il sacco di juta. L’aveva trovato nel suo garage e dopo averlo ripulito da ragnatele e rimasugli di legna per il camino, aveva pensato di acconciarlo a tema. Perciò vi aveva fatto cucire da sua madre una catena leggera lungo il bordo superiore, in modo tale che tirandone un’estremità, si sarebbe chiuso. Anche il sacco era stato salutato da Luca in quanto figata, e c’era la reale probabilità che ogni cosa – quella sera – sarebbe stata una figata.

Certo, una grande e folle figata. Per ciascuno di loro!

Quando ebbero fatto il vialetto e si trovarono al margine del porticato, Carlo esclamò: “Arrosticini!”

Il profumo si stava spandendo attorno a loro come golose mani fatte di vapore.

“Mia mamma li faceva sempre, quando eravamo giù” continuò.

“Stai zitto, terrone, non vorrai fare il maleducato!” disse Michele.

Carlo lo spinse. Era marchigiano e gli arrosticini erano abbruzzesi, ma per i suoi compagni verulesi era comunque un terrone. Non gli piaceva quando lo chiamavano così.

“Avanti, suona” disse Luca rivolgendosi a Jason.

“Vado?” domandò il compagno.

“Vai” dissero tutti e tre in coro.

Jason premette il pulsante. Un suono di campanello, come quello che si sentiva in certi film. Un dlin dlon al quale avrebbero preferito l’urlo di casa Addams, pensò Luca, ma andava bene lo stesso. Sapeva comunque di vecchio, di antico.

Si misero tutti e quattro uno a fianco dell’altro davanti alla porta.

Quando si aprì, mezzo minuto dopo, apparve un uomo piuttosto magro e con un che di malato. Si stagliò contro la luce del salone illuminato, che proveniva da un lampadario a candele pendente dal soffitto alto. Una scalinata fuggiva alle sue spalle verso il piano superiore.

Luca ammirò l’interno con occhi smaniosi di poter visitare la casa dei fantasmi, colmo di eccitazione che gli impediva perfino di star fermo sul posto.

Michele aprì il sacco, la catena tintinnò e in coro dissero: “Dolcetto o scherzetto?”

“Chi abbiamo qui?” domandò l’uomo, rimanendo al suo posto. “Ah, quattro mostriciattoli dei peggiori. Voi siete cannibali, vero?”

Figo! Il tizio conosceva Non aprite quella porta. Irrimediabilmente figo!

“Sissignore, fece Michele. E se non ci date dei dolci…” lasciò intendere che tremende cose sarebbero occorse.

“Beh, allora non mi resta che farvi entrare e chiedervi di attendere qualche minuto, che vado a cercarne. È da poco che abito qui. Ammetto di non essermi preparato ad Halloween”. Fece un sorriso che non toccò gli occhi.

Se ne accorse Carlo, che subito dopo si disse di essere troppo teso. Quel signore gli faceva paura, ma in realtà era fin troppo gentile. Magari un altro li avrebbe cacciati con la scopa in mano o qualcuno gli avrebbe gettato dall’alto un secchio d’acqua fredda.

Entrarono tutti e quattro nell’ampio salone. Il profumo degli arrosticini era talmente potente che fece venire l’acquolina in bocca a più di uno, oltre che qualche gorgoglio di fame.

“Mi raccomando, non toccate niente. Mi posso fidare, vero?” domandò il tizio.

“Certo, signore. Siamo mostri per bene, noi” rispose Carlo.

“Ottimo”.

Il tizio salì la scalinata e scomparve al piano di sopra.

In fin dei conti, Luca si chiese che cosa avrebbero potuto toccare. Dalla loro sinistra, dove un salotto ancora sgombro di mobili permetteva di vedere, più in là, una porta socchiusa che doveva dare nella sala da pranzo, giungevano rumori di gente che mangiava, ma nell’intero salone non c’era quasi nulla.

“Li abbiamo interrotti durante la cena” sussurrò Michele.

“E vabbe’, che sarà mai?” domandò Jason. “Questo tizio mi sembra gentile”.

“Come vi sembra questo posto, ragazzi?” domandò Luca.

“Inquietante” rispose Carlo.

In effetti, pensò Luca, pur se illuminato, continuava a conservare quel suo aspetto da film horror. Era una vecchia dimora, forse dell’inizio del Novecento o chissà, anche più antica. Carta da parati dorata ricopriva le pareti, aumentando l’effetto della luminosità scaturita dalle candele del lampadario. In alcuni punti in ombra, però, si notava essere ancora staccata, malmessa e strappata. Quella gente aveva avuto fretta di abitare la casa, tanto da non averla nemmeno sistemata a dovere prima di mettervi piede. Che razza di gente l’avrebbe fatto? Si guardò attorno. Nell’ampio salone c’era solo un grande tappeto rosso che copriva buona parte del pavimento. Era molto folto, con il pelo quasi selvaggio, al cui bordo inferiore si trovavano loro quattro, impalati dall’eccitazione, forse anche dalla cortesia. Oltre al tappeto, un ampio armoire i cui specchi li rifletteva un poco storpiati. Sicuramente antico, anche quel mobile.

“Quanto ci mette?” domandò Michele.

Il tizio che li aveva accolti tardava a tornare. “Forse si è dimenticato” disse Carlo. “Magari è un po’ fuori di testa e si scorda le cose…”

“Non so, forse è meglio andare via” propose Michele.

“Scherziamo? Ora che siamo qui?” domandò Jason.

“Beh, mica possiamo passare tutta la sera ad aspettare che torni” osservò Luca.

“Proviamo a chiedere a loro” disse Jason, e tutti lo videro allontanarsi verso quella che doveva essere la sala da pranzo.

“Fermo, che fai?” gridò Luca.

“Chi c’è?” chiese una voce che veniva da oltre quella porta.

I tre dietro Jason, che si erano mossi per seguirlo, si bloccarono, in stato di evidente imbarazzo.

“Ci scusi, signore, siamo qui per Halloween” disse Jason. Rimase il più vicino alla porta che impediva loro di vedere dentro. “Dolcetto o scherzetto?” aggiunse poi con voce sicura.

Luca l’avrebbe ucciso, prima di tutto per averli portati lì e poi per aver fatto un gesto tanto invadente.

“Beh, allora non vi resta che venire fin qui” rispose quello oltre la porta.

A Luca risuonò un allarme immediato. La voce sembrava un poco incupita dalla distanza e dalla porta frammezzo, ma gli sembrava quella del tizio che li aveva accolti. “Forse dovremmo andarcene” disse.

“Non proprio adesso” gli rispose Jason, che si avvicinò ancora di più alla porta.

“Che succede?” domandò Carlo, voltandosi verso Luca. Doveva aver colto la sua improvvisa tensione.

“Non mi convince, ragazzi”. Già, e poi quel modo di parlare… beh, non vi resta che venire… era lo stesso modo di chi li aveva accolti. Ma come aveva fatto a scendere dal piano di sopra, davanti a loro, senza farsi vedere? Forse c’era una scala che girava dall’altra parte della casa, all’esterno? E poi, perché si ritrovava d’improvviso a fare simili ipotesi?

“Dai, non fare il fifone” disse Jason.

Michele alzò le spalle e trascinò Carlo verso la sala da pranzo. “Prendiamo i dolci e ce ne andiamo”.

Luca li seguì, non del tutto convinto. Non poteva certo lasciarli soli. Anzi, non poteva certo lui, andarsene da solo.

“Avanti” fece Jason sottovoce. “Non lasciatemi entrare da solo”. Gli fece cenno di avvicinarsi.

Tutti e quattro si misero compatti e compatti si sarebbero mossi.

“Allora?” domandò la voce oltre la porta. “Fatemi il favore di entrare voi, non posso aprire da solo, ho le mani impegnate”.

“Andiamo” disse sempre Jason.

Spinse la porta e di fronte si trovarono un tavolo mezzo apparecchiato. Era messo perpendicolare alla porta e non c’era solo una persona. La prima che notarono fu il vecchio seduto all’estremo opposto rispetto a loro. Aveva la pelle così bianca e raggrinzita, che doveva avere più di cento anni. Luca non ebbe il tempo di notare l’aspetto degli altri due, seduti ai lati, perché un quarto era in piedi poco lontano da loro. Il suo volto era coperto da una maschera di pelle umana.

E impugnava una sega elettrica.

“Che cazzo è?” gridò Carlo e si mise a scappare senza nemmeno pensare che gli altri potessero non aver capito in che situazione erano piombati. Quelli dovevano essere dei fottuti fuori di testa.

Faccia di cuoio, quello adulto, mise in moto la sua sega, mentre il tizio che li aveva accolti, che ora era seduto alla sinistra della tavolata, diceva: “Benvenuti nella nostra famiglia, ragazzi. C’è anche una sega, perché la sega è la famiglia!”

I ragazzi se la diedero a gambe nel tentativo di attraversare il salone verso l’uscita, mentre Faccia di cuoio li inseguiva emettendo folli versi da dietro una bocca sempre aperta a causa delle cuciture grossolane sulla pelle cadente. Calò la sega elettrica verso il pavimento ed emise scintille che volarono ovunque, poi la alzò contro la parete, togliendo un pezzo di intonaco.

Luca arrivò per primo alla porta, tentò di aprire con mani che erano diventate perfino d’ostacolo, nella loro incapacità di afferrare con precisione le cose. Jason gli si mise in mezzo, tra lui e la porta. Toltosi la maschera, lo guardava con un sorriso velenoso. “Da qui non te ne vai!” gli disse.

“Che cazzo dici?” domandò Luca, che tirò con forza la porta. “Lasciami andare”.

Combatté contro la forza del compagno impazzito tutto d’un colpo, o forse no, pazzo non lo era mai stato o magari sempre, fin dall’inizio. Li aveva portati lì, aveva architettato tutto.

I due si combatterono la maniglia, mentre le urla di Carlo, doveva essere lui, si alzavano inumane alle sue spalle. “Tienilo fermo, che taglio male” diceva qualcuno. Michele gridava qualcosa del tipo “Lasciatelo stare, che vi ha fatto…?” e seguiva un verso, quello di Faccia di cuoio, e la risposta di un altro: “No, la sega ora la uso io. Lascia fare al cuoco!”

“Togliti di lì, bastardo!” gridò Luca a Jason, che di colpo gli obbedì e si fece di lato.

Luca approfittò del momento di ulteriore schizofrenia del compagno e spalancò la porta.

Di fronte a loro c’era un poliziotto. Luca si sentì rinascere. Salvezza, avevano sentito le urla ed erano intervenuti. Dovevano essercene degli altri.

Luca si fiondò ad abbracciare il poliziotto. “Oddio, grazie! Grazie!” gli disse. Lo tenne stretto e si voltò a guardare cosa stavano combinando quei pazzi con Carlo, mentre uno con una placca di metallo alla testa teneva fermo Michele.

Avevano disteso il suo amico sul tappeto rosso. Non si muoveva più. Il motivo doveva essere quel taglio che andava dalla gola al ventre. Il sangue era schizzato ovunque e il Drayton della situazione aveva rosso tutto il volto. Si leccava le labbra e ghignava soddisfatto. Era inginocchiato sul suo amico e si voltò di colpo verso di lui. Gli sorrise e poi si rivolse a Chop Top, quello che teneva fermo Michele. “Vai a prendere una scodella, che c’è del sangue per il Nonno”.

Luca osservò la scena come se il suo corpo non gli appartenesse più. Avevano il coraggio di continuare nella loro follia omicida anche di fronte a un poliziotto? Come avrebbero potuto fermarli?

“Ehi, non stare lì a guardare e dammi una mano” disse Chop Top, rivolto verso Luca. Ma non stava guardando esattamente lui.

Il poliziotto spinse dentro Luca, tenendolo per un braccio e raccolse Michele, che Chop Top aveva sospinto verso di lui.

Luca alzò gli occhi verso il volto del poliziotto. Sulla sua faccia c’era un ghigno. Aveva occhiali da sole anche se era notte. Trascinò sia lui che il suo amico verso il centro del salone, dove Carlo giaceva squartato come un maialino da ripulire. Aveva gli occhi ancora aperti e guardava di lato. Le braccia erano spalancate e sembrava si fosse da solo sistemato così, affinché lo squartamento avvenisse nel miglior modo possibile. Dentro il taglio si vedeva molto, troppo. Coperti da liquido rosso che stava finendo di fiottare trabordando, c’erano organi tondi, lunghi e spumosi inframezzati a pezzi d’osso.

Luca vomitò e vide Michele svenire, finendo appeso alla forte mano del poliziotto.

Non era giusto, lui doveva essere il buono che li salvava. Doveva essere Lefty Enright, quello che combatteva i folli assassini cannibali del film. Ma evidentemente quello non era un film, si trattava di realtà nella quale non c’era più nulla di luminoso.

Almeno un buono, però, in tutta la storia ci doveva essere.

Fu quello che Luca pensò fino all’attimo prima di morire.

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