Famiglia fuori norma /1

FAMIGLIA-NORTONIo proprio non capisco questa scemenza!”

Il padre di Luca non era mai stato quel che si dice un uomo semplice, tanto meno appiattito sul comune sentire della gente. Se prendeva qualcosa contropiede, si era destinati a sentirgli ripetere la stessa idea per decine di volte, fino a quando uno non gli urlava qualcosa del tipo: “Basta, mi hai rotto le palle!”

L’educazione era il primo principio di casa Veggia, ma Luca sapeva bene che era anche il primo a venire contraddetto dal comportamento dei suoi genitori. Forse proprio perché tutti ci tenevano così tanto, quando arrivavano al limite di una situazione insopportabile, finiva che si sfogavano dando fondo a tutto un repertorio che altrimenti rimaneva chiuso in cantina.

“E io ti ripeto che solo perché quattro coglioni hanno deciso di travestirsi da mostriciattoli, non c’è bisogno che anche nostro figlio diventi uno sfigato! Guarda che roba!” aggiunse indicando Luca.

Luca aveva deciso di truccarsi da Leatherface, il Faccia di cuoio del film horror Non aprite quella porta, ma quella maschera infilata sulla testa di suo figlio era per lui segno di un vero disastro nel costume nazionale.

Luca pensò che avrebbe potuto dirgli, Non si usano quelle parole, come gli diceva sempre suo padre, e avrebbe aggiunto anche paparino. Sapeva già, però, che si sarebbe buscato un ceffone sonoro, perciò lasciò perdere. Non vedeva l’ora che qualcuno suonasse alla porta, così il momento di angoscia esistenziale sarebbe passato assieme alle urla dei suoi e il divertimento avrebbe avuto inizio.

“Sai dire solo volgarità” rispose sua madre. “Vieni qua” gli disse poi, prendendo Luca e voltandolo verso di sé. “Sei un mostriciattolo perfetto. Pensa a divertirti”.

“Mamma, non sono un mostriciattolo. Sono un cannibale”.

“Va bene, cannibale, mostriciattolo, che differenza fa? L’importante è che raccogli più dolci che puoi, così poi ce li dividiamo tra noi. Tranne tuo padre, ovviamente. Lui è troppo buono”.

Luca Veggia sospirò. Il suono del campanello giunse come un salvataggio. Sospirò un’altra volta, ma di gioia e corse ad aprire.

Quando vide Chop Top con quella placca di metallo sul cranio e i capelli che penzolavano alla meno peggio nel tentativo di coprirla, Luca si mise a ridere quasi istericamente. Era identico. “Sei troppo uguale, Carlo!”

Entrambi risero come due idioti, saltando sul posto.

“Contenti loro…” disse il signor Veggia sottolineando con un gesto definitivo della mano la sua convinzione di una degenerazione totale del popolo italiano. Si allontanò senza nemmeno salutarli. Luca sapeva che avrebbe dovuto sopportare due ulteriori giorni di critiche e derisioni, ma se non altro suo padre avrebbe poi dimostrato di essere in grado di rinchiudere volgarità e maleducazione in cantina per un altro anno, fino a quando non fosse scattata la successiva follia collettiva.

“Che ha tuo padre?” chiese Carlo sottovoce.

Luca alzò le spalle. “Lascia stare, ha la luna storta”.

“Michele arriva tra un po’”.

“E anche Drayton sarà dei nostri” concluse Luca.

Drayton era uno dei vari fratelli del maniaco sfigurato Faccia di cuoio. Aveva la brutta abitudine di cucinare. Le loro vittime, ovviamente, e a quanto pareva dall’apprezzamento della gente ignara, era anche bravo. Aveva imparato a sistemarle a puntino in un parco divertimenti del Texas.

“Ma guardali!” fece sua madre. Il tono acuto fu accompagnato da mani giunte e occhi luccicanti.

Il suo verso estasiato trasmise a Luca una sensazione un poco assurda: d’accordo, era felice nel vedere che suo figlio si divertiva, ma da qui ad ammirarlo mentre ricostruiva una famiglia di cannibali, insomma, gli diede l’idea che ci fosse qualcosa di strano. Quel travestimento di Halloween era una cosa tutta per loro, tra amici, e i genitori non dovevano averci niente a che fare, se non per sganciare dolciumi ad altri loschi individui che quella sera avrebbero bussato alla porta.

“Senti un po’”, disse Luca prendendo Carlo per un braccio e tirandolo nella sua camera, “non è che l’hai detto anche a Jason, vero?”

La faccia di Carlo parlò da sola, con quella bocca socchiusa e gli occhi che divennero tondi come due monete da due euro.

Luca chiuse la porta e si ritrovarono isolati nella sua camera. “Carlo!” si lamentò subito dopo. “Avevi promesso”.

“Ti giuro che non è colpa mia. Michele se l’è lasciato scappare mentre eravamo a scuola. Lui lo ha sentito. Sai come fa. Ci cammina sempre attorno perché ha capito lontano un miglio che lo stiamo tagliando fuori”.

È strano, non mi piace” disse Luca con un improvviso senso di colpa.

“Sì, non sei l’unico a cui non piace. Ma tu ce l’hai proprio a morte, Luca”.

“Sembra un alieno”.

Carlo non gli rispose. Che voleva dire, che sembrava un alieno? Non gli aveva mai chiesto che cosa intendesse, ma immaginava fosse un modo per descrivere la sua stranezza.

Jason se ne stava per interi minuti a fissarli da lontano, spesso senza esprimere la minima sensazione, con un volto grigio e un’espressione spenta. Non lo volevano con loro, perché quando le prime volte avevano giocato assieme, Jason aveva proposto a tutto il gruppo di farsi una sega in compagnia e metà di loro, cioè Luca e Carlo, erano rimasti schifati alla sola idea, mentre Michele e Giacomo si erano guardati come per dire: beh, che male c’è? Ovviamente non l’avevano fatto. Dovevano essere tutti d’accordo per arrivare a tanto. L’unico risultato di quella proposta era stato il progressivo allontanamento di Jason dal loro consesso, anche se quel ragazzino di dodici anni alto e magro aveva continuato a seguirli da lontano con lo sguardo e uno studiarli silenziosamente che aveva un che di inquietante. Gli altri lo rintracciavano spesso in fondo al corridoio della scuola oppure dalle parti dell’ingresso del cortile quando c’era la ricreazione, o magari in classe, quando qualche prof spiegava e qualcuno di loro si sentiva osservato, si voltava verso il fondo dell’aula e, seduto in ultima fila, verso l’angolo opposto alla finestra, c’era lui che puntualmente li scrutava.

Luca gli aveva già affibbiato un altro soprannome, tratto dai fumetti DC: l’Osservatore.

“Mi sa che ce lo troveremo qui tra qualche minuto” spiegò Carlo.

“Beh, niente cose strane!” esclamò Luca.

“Niente cose strane, sicuro” confermò l’amico.

Subito dopo bussarono alla porta della camera, che si aprì. Il volto della signora Veggia spuntò dall’uscio. “Ragazzi, è arrivato Drayton” disse sottovoce, eccitatissima.

Luca evitò di incrociare lo sguardo di Carlo e fece finta di non cogliere la crescente follia di sua madre per quel loro gioco.

“Andiamo, prima che mia madre svenga” gli disse.

Quando arrivarono in salotto, Luca vide da una parte suo padre che osservava con occhi sgranati e mani in tasca verso la porta d’ingresso e dall’altra un ragazzino vestito in tuta da meccanico, con un ciuffo di capelli che gli attraversava la fronte e una sega di plastica alzata verso il cielo. Ridendo gridò: “La sega è la famiglia!”

Tutti risero, la signora Veggia ancora di più, il signor Veggia scosse la testa e tornò a nascondersi nella parte più distante della casa.

Luca provò un’eccitazione che non aveva mai vissuto. Quella ricostruzione era perfetta. I vicini se la sarebbero fatta addosso. In fin dei conti, chi se ne fregava dei dolcetti che avrebbero ricevuto: il loro scopo poteva essere anche solo di far impressione sulla gente.

“Dai, andiamo” sollecitò allora, sperando di evitare quel piccolo particolare che gli era stato prospettato da Carlo e che poteva risultare l’unica rogna di tutta la serata.

“C’è anche qualcun altro” aggiunse subito dopo Michele, ghiacciando l’euforia del gruppo.

Da dietro lo stipite della porta emerse il Nonno. L’effetto era impressionante, perfetto. Le rughe sembravano scolpite sul volto di quello che evidentemente doveva essere Jason, tanto da non capire se avesse una maschera o se fosse qualche trucco particolare. Teneva le mani storte sul petto, mentre camminava verso di loro a passetti. Da un momento all’altro avrebbe potuto chiedere un po’ di sangue da succhiare. Ci fu qualche attimo di silenzio colmo di ripugnanza. Che scherzo era?

Tutti lo fissarono muoversi con quella cadenza sincopata. Aveva i capelli bianchi un poco lunghi dietro il collo e indossava un abito elegante, come un Grandpa Sawyer un po’ più giovane di quelli visti nei film.

“Ciao ragazzi, come va?” disse infine, e tutti riconobbero la voce di Jason.

Luca si ritrovò a tirare un sospiro di sollievo. Il loro compagno continuava a essere inquietante, pareva trovarci gusto nell’impressionare tutti, ma per la prima volta pensò che fosse un figo. Il suo travestimento era perfino più bello di quello di tutti gli altri.

“Bene, andiamo?” sollecitò Carlo per togliersi da quella situazione che per lui iniziava a risultare afosa.

La nuova famiglia Sawyer uscì di casa Veggia per andare a fare razzia di dolci e spaventi.

(continua…)

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