I gioielli del museo

Ieri ho fatto visita al museo del monastero benedettino di Santa Giulia, ed è stata ancora una volta una grande sorpresa.

Avevo già visitato Brescia una volta, di sera, per assistere a un balletto di danza contemporanea (che non mi era per nulla piaciuto: utilizzavano musica di Mahler per cose spaventose). Il centro città illuminato nella maniera giusta e quell’architettura sempre in salita per via dei colli sui quali è edificata avevano già colpito la mia immaginazione. Il museo di Santa Giulia ancora di più.

Due aspetti in modo particolare hanno acceso la mia fantasia:

1)  il percorso museale, che si snoda tra alti e bassi, tra antichità e modernità, tra arte medievale e domus romane, capace di richiamare il percorso di una vera e propria quest;

2)  I gioielli straordinari conservati nel museo.

Eccovene alcune fotografie.

Bruciare tutto, di Walter Siti

sitiHo letto l’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto, che tante polemiche ha suscitato soprattutto in seguito alla “stroncatura” che ne ha fatto Michela Marzano, seguita poi dalle critiche di alcuni giornali. Mosso dalla curiosità, mi sono procurato prima Exit strategy (non avevo mai letto nulla di Siti), per poi approdare alla sua ultima fatica. Ecco quello che ne penso, sempre che vogliate saperlo.

Premessa necessaria e, secondo me, importante: sono un cattolico praticante, insegno Religione Cattolica nella Scuola dell’Infanzia, perciò ho a che fare con bambini dai 2,5 ai 6 anni. Lo dico per contrastare fin dall’inizio l’idea invalsa in alcuni che il romanzo di Siti possa suscitare la pregiudiziale opposizione di chi – eventualmente – è cristiano, cattolico ed educatore. Detto questo, procediamo.

Innanzitutto, una sorpresa: la scrittura di Siti è estremamente piacevole, una straordinaria scoperta. Il suo stile si inserisce nel solco di quelle scritture post-moderne che amo, un poco in stile Wallace, debitrici di Joyce e di Faulkner, e che senz’ombra di dubbio lo elevano all’altezza dei migliori scrittori esistenti. Qualcuno ha parlato di stile difficile: può darsi, ma tale difficoltà dipende molto probabilmente dall’impreparazione della maggior parte dei lettori a un tale livello. Qui e qui ho cercato di approfondire l’argomento della facilità e difficoltà nella narrazione.

L’argomento scabroso: il prete pedofilo. Allora, che la pedofilia sia ancora considerato un argomento scabroso è ovvio e necessario, sebbene Siti mostri degli aspetti da un lato scontati (e, vorrei dire, da “sparo sulla Croce Rossa”) e dall’altro meno ovvi, forse quelli maggiormente capaci di suscitare una discussione. Cioè: il prete pedofilo è forse una facilitazione nella quale lo stesso Siti è caduto. Si sarebbe potuto leggere di un insegnante pedofilo, di un padre di famiglia importante, di un famoso psicologo, e l’effetto sarebbe stato lo stesso. Certo, il sacerdote presenta tutta una serie di ulteriori côté d’approfondimento, cioè il suo rapporto con la verità, il suo rapporto con la sincerità della propria vocazione, il suo rapporto con la religione, il suo rapporto con i più deboli, argomenti che spiccano in modo particolare proprio perché lui è un sacerdote. Ma non sono del tutto convinto che il medesimo effetto non lo si sarebbe ottenuto con altre figure. L’aspetto, invece, meno ovvio è dovuto ai desideri sessuali del bambino di 10 anni e al suo suicidio: improbabile il secondo, da intendere bene il primo. I bambini hanno la loro sessualità, fuor di dubbio, e possono anche avanzare delle richieste. Ma tali richieste, sia ben chiaro, non sono “sessuali”, sono richieste d’affetto, di solito esplicitate in forma fisica attraverso il contatto, che però veicola il significato di vicinanza. Nel romanzo, il bambino parla come un adulto – anche se non sempre – e come un adulto chiede al protagonista Leo, il sacerdote, di potergli toccare il pisello. Insomma: certezze e dubbi sui due protagonisti del romanzo.

Però: l’argomento scabroso non è, secondo me, il vero centro della storia. La pedofilia non è argomento nuovo e, forse, solo in Italia può far parlare così tanto, spostando l’attenzione dal vero nucleo argomentativo del romanzo: la società italiana, che ne esce a pezzi. La Milano in cui tutto funziona è un tessuto talmente disgregato, che si fa davvero fatica a rintracciare una linea continua di normalità, o di quella che un tempo avremmo considerato normalità. La parte triste della faccenda è che, a leggere la narrazione avvincente di Siti, sembra di leggere la realtà, ma si termina il romanzo domandandosi: è davvero questa l’Italia? Per una sua parte (considerevole? minoritaria?), sì. Per ciò che riguarda me, invece, no, e se il no vale per me, sono portato a credere senza presunzione che valga anche per buona parte della popolazione rimanente.

Sono casi estremi, quelli di cui parla Siti, sono situazioni del tutto particolari, messe assieme per raccontare una storia nella quale, per “bruciare tutto” al rogo di convinzioni personali incancrenite, alla fine si distrugge tutto. E questo è l’aspetto più significativo della sua storia.

Un ulteriore aspetto: il prete. Leo non è un sacerdote ordinario, nel senso che è uno che ha una coscienza molto accesa, un coraggio di parola e una consapevolezza del proprio ruolo fuori dall’ordinario, purtroppo assente in molti preti. Tuttavia, a stento ho riconosciuto nel suo personaggio un vero prete. Forse ci sarà qualche prete che pensa come pensa lui, ma sembra che, in fin dei conti, Leo sia un prete “per sbaglio”, mentre Fermo, il parroco anziano, appare come un prete vero e proprio, molto più simile alla realtà (realtà che rimane quasi sempre ai margini di questo romanzo).

In definitiva, Bruciare tutto è una bella lettura, perciò, ma anche problematica, dove l’aspetto che tanto è stato contrastato da certi media è probabilmente uno dei meno importanti del romanzo.

Sul facile e il difficile nella letteratura

Vorrei approfondire un aspetto che riguarda non solo la letteratura, ma che ultimamente sta facendo ben discutere, grazie alle osservazioni mosse da vari critici all’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto. Lo sto leggendo, sono a tre quarti, è una lettura “felice”, non nel senso che il romanzo sia felice o parli di un bell’argomento. Tutt’altro. Nel senso, piuttosto, che si tratta di uno di quei romanzi che davvero leggi tutto d’un fiato. L’argomento è scabroso, ma come quello di molti altri romanzi. Molte critiche moralistiche hanno fatto confusione tra l’autore e il protagonista. Inoltre, abbiamo a che fare con letteratura. Sarà ricordato nella storia della letteratura? Non lo so, solo il tempo potrà dirlo, ma si tratta comunque di letteratura. Vorrei, dunque, approfondire due concetti che mi sono sempre stati molto cari, ma che di recente hanno provocato una grande discussione grazie a scrittori e/o critici quali Giulio Mozzi e Gilda Policastro.

Prendiamola alla larga. Ieri sera, in una trasmissione su Rai Tre sono stati presentati due cantanti. A detta del presentatore, che sfodera sempre superlativi assoluti, distribuendoli più che altro come noccioline agli elefanti di uno zoo, il primo era un artista, il secondo era una “grande” artista. A voler essere generosi, il primo era – a giudicare dal risultato – l’autore di una nenia clamorosa vestito con una giacca stravagante; la seconda, invece, certo più brava, sarebbe stata giudicata in maniera adeguata definendola semplicemente: una cantante. E nemmeno delle più dotate, dico io. Ma, sapete, facendo un omaggio alla grande (per ben altri meriti) Makeba, lei è apparsa al bravo presentatore più “grande” del primo forse per proprietà transitiva della povera omaggiata.

Ciò che qui è in discussione non è la bravura (per me del tutto assente) dei due cantanti, ma la qualifica di artista. Subito dopo i due cantanti, è stato intervistato il grande fotografo (stavolta l’aggettivo è mio) David LaChapelle: con lui tutto ha assunto la sua giusta connotazione. I due cantanti sono stati presto dimenticati, ora c’era davvero un artista. Di quelli veri, uno per cui la parola artista non soffre di un’esagerazione funzionale che ne svuota totalmente il contenuto. Le fotografie di LaChapelle non sono facili. Inoltre, spesso sono complesse. Se un’immagine è difficile ed è anche complessa, non è detto sia pure bella. D’altronde, se un’immagine è bella non vuol dire che sia anche artistica. Ma quelle di LaChapelle sono artistiche, anche se – talvolta – brutte.

L’artisticità sta, in questo caso, nell’offrire una lettura differente (possibile) di ciò che l’immagine mostra: e perché questo accada, è necessaria una certa complessità di riferimenti che potrebbe, tra le altre cose, determinare una certa difficoltà di lettura e interpretazione.

1263225629780_leonardo_da_vinci_010_san_gQuesto vuol dire, secondo me, che un’opera artistica deve contemplare una difficoltà di interpretazione (non per forza di lettura), dovuta alla complessità dei suoi rimandi, espliciti o impliciti. Prendete il San Giovanni Battista di Leonardo: la sua artisticità non risiede solo nel concetto necessario alla sua esecuzione tecnica e figurativa (che già è un aspetto di difficoltà non indifferente), ma nelle possibilità di interpretazione dell’immagine. Eppure, il risultato visivo è di una semplicità strabiliante. Allora, la semplicità di quest’immagine è il risultato di una complessità di concetto e di riflessione del progetto che permette di cogliere uno dei motivi per i quali Leonardo è da considerare un artista.

Artista è parola ormai abusata, è talmente svuotata del suo contenuto, che equivale a dire artigiano. I due cantanti di ieri sera possono piacere, ma non erano niente più che artigiani, e anche dei più scarsi. Quante volte abbiamo sentito un impiegato di banca (non ho nulla contro gli impiegati di banca, io ero impiegato di banca, prima di liberarmi; è solo per fare un esempio) definirsi – o essere definito da altri – artista per il solo fatto di aver preso in mano un pennello e composto un’opera che lui dice “astratta”?

Quante volte abbiamo sentito parlare sedicenti scrittori (scrittori, per inteso, solo perché hanno preso una penna in mano, scritto un centinaio di pagine e, stampatele con un sedicente editore, se non un self, le hanno presentate al pubblico)? E, secondo voi, lo erano?

Non voglio ergermi a giudice di nessuno, ma è pur necessario stabilire cosa distingue uno scrittore da uno scribacchino, un pittore da un impiastratore.

La difficoltà di esecuzione, signori, e la complessità di riferimenti. Che, talvolta, possono determinare una difficoltà di lettura e interpretazione in chi è sprovvisto dei codici per accedere alla sua comprensione.

Alla ricerca del fantasy perduto

IMG_4662
Come bere un bicchier d’acqua.

Ispirato da questo post di Giulio Mozzi, ho pensato di approfondire il tema del facile/difficile, semplice/complesso in relazione al fantasy. Iniziamo.

Semplice attiene al numero di elementi; facile alla possibilità di comprensione.
Complesso attiene al numero di elementi; difficile alla possibilità di comprensione.
Semplice è ciò che ha pochi elementi; facile è ciò che viene capito subito.
Complesso è ciò che ha molti elementi; difficile è ciò che viene capito successivamente.
Semplice può anche essere difficile: perché pochi elementi possono essere talvolta capiti solo successivamente. Facile può anche essere complesso: perché molti elementi possono anche essere capiti talvolta subito.
Semplice può trasformarsi in complesso: se ogni elemento semplice contiene in sé il simbolo di una complessità. Facile può trasformarsi in difficile: se ogni elemento facile non è ciò che sembra.
Anche il semplice che in realtà è complesso può rimanere semplice se chi legge non coglie quella complessità. Anche il facile che in realtà è difficile può rimanere facile se chi legge non coglie ciò che il facile potrebbe sembrare.
C’è un complesso che in realtà è semplice: quando esso contiene solo fuffa.
C’è un difficile che in realtà è facile: quando esso contiene solo fuffa.
Fuffa è un concetto semplice per chi lo capisce; fuffa è un concetto difficile per chi non lo capisce. Ma fuffa può essere un concetto complesso, se chi lo usa lo estende ad elementi eterogenei. Fuffa può anche essere un concetto facile, se chi lo usa accomuna gli elementi cui fuffa si riferisce.
Facile e semplice, così come difficile e complesso, non sono concetti omogenei: si riferiscono a realtà completamente differenti. Eppure la confusione è grande.

Il ragionamento che ho effettuato in apertura di articolo è facile o difficile? È semplice o complesso? La risposta è facile: tale ragionamento apparirà facile a chi è abituato alla complessità, mentre apparirà difficile a chi è abituato solo alla semplicità. In questo caso, la complessità si scontra con la capacità di cogliere il significato immediato. Inoltre: il ragionamento d’apertura è fuffa oppure no? La risposta anche questa volta è semplice: sarà fuffa per chi pensa che il ragionamento sia inutile, non lo sarà per chi pensa che invece sia utile.

Proviamo a renderlo ancora più utile (sì, io penso che il ragionamento d’apertura sia utile,  sebbene le categorie utile/inutile siano del tutto differenti da quelle di cui ho parlato finora): applichiamolo al genere fantasy.

Il signore degli anelli è un romanzo facile o difficile? Semplice o complesso? La risposta che mi viene da dare è che sia facile quanto alla lettura, per l’ampia possibilità di comprensione che presenta, mentre penso che sia complesso in quanto offre un incredibile numero di elementi, simbolici e no, su cui poter ragionare. Allo stesso tempo, Il signore degli anelli diviene difficile nel momento in cui si accede all’ambito simbolico della scrittura. Se si applica un ragionamento teso a comprendere i significati del romanzo, non si finisce più. Lo stesso ragionamento si può applicare alla saga della Torre nera di Stephen King, laddove il continuo riferimento ai suoi romanzi, e perciò ad altre storie, rende complessa una storia in sé lineare e piuttosto semplice. La complessità, poi, aumenta notevolmente nel momento in cui si arriva al termine e si scopre che la dinamica del racconto è ciclica. In che modo è possibile pensare tutto ciò che è stato narrato alla luce del fatto che la fine corrisponde all’inizio?

Interroghiamoci adesso sugli epigoni del romanzo principale di Tolkien:  la fiumana di romanzi che più o meno esplicitamente vi si ispirano,  appartiene alla categoria deL semplice o del complesso? È facile o difficile? Se guardiamo l’aspetto del solo scrittore, potremmo dire che una storia può essere facile o difficile, semplice o complessa, a seconda di come l’autore decide di posizionarsi in riferimento al proprio progetto di scrittura. Ma se guardiamo anche il côté dell’editore, molto probabilmente la storia “dovrà” essere facile, oltre che semplice. Questo perché è molto più facile vendere un romanzo facile, ovvero di immediata comprensione, piuttosto che difficile. È, molto più facile vendere un romanzo semplice, ovvero lineare, che complesso.

Le case editrici italiane, non so quelle estere, spingono ultimamente verso la facilitazione e la semplificazione. Così facendo, non aiutano la crescita degli scrittori in erba, che cresceranno nella convinzione che un romanzo funzioni quando è facile e semplice.

Ma il fantasy (e il fantastico), più di altri generi, si presta alla complessità.

Tuttavia, più di altri generi, esso richiede di essere facile, perché la complessità  di un mondo che non è il nostro e che sia anche difficile, non funzionerebbe. Il romanzo fantasy è molto più abbordabile se la storia fila liscia: la complessità sta nella ricchezza simbolica che il romanzo fantasy può offrire. Eppure, il romanzo fantasy è anche sempre più facile e sempre più semplice. Dove è finito il vero grande romanzo fantasy che ti permette di vivere in un mondo completamente diverso, ma che nello stesso tempo è anche un romanzo complesso, capace di riscoprire tutti i livelli di esistenza propri dell’esperienza del lettore?

Ovviamente, tutto ciò che ho detto non ha nulla a che vedere con le categorie di bello e di brutto: spesso, ciò che è semplice è molto più bello di ciò che è complesso. Talvolta, però, ciò che è facile è un facile di grande bruttezza.

Il simbolismo della Risurrezione: una rinascita? – Domenica di Pasqua

ulivi_10La risposta è no: la Resurrezione non è una rinascita, come invece dicono moltissimi che non sono sufficientemente disposti ad ammettere la differenza, e il collegamento con il concetto di tempo ciclico è solo tangenziale. Vediamo nello specifico, in questa ultima riflessione sul Triduo Pasquale 2017. Stavolta il mio approccio sarà ben più filosofico degli altri.

In Il mito dell’eterno ritorno, il grande antropologo Mircea Eliade si preoccupa di mettere in chiaro che, sebbene la risurrezione abbia avviato una modalità differente del tempo e della storia, il concetto di tempo ciclico e della rigenerazione periodica della storia è comunque passato anche nella cultura cristiana. Ricordiamo che per il cristianesimo il tempo è reale poiché ha un senso: la redenzione.

La croce sotto l’aspetto spaziale1 e la risurrezione sotto l’aspetto temporale costituiscono i punti necessari per ogni giudizio che si voglia emettere sulle concezioni spazio-temporali di dottrine, teorie e riflessioni di qualunque genere. Il che, come già sottolinea Eliade, non esclude che vi siano state infiltrazioni di altro genere (concezioni cicliche e di rinnovamento periodico2) derivanti dalla mitologia di popoli circostanti o da credenze del passato.

Che la Risurrezione concretizzi una nuova creazione è, a livello teologico, testimoniato dalla fede degli autori del Nuovo Testamento attraverso la narrazione della resurrezione di Cristo. Tuttavia, preferisco chiarire quanto riguarda la nuova creazione insita nella resurrezione partendo dal chiarimento espresso da un teologo tedesco, Hans Kessler, nel suo capolavoro teologico, La risurrezione di Gesù Cristo. Circa l’azione di Dio nel mondo, Kessler afferma come sia la risurrezione a costituirne la rivelazione definitiva, che è impossibile cogliere partendo dai dati umani o intramondani3. Compimento dei morti, che senza riconoscimento di un Dio diviene «eo ipso assurdo»4, la risurrezione rappresenta a un tempo un inizio radicale paragonabile solo alla creazione ma, al contempo, non un nuovo inizio assoluto, poiché simile azione divina non smentisce quanto accaduto precedentemente nella vita della persona, ma «si riallaccia ai morti (ai soggetti divenuti puri ‘oggetti’) e al mondo pervenuto alla sua fine, per creare qualcosa di radicalmente nuovo»5. Mi preme sottolineare come tale nuova creazione (per l’appunto radicale ma non assoluta) avvenga in modo definitivo solo nella risurrezione di Gesù Cristo e come accada sotto il segno della cessione di potere, «soprattutto nell’umiltà del Gesù terreno e nell’impotenza del Gesù crocifisso. […] Dio agisce quindi nell’umiltà e nell’impotenza di coloro che si aprono a lui e proprio così (nell’agape prodotta da Dio) cominciano ad esistere per gli altri. […] In questa impotenza dell’esistenza per gli altri Dio guadagna potere e spazio nel mondo»6.

Se la risurrezione ha senso solo a partire da un’azione totalmente libera di Dio ma iscrivendosi nella storia del morto, così l’azione di Dio come novità radicale per l’umanità è pienamente comprensibile solo cogliendo gli antecedenti e la preparazione nell’Antico Testamento: i riferimenti a una vita dopo la morte degna di tal nome si trovano solo verso un’epoca tarda. Eppure bisogna considerare che fin dall’inizio la fede di Israele in Dio fu legata a una salvezza e liberazione storiche7, al concetto di creatore in quanto Dio vivo, sorgente di vita per la polvere inanimata8, Signore della vita in quanto potente nel darla e nel riprenderla9. E se la morte è la fine irrevocabile della vita, non costituisce una fine totale: dapprima Israele condivise la fede medio-orientale in una vita nell’Ade, una vita «stentata, senza energia e senza gioia, che è solo l’ombra della loro passata esistenza»10, lontananza da Jahvé; poi alcuni testi (2 Re 4,31-37; 13,21 e 1 Re 17,1724) raccontarono di risurrezioni operate da Eliseo ed Elia, non certo un risveglio dalla morte definitivo, ma una riconduzione alla vita mortale. «Il superamento della morte ad opera della superiore potenza di Dio fa parte per Is 25,6-8 e per il Sal 22,28-30 della pienezza delle aspettative, che sono collegate con la sovranità universale definitiva di Dio»11.

Passando all’aspetto temporale coinvolto nella risurrezione, si può dire che con il Cristianesimo si ha un passaggio definitivo al tempo dell’eternità.

Per chi è deciso a vivere come Cristo, primo dei Risorti, il tempo profano viene definitivamente accantonato per partecipare al tempo del Regno, e la parousia si fa presente in ogni istante della vita dell’uomo, divenuto egli stesso celebrante-sacerdote con Cristo-sacerdote eterno. Abbiamo a che fare con un vero e proprio paradosso logico, dal momento che l’eternità fa irruzione in ogni singolo attimo di vita temporale del cristiano. È in questa dimensione “eterna” che l’essere umano diviene fino in fondo ciò che è, nella riconferma di ciò che è stato nella vita del corpo. L’elemento extra-umano costituito dalla libertà totale, che è elemento divino, è qui punto di partenza, modello e punto d’arrivo della realizzazione escatologica del significato più vero dell’uomo, nel rinnovamento radicale che non è però – come già detto – inizio assoluto. La risurrezione come novità radicale ma non inizio assoluto ci offre perciò l’occasione di approfondire proprio il côté temporale della questione, sempre in tensione tra novità e ripetizione.

Ora, un affondo letterario. Se la creazione avviene secondo lo schema stabilito da Dio e la risurrezione avverrà per confermare l’essere umano e la creazione tutta secondo lo schema pre-stabilito da Dio, la nuova creazione operata invece dall’uomo non può che avvenire secondo uno schema stabilito dall’uomo stesso. Il rischio di una simile operazione è di creare una immagine parodistica della creazione divina, che si estrinseca in una finzione tendente a un mito. Esempi letterari classici sono il giardino di Armida nella Gerusalemme Liberata, imitazione di una condizione paradisiaca indicata dal mito edenico, il golem ebraico, esemplificato dal racconto omonimo di Meyrink, in cui la creatura nata per opera della magia riappare per le strade di Praga ogni 33 anni, quasi parodia di Cristo (ancora più rappresentativo è sotto questo aspetto Frankenstein di Mary Shelley, la cui creatura diviene parodia dell’Adamo della Genesi), oppure i robot positronici immaginati da Asimov (e basati sulla leggenda del golem) e capaci di guidare le sorti dell’umanità come fossero arcangeli protettori, con l’ovvia conclusione che una guida tanto “artificiale” porta l’umanità a conclusioni nulle, che determinano la perdita dell’individualità umana a favore di una fusione mentale totale estesa a tutta la Galassia.

1 Per una più approfondita disamina dell’archetipo dell’Albero della Vita e del suo rapporto con la Croce si può consultare Mircea ELIADE, Trattato di storia delle religioni, Torino: Editore Boringhieri 1976, paragrafo 109, «L’Albero e la Croce».

2 Può essere interessante notare come, a tal riguardo, si trovi compresenza di eventi unici e di ciclicità temporale già all’interno della elaborazione talmudica, come per esempio nel Talmud Babilonese, Trattato Rosh haShanà, a cura di R. S. DI SEGNI, Firenze: Giuntina 2016, XXXVII-365 pp. La modalità ciclica è ravvisabile nel ritorno, anno dopo anno, delle medesime festività e ritualità, come a p. 5: Aveva detto il Maestro della bariate: a un re che si è insediato il 29 di adir, con l’avvento del primo di nisàn gli si attribuisce un anno di regno. La bariate ci insegna che nisàn è il capodanno per i re, e anche che un solo giorno dell’anno vale come un anno intero; o a p. 23: Ma paragoniamo invece Shavuot alla festa di Sukkòt: come lì (Sukkòt) dispone di otto giorni per compiere il sacrificio, anche qui (di Shavuot) si potrebbe compiere il sacrificio in tutti gli otto giorni! L’ottavo giorno di Sukkòt è una festa di pellegrinaggio a sé stante. Ammettiamo pure che l’ottavo giorno sia una festa di pellegrinaggio a sé stante in base a sei parametri indicati negli acronimi «PaZàR» «QaShàV», ma per quanto riguarda la possibilità di offrire un sacrificio che non è stato offerto il primo giorno, tutti concordano che è possibile offrirlo nell’ottavo giorno come compensazione per il primo. Da questi due testi sembrerebbe rinvenire una mentalità di tipo temporale ciclico, ma sono ravvisabili anche fatti spirituali che non sono a ciclo continuo, ma che si caratterizzano come riti effettuabili un’unica volta, come a p. 25: E il sacrificio di pèsach può essere sacrificato in una delle altre feste di pellegrinaggio? Il sacrificio di pèsach deve essere portato in un momento preciso, il pomeriggio del 14 di nisàn. Se è sacrificato nel momento giusto, è sacrificato in maniera appropriata, ma se non è sacrificato al momento giusto è invalidato per sempre! Ovviamente a noi non interessa la validità del sacrificio, bensì il concetto temporale e, per così dire, di evento unico che vi sottostà. Inoltre, si rinviene anche il pensiero per cui una parte del tutto equivale al tutto, come a pp. 73-74: E rabbì Elazàr per quale motivo sostiene che un solo mese dell’anno è considerato come un intero anno? Perché è scritto: Nel primo mese il primo del mese (Ges. 8:13). Pertanto nonostante il mese sia iniziato soltanto da un giorno, viene comunque chiamato «mese», se ne deduce che un solo giorno del mese è considerato come un intero mese. E se un giorno del mese vale come un mese, trenta giorni dell’anno valgono come un anno.

3 Cf Hans KESSLER, La risurrezione di Gesù Cristo. Uno studio biblico teologico-fondamentale e sistematico, Brescia: Queriniana 1999, p. 262.

4 Ibid., p. 274.

5 Ibid, p. 275.

6 Ibid, p. 273.

7 Cf Ibid., p. 33.

8 Cf Ibid., p. 34.

9 Cf Ibid., p. 35.

10 Ibid, p. 37.

11 Ibid, p. 47.

Il simbolismo dell’inferno – Sabato santo

Discesa-di-Gesù-agli-Inferi-Duccio-di-Buoninsegna-740x493Gesù è morto e, secondo la tradizione, è sceso agli inferi per liberare i progenitori. Simbolo, realtà, verità?

Innanzitutto, un approccio metodologico: la morte richiederebbe silenzio, sia della voce che della logica, perché la morte è il “buco” della logica umana e dell’esperienza vitale. Lo stesso andrebbe fatto per la morte di Cristo, perché Cristo è morto davvero. Non è morto per finta, o per modo di dire.

La tradizione ha posto nel sabato santo tutta una serie di attività di Cristo che, nell’arco del periodo della sua morte, sarebbe disceso all’Inferno per liberare i progenitori che ancora non lo avevano conosciuto. O, addirittura, avrebbe predicato alle anime in carcere (1 Pt 4,6). In che modo va intesa, allora, questa attività?

Quando mai un morto è attivo? La morte è la massima passività concepibile. Tutto può essere fatto al cadavere, perché il cadavere non fa più nulla. E il corpo di Cristo, è stato cadavere anch’esso? Bisogna rispondere senz’ombra di dubbio di sì.

In che modo Cristo sarebbe stato solidale nella morte degli uomini, se egli stesso non fosse morto realmente? Ciò implica che, durante la sua morte, Gesù sia stato morto e del tutto passivo, come chiunque altro. Perciò, durante la morte egli era in quell’abisso nel quale finiscono tutti. Un abisso di passività, nel quale non è possibile alcuna azione e nel quale non esiste più identità.

Però, è forse possibile comprendere l’attività dello scendere agli inferi e del liberare i progenitori e del predicare alle anime in carcere in un altro modo: la totale passività, la vera morte di Cristo permette che la sua vita precedente continui a produrre i suoi effetti, nell’attesa e nel compimento della sua Resurrezione. La predicazione alle anime in carcere sarebbe perciò quella di quando era in vita, che adesso, durante la sua morte, produce i suoi effetti, e la sua discesa agli inferi – altro modo per dire: la sua morte – sarebbe stata anticipata dalla sua totale partecipazione alla pochezza e alla disperazione umana, e che adesso trova l’effettivo compimento con la sua morte, che è la sua discesa agli inferi.

Le porte degli inferi non prevarranno sulla Chiesa: proprio grazie alla morte di Cristo, morte dalla quale egli viene tratto dall’unica Persona attiva di tutta questa faccenda, ovvero Dio Padre, l’inferno non può prevalere sulla Chiesa, laddove la Chiesa è il corpo di Cristo. Si potrebbe dedicare un intero lungo articolo a come il corpo-di-Cristo-che-è-la-Chiesa sia da considerare nel vero senso del termine e non solo in un senso figurato, ma non è questa l’occasione. Il corpo di Cristo, ovvero Cristo stesso, sarà reso di nuovo vivo da Dio Padre. Implicitamente, è la Chiesa stessa a essere resa viva da Dio Padre per il tramite del suo Spirito vivificatore in Cristo, Figlio.

L’inferno è perciò il silenzio totale, la mancanza di presenza, la mancanza di attività propria, l’impossibilità del dire, l’assenza del legame che tiene in vita. E Gesù Cristo ha vissuto tutto questo, da quando è morto a poco prima di risorgere. È talmente importante credere fino in fondo che Cristo sia morto davvero, e non per modo di dire, che è necessario affermare che, in questo modo, Egli ha vissuto la vera morte, come tutte le persone perdute nella dimenticanza dello Sheol.

Il simbolismo della consegna – Venerdì santo

img.2Come la mettiamo con ciò che accadde a Gesù a partire dall’orto degli ulivi? Egli stesso si consegnò nelle mani del Padre, quando disse che fosse compiuta la Sua volontà e non quella propria di Gesù. Ed è proprio a partire da questa sua ferma volontà di Figlio che si compie la consegna.

Non c’è un Gesù battagliero, qui, e come per tutta la Passione – e perfino per la Resurrezione – Gesù è un Dio passivo, che si lascia fare. La lavanda dei piedi evidenziata da Giovanni ha questo risultato: il porsi al servizio completo dell’essere umano. Che frustrazione, per noi uomini e donne occidentali abituati e cresciuti alla luce della decisione, della trasformazione di ciò che ci circonda e delle persone con cui abbiamo a che fare, che frustrazione, dico, dover accettare che Dio si sia lasciato fare in questo modo!

Tutto parte dal tradimento di Giuda: tradimento, dal latino tradere, consegnare. Il Figlio dell’Uomo sta per essere “consegnato” nelle mani dei peccatori, ovverosia degli esseri umani, non più di Dio. Non è più Dio, che agisce qui, ma la volontà delle persone, in toto, che deviano dal disegno d’amore divino. E questa prima “consegna” fa partire tutte le altre:

  • Giuda consegna Gesù ai giudei;
  • i giudei consegnano Gesù a Pilato;
  • Pilato invia Gesù a Erode, ma poi lo consegna ai giudei;
  • i giudei consegnano Gesù alla morte.

In fin dei conti, però, è il Padre che consegna il Figlio, compimento di ciò che in Abramo e Isacco era solo preannunciato. Se la mano di Abramo era stata fermata dall’angelo, la mano di Dio non può essere fermata da nessuno, perché l’angelo è Dio stesso, e la sua consegna non può che giungere a compimento, una consegna cui Gesù stesso ha dato la possibilità tramite la sua volontaria consegna (o, per meglio dire, tramite la volontà della propria consegna).

Rimane un interrogativo, simboleggiato dalla croce di Cristo, innalzata in mezzo a quelle dei ladroni: perché Dio consegna anche un giusto e innocente come Gesù? Si tratta di quell’interrogativo che, volgarmente, viene di solito posto nei termini che seguono: “perché Dio permette che anche gli innocenti soffrano?”

È un interrogativo ineludibile, segno dell’esperienza umana più profonda, quella che riguarda l’oscurità e che ha a che fare direttamente con la zona in ombra della vita, quella che nessun tipo di logica può illuminare. Infatti, la risposta solita a tale interrogativo, cioè che anche il male sia una strada attraverso la quale Dio può farci capire qualcosa, rimane una pallida e non-consolante spiegazione di come vanno le cose, in maniera evidente di fronte agli occhi di tutti. Il male esiste e, spesso, dobbiamo passarci attraverso, non ne veniamo risparmiati. Così è stato anche per Gesù, nemmeno per lui è esistito un modo logico di comprendere la cosa. Sulla croce ha gridato, sulla croce si è sentito definitivamente abbandonato, maledetto, polvere come tutti noi.

Sulla croce, Gesù si è sentito totalmente diviso da Dio, diavolo, unito – forse – solo dalla fiducia che il Padre, di cui un tempo ebbe fatto esperienza, lo avrebbe riunito a Lui, l’origine di tutto. Lo scandalo della croce sta proprio in questo: che ci è tuttora impossibile pensare in maniera logica, esaustiva, la possibilità per il Figlio di Dio, di morire abbandonato. E per quanto proviamo – e siamo effettivamente riusciti nell’arco dei secoli – a trovare ulteriori significati simbolici (ci stanno tutti, dal primo all’ultimo!), lo scandalo permane fino a oggi.

È più che mai necessario mantenere aperto questo scandalo, e ricordarsi ogni momento che passa nella nostra vita, che la preghiera che Gesù ci ha consegnato, il Padre Nostro, dice (sia in greco che in latino): “non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. Il male viene da Dio, esattamente come il bene. Riusciremo mai ad accettare questo infinito scandalo? Il Venerdì Santo è questo, e molto altro.

Il simbolismo della Coena Domini – Giovedì Santo

 

Papa-Francesco-in-Coena-Domini-Gesu-si-fa-schiavo-degli-uomini_articleimageVorrei dedicarmi in questi quattro giorni a un breve approfondimento del Triduo Pasquale, anticipato da quella Coena Domini che tutto racchiude e preannuncia, dell’azione di Cristo, mettendola già in pratica in modo definitivo.

La premessa necessaria è tratta direttamente da un testo del grande teologo Hans Urs von Balthasar, Teologia dei tre giorni (pag. 76, Queriniana):

Una ininterrotta reinterpretazione carismatica attraversa i secoli della chiesa, come riflesso neotestamentario dell’esperienza veterotestamentaria dell’abbandono di Dio e di ciò che Giovanni della Croce ha sperimentato e descritto come ‘notte oscura’ e che prima e dopo di lui abbastanza di frequente è stata considerata un’esperienza della dannazione e dell’inferno.

È il caso, per esempio, dell’esperienza di Abramo cui viene chiesto di sacrificare il figlio Isacco, di Giobbe provato da satana attraverso la morte dei congiunti, la privazione dei beni e le malattie fisiche, e di molti altri, tra i quali la condizione del servo sofferente descritta profeticamente da Isaia.

Ora: Cristo non si è incarnato in Gesù per far finta di soffrire della peggior sofferenza, ovvero quella dell’abbandono, ma ha davvero vissuto l’abbandono totale, a partire (o, forse, per culminare in) quello di Dio. Gesù vive l’assenza del padre, che è la definizione classica dell’Inferno. Cristo si è fatto maledetto per noi, si è fatto inferno per noi, dannato per noi. E tutto è partito – per ciò che riguarda il periodo della Passione – dalla cosiddetta Ultima Cena.

La Cena è condivisione. La vita di Gesù è inconcepibile senza la dimensione della condivisione con altri, scelti nella piena libertà. Per questo Giuda, il traditore, siede al suo tavolo. Non è un errore e nemmeno una necessità: è una libera scelta di Gesù. Così come siedono, assieme a lui, tutti gli altri che lo abbandoneranno nel punto peggiore della sua vita: subito prima della morte. Gesù morirà solo.

La condivisione arriva a tal punto, da farsi donazione totale senza attendersi alcunché in cambio: il pane che è il suo corpo e il vino che è il suo sangue sono i simboli, ma anche la sostanza concreta, di questa sua realtà donata senza nulla ricevere in cambio. E non è che i suoi discepoli avrebbero potuto contraccambiare questo gesto, no. Cristo parla chiaramente, e dice loro che in quella autodonazione loro non possono seguirlo. Lo faranno solo dopo che Egli sarà risorto. Anche in questo caso, la donazione del proprio corpo e del proprio sangue per loro è del tutto gratuita, libera fin dall’inizio, senza alcuna aspettativa.

L’ora di Gesù, che è venuta, è un’ora definitiva, è il momento della definitiva dipartita di Gesù da questo mondo, e lui lo sa bene. Quando perciò si accinge a lavare i piedi dei suoi discepoli, sta confermando con un gesto di purificazione e di servizio che la sua morte – di cui è già a conoscenza, avendo intrapreso un cammino senza ritorno – è passaggio affinché tutti coloro che hanno deciso di seguirlo in questa sua via di donazione totale, possano farlo veramente. Non adesso, ma dopo la sua Resurrezione: infatti, la forza per farlo non è umana, bensì divina.

La struttura del racconto – infografica 2

La narrazione può essere effettuata anche avendo come obiettivo la creazione, il raggiungimento, l’esplosione e la risoluzione del climax. Attraverso questa nuova infografica vi spiego in che modo. Basta cliccare sul link qui sotto (Il racconto tramite il climax).

Le piccole cose: carne della narrazione

E se raccontassimo grandi cose attraverso i piccoli fatti della vita?

Questa sembra essere la soluzione adottata da chi vuole effettivamente mantenere un ponte privilegiato con il lettore. Perché possiamo anche aver architettato la più grande struttura narrativa, la più impressionante e originale ossatura per la narrazione che vogliamo proporre, ma riuscire nell’indesiderato quanto temuto risultato di deludere le aspettative del lettore. Continuiamo con la riflessione iniziata in un altro post (Scrivere tramite le piccole cose).

copertina 2Quando mi accingevo a sistemare per la definitiva stesura La faida dei Logontras, il secondo volume di Storia di Geshwa Olers, l’editore dell’epoca mi suggerì di rendere più umano e coinvolgente un passo in cui il giovane Geshwa si recava dal Comandante del Battaglione. Il protagonista doveva semplicemente salire le scale, attraversare un lungo corridoio di legno e passare davanti ad alcune guardie. Due o tre paragrafi in tutto che nelle mie intenzioni dovevano essere semplicemente un piccolo passo per quanto sarebbe accaduto dopo, il punto davvero focale della narrazione di quel capitolo. Quando l’editore mi invitò a mettere mano a quelle poche righe, mi domandai che senso avesse inserire qualcosa di “non previsto” in uno stralcio di narrazione che, tutto sommato, appariva insignificante. La risposta non arrivò, ma mi ci provai comunque.

Questo il punto di partenza: Uscì dalla stanza e salì le scale, dirigendosi velocemente al primo piano. Salendo si rese conto di come tutt’attorno a lui regnasse la più assoluta essenzialità. C’erano solo quegli oggetti che servivano alla vita sobria di una postazione militare, e considerò con timore crescente quella scelta che aveva compiuto dentro di sé. Per nessun motivo avrebbe cambiato idea. Quello era ciò che si sentiva di fare e a meno che non lo sbattessero fuori per impedirgli in tutti i modi di entrare nell’Esercito Reale, lui non avrebbe fatto ritorno al mondo esterno. Arrivato al primo piano incontrò due guardie proprio all’imbocco del corridoio oltre il quale, evidentemente, si accedeva agli appartamenti dei superiori.

Quella semplice salita di scale e quella breve passeggiata nel corridoio di legno, nonché il passaggio davanti alle guardie, divenne questo (il brano è tratto dalla versione definitiva del romanzo):

Uscì dalla stanza e salì le scale, dirigendosi in fretta al primo piano. Contò gli scalini e si sorprese a dar voce alla stessa abitudine di sempre, quella che aveva fin da quando era un bambino. Contare gli scalini, farli a due a due, saltarne alcuni quando scendeva raggiungendo il pavimento con un tonfo, erano tutti stralci di quotidianità che si portava direttamente da casa. Quella che era esplosa.

Un pensiero improvviso lampeggiò nella sua mente. Un gelehor, un uomo di argilla colmo di polvere nera che si dirigeva verso la sua dimora. C’erano la madre e la nonna, ognuna intenta nelle sue faccende. Poi, quando Delihen andava ad aprire, il grande boato che si era sentito in tutta Senfe. La casa della sua infanzia cancellata per sempre dalla sua vita, con tutto ciò che v’era dentro. Non solo la sua camera, ma anche quella soffitta in cui aveva riposto ogni singolo regalo ricevuto dai suoi genitori, dalla nonna e da Nargolìan nelle ricorrenze di Eu-Lyron, la festa coincidente con la sua nascita. Il Dono del Futuro, lo Hir Thorà, ricevuto dai nonni al momento della sua nascita, cioè un bastone da pellegrino con il pomolo a forma di testa d’aquila, ai primi vestiti che gli avevano donato parenti e vicini. Dagli animali intagliati nel legno di frassino alla miniatura del castello estivo dei Re, un regalo usato in moltissimi giochi con Nargolìan. E i soldatini di stagno regalatigli dalla nonna? C’erano molte altre cose in quella soffitta, ma tutto era stato disintegrato in un solo colpo da un unico grande fuoco: la sua camera, la cucina, la sala da pranzo, la sala delle storie, il laboratorio di suo padre. Le immagini di casa che ancora gli vibravano nella mente, piene di colori e sensazioni, gli fecero notare per contro la più assoluta essenzialità di quel posto. L’arredamento era strettamente funzionale alla sobria vita di una postazione militare e dentro di sé considerò con timore crescente la scelta che in cuor suo aveva già compiuto. Non c’erano spazi concepiti per molti svaghi e l’occhio non doveva essere accontentato nella sua ricerca di agi. Muri grigi oltre il cui intonaco scrostato si intravedeva del tufo e pavimenti di pietra bianca. Alcune panche austere lungo i muri bagnati da una luce soffocante che giungeva dall’esterno, le urla esterne cui facevano seguito i cozzar di spade.

Per nessun motivo avrebbe cambiato idea, se lo disse ora una volta per tutte.

Finalmente sto per incontrare il Comandante Ershaec, e sono qui a ricordare soldatini.

Quel corridoio della Divisione del GroneGor Meridionale era il posto in cui voleva essere. Entrare nell’Esercito Reale era la sua meta, a meno che non lo sbattessero fuori impedendoglielo.

Due guardie si trovavano proprio all’imbocco del corridoio, al cui angolo era affisso un cartello di legno che diceva: Sezione Ufficiali. Lo scrutarono con gravità, ma non lo bloccarono.

In poche parole, un semplice passaggio diventa l’occasione per dar voce ai ricordi del protagonista, per richiamare la sua origine, per dare colore e sapore a quanto sta facendo in quel momento e, infine, per creare un certo tipo di aspettativa nel lettore: riuscirà Geshwa a mantenere vivo il suo proposito? Una volta riletto il tutto, mi accorsi in modo definitivo che adesso io stesso sentivo vibrare d’attesa e di aspettative quel passaggio del protagonista.

Per fare un parallelismo cinematografico, quanto intendo dire è del tutto simile a quella famosa scena (qui sotto) del film di Gibson, The Passion, nella quale la madre di Cristo, quando lo vede passare per le vie di Gerusalemme e cadere sotto il peso della croce che sta trasportando verso il Calvario, deriso dalla gente, si ricorda di colpo quando il suo bimbo cadde per terra nei suoi giochi e lei, amorevole, lo aveva rialzato. Un lacerto di umanità in una scena che di umano ha ben poco.

CristoIncontraMaria
Clicca sull’immagine per vedere la scena.

Tutta la narrazione va in continuazione nutrita di vissuto. La realtà è che una grande narrazione, fatta di strutture mirabolanti e di invenzioni originali, può reggersi sulle proprie gambe solo grazie alla possibilità offerta al lettore di continuare a rispecchiarvisi nelle quotidiane piccole cose della vita.