10 musiche per la scrittura

10 Classical Masterworks for Writing.

910af06bbb8940fbb7343294daf05a75Quando si scrive, si può ascoltare musica per accompagnare la propria fantasia e nutrirla, oppure solo per isolarsi dal resto del mondo ed entrare meglio nel testo che si sta affrontando. Personalmente, ascolto musica leggera per entrare nell’atmosfera, ma musica classica quale nutrimento vero e proprio della scrittura.

Più di una volta mi sono ritrovato a scrivere interi brani, addirittura capitoli (se non romanzi) basati sulla traccia musicale di una composizione. Uno di questi casi è Il gioco del diavolo, edito da Dunwich Edizioni e contenuto in Un assaggio di Dunwich 3, basato sull’album A Soucerful of Secrets dei Pink Floyd. Ma per rimanere alla musica classica, ecco la mia lista delle 10 composizioni che più mi hanno influenzato:

  1. L’isola dei morti, di Sergej Rachmaninov, 1908.
  2. Sinfonia n. 4, di Gustav Mahler, 1900.
  3. Don Carlo, di Giuseppe Verdi, 1867.
  4. Parsifal, di Richard Wagner, 1882.
  5. Sinfonia n. 6, di Pëtr Il’ič Čajkovskij, 1893.
  6. Sinfonia n. 3, di Johannes Brahms, 1883.
  7. Requiem, di Gaetano Donizetti, incompiuta.
  8. Aroldo in Italia, di Hector Berlioz, 1834.
  9. Sinfonia n. 9, di Ludwig van Beethoven, 1824.
  10. Il flauto magico, di Wolfgang Amadeus Mozart, 1791.

Ci tengo a precisare che ho distinto la musica classica dalle colonne sonore, di cui parlerò in un prossimo post, così come – ovviamente – dalla musica leggera, della quale parlerò in un ulteriore post.

E voi, avete la vostra lista di musiche classiche? E per quali motivi?

10 libri per la scrittura

auster_main_1517243f10 Books Must Read for Writing. Oggi faccio l’Amerricano.

Una volta tanto mi concedo un elenco e, come ogni elenco che si rispetti, ne esclude molti altri che andrebbero ugualmente letti nella loro completezza.

Non è una classifica, ma una lista dei libri che, secondo me, ogni scrittore dovrebbe leggere almeno tre volte nella vita, del tutto indispensabili per migliorare la propria scrittura.

Non sono manuali di scrittura, ma esempi concreti di come si possa scrivere. Comprendono sia narrativa che non-fiction. Cominciamo.

  1. Invisibile, di Paul Auster, 2009.
  2. Sabato, di Ian McEwan, 2005.
  3. Trilogia della Fondazione, di Isaac Asimov, 1952.
  4. Le notti di Salem, di Stephen King, 1975.
  5. Lo Hobbit, di J. R. R. Tolkien, 1937.
  6. La Gerusalemme Liberata, di Torquato Tasso, 1581.
  7. Colazione da Tiffany, di Truman Capote, 1958.
  8. Il Vangelo secondo Matteo (sceneggiatura), di Pier Paolo Pasolini, 1964.
  9. I Miserabili, di Victor Hugo, 1862.
  10. Gente di Dublino, di James Joyce, 1914.

E voi, avete la vostra lista dei libri che ogni scrittore dovrebbe leggere per poter scrivere meglio?

Fantasy e religione, contatti e distanze

17458437_1797478006944277_6772660917770041010_nL’ultimo post riguardante il fantasy mi ha dato la possibilità di un ulteriore approfondimento, relativo questa volta alla religione e alle sue differenze con questo genere narrativo. L’occasione nasce dalla risposta di un’utente di Facebook, che come risposta all’incapacità diffusa di credere alla narrazione fantasy da me evidenziata presso il popolo medio dei lettori, proponeva una battuta dell’attore comico George Carlin, morto nel 2008, che potete leggere nell’immagine qui sopra.

La battuta di Carlin lavora per assurdo e per giustapposizione di due ambiti totalmente differenti, che è il preciso metodo della comicità: dall’assurdità conseguente all’accostamento di due piani diversi scaturisce la comicità. In questo caso, credere in un dio e credere in un fatto concreto. La battuta lavora sull’ambiguità del verbo “credere”: credere in un dio è atto di fede, che è una credenza a prescindere dalla prova concreta; credere che la vernice sia fresca è atto di affidamento che, per assurdo, ha invece bisogno della controprova: toccare la vernice fresca.

La mia reazione è stata quella di fare l’ennesimo pistolotto (che la povera utente si è dovuta sorbire, eccitando involontariamente il mio furore d’Ariete) sulla confusione molto diffusa del fantasy con la religione. E allora, se permettete, vi propongo l’ulteriore approfondimento (per non dire “chiarimento” che l’occasione ha avuto modo di sviluppare, per primo a me stesso) su tale distinzione.

Molte volte ho sentito sostenere che la Bibbia sarebbe un fantasy ante litteram, che i Vangeli sarebbero narrazioni fantastiche e che Gesù stesso sarebbe mera creazione della fantasia umana. Errore!

Il ragionamento, che a molti potrà sembrare ancora una volta del tutto logico, si basa su un enorme fraintendimento di fondo: il riferimento agli ambiti dell’esperienza umana, che ne giustificano lo sviluppo. Cerco di essere più chiaro. Partiamo dalla narrativa fantastica.

In questo, questo e quest’altro post dicevo di come caratteristica fondamentale e necessaria del linguaggio fantastico siano il mito, l’archetipo e il simbolo. Il fantasy si nutre di queste forme e un buon fantasy è capace di utilizzarle in modi sempre originali e profondi, che parlano direttamente all’animo umano.

A ben vedere, però, anche la religione utilizza miti, archetipi e simboli.

La differenza, dunque, dove sta? La differenza sta nel riferimento agli ambiti dell’esperienza umana. La religione fa riferimento alla sfera del sacro, che è uno dei fondamentali modi esistenziali di un qualunque essere umano, se ne renda conto oppure no. Il sacro è l’esperienza di ciò che sta al di sopra o al di là dell’esperienza meramente razionale, e che suscita di primo acchito spavento e sensazione di tremenda maestosità, che vanno gestite tramite riti. Per poter parlare della nostra esperienza del sacro, abbiamo bisogno di miti, archetipi e simboli.

Il fantasy fa riferimento a miti, archetipi e simboli, ma solo in quanto dimensioni concrete di una narrazione culturale, che può intercettare la sfera del sacro solo in modo secondario. Per dirla più chiaramente:

  • il fantasy parla del sacro solo per raccontare una storia; la religione racconta una storia solo per parlare del sacro.

Il fantasy e tutte le narrazioni fantastiche sono uno sviluppo secondario dell’esperienza umana. Tale sviluppo secondario si concretizza solo quando lo sviluppo primario dell’essere umano ha già avuto luogo. Un po’ quello che Aristotele diceva della filosofia, pensandola come possibile solo per un popolo che avesse già risolto i problemi primari dell’esistenza. Il sacro è proprio uno di questi problemi primari.

 

Il fantasy: genere di nicchia?

imagesNel precedente post sostenevo che il fantasy dovrebbe essere in grado di parlare e comunicare con qualunque essere umano. Il punto di forza sta nella sua capacità di utilizzare gli archetipi e i simboli, per comunicare con la parte più profonda e vera dell’uomo, dato  assolutamente verificato dall’importanza e dalla continua fortuna che hanno poemi epici dell’antichità, poemi cavallereschi del Rinascimento e fiabe inventate o riscoperte in epoca moderna.

Eppure, più di una volta nell’arco di questi ultimi dieci anni, durante i quali ho pubblicato romanzi di vario tipo e spesso rientranti nell’ambito del fantastico, mi sono dovuto scontrare (o, meglio, confrontare) con persone, anche amiche, che reagivano in un modo molto preciso alla notizia che avrei pubblicato un romanzo fantasy: “Sono contento per te, ma mi dispiace perché non lo leggerò. Il fantasy non è il mio genere”.

Ovviamente, una simile reazione è possibile e accade spesso anche per altri generi, quali l’horror oppure il rosa, o ancora il poliziesco. Tuttavia, mentre per gli altri generi vengono portate motivazioni del tipo: non mi piace spaventarmi oppure non mi piace l’azione o non sono interessato a quello che riguarda la polizia o ai fatti di cronaca nera, per ciò che concerne il fantasy o la narrativa fantastica, la motivazione che mi viene riportata è solitamente: è troppo campato per aria. Non c’è nulla di vero, non riesco a credere nemmeno per un momento a quello che viene raccontato. E – ancora peggio – quelli che leggono fantasy mi sembrano tutti degli sciroccati.

Quelli che leggono fantasy mi sembrano tutti degli sciroccati!

Mi chiedo cosa possa portare la gente a pensare una cosa simile, soprattutto considerando proprio l’aspetto del simbolismo presente all’interno della narrazione fantastica. Il fantasy, parlando  di mondi inesistenti, forse provoca una sorta di sospetto, come se presentasse una qualche realtà che ha a che fare con la mancanza di maturità?  Non a caso si pensa spesso che il fantasy sia questione di bambini e di infanzia: non c’è genere più limitato, da parte dei lettori stessi, a un pubblico di questo tipo. E ovviamente non si tenta nemmeno di provare di persona una simile lettura. Si potrebbe persino rischiare di amarla.

Insomma, cosa ne pensate voi? Qual è il motivo per cui il fantasy è tra tutti i generi di nicchia, quello forse più di nicchia?

Il fantasy: come funziona l’allegoria?

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Allegoria della simulazione – Lorenzo Lippi

L’allegoria allude a un altro ambito, e non si limita alla parola, a un concetto. È piuttosto un intero discorso.

Per capire meglio in che modo funzioni l’allegoria, è utile pensare alla metafora. La metafora fa ugualmente riferimento a un ambito differente, altro, ma si limita a una parola, a un bagliore immediato, a un’intuizione. L’allegoria, invece, può estendersi perfino a un’intera opera. Per esempio, come dicevamo, Le cronache di Narnia di C. S. Lewis alludono al cristianesimo e a Cristo che ha vinto la morte. Non a caso ho utilizzato la parola alludere, simile ad “allegoria”, ma di differente derivazione.

Alludere, dal lat. ad-  ludĕre, che mi piace tradurre con “giocare presso” (sottinteso: un altro ambito di significato). 

Allegoria, dal gr. allos agoreuo, parlare d’altro.

La narrativa fantastica tutta si presta a essere un’enorme allegoria, capace di far riferimento continuo a una realtà differente tramite il carico simbolico contenuto nei singoli termini metaforici che ne compongono il tessuto. Tuttavia, l’allegoria appiattisce su un livello unico, sottinteso all’intero discorso che viene costruito.

Ritengo che il fantasy, invece, possa alludere a qualcos’altro: a un ambito simbolico sempre aperto, sempre fruibile in maniera differente, datore sempre di nuovi significati. Il fantasy può offrire, unico tra i generi fantastici, un ventaglio di possibilità di letture sconosciuto per esempio alla fantascienza o all’horror, che tendenzialmente afferiscono a un “altra” realtà legata o al tempo (la sci-fi) o al piano morale (l’horror), che ne definisce ed esaurisce l’ambito di significato.

Il fantasy offre un linguaggio immaginifico capace di far risuonare ogni tipo di animo umano, motivo per cui – se letto da chiunque – a chiunque può piacere.

Qui, però, si presenta un problema non secondario: il fantasy è visto con un carico di pregiudizi sconosciuto ad altri generi. Tra tutti i generi di nicchia, il fantasy lo è in misura forse maggiore. Rimane da capirne il perché, cosa che tenterò di fare nel prossimo post. La risposta, forse, sta proprio nel simbolismo di cui è colmo.

 

Il fantasy: simbolismo o allegoria?

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Allegoria del Silenzio, Donato Carabelli – Villa Litta, Lainate.

Non la si prenda per una domanda oziosa, tanto meno capziosa. Moltissimi, tra l’altro, credono che l’allegoria sia un simbolismo.

I più colgono nel fantasy la narrazione della nostra realtà sotto mentite spoglie: faccio un esempio con Il Signore degli Anelli, che ha conosciuto più di una interpretazione allegorica, del tipo Sauron = Hitler, orchi = nazisti, Terra di Mezzo = Europa e via dicendo. Ve ne sono state anche altre: Hobbit = cittadino inglese medio, Elfi = intellighenzia culturale, Istari = Arcangeli, ecc. ecc.

Un testo ricco e stratificato come l’opera di Tolkien si presta di certo a una simile lettura, e vi sono esempi di altri romanzi fantasy, quali Le cronache di Narnia di C. S. Lewis che certamente contengono ampi stralci, se non addirittura volumi, esplicitamente pensati in senso allegorico, ma allegoria e simbolismo non sono la stessa cosa e raramente un romanzo fantasy vuole essere allegorico.

L’allegoria consiste nell’esprimere un concetto o nell’indicare una realtà utilizzando immagini e concetti differenti, ma in qualche modo legati al concetto o alla realtà che si vuole esprimere davvero.

Il simbolismo è lo squarcio sul di più della realtà esperita. Il simbolismo è un’espressione vocale o grafica che permette alla mente di accedere a una dimensione altrimenti nascosta e difficile da cogliere in altro modo.

L’allegoria parla il linguaggio consueto, chiedendoci di fare un’operazione mentale di sostituzione; il simbolismo parla un linguaggio altro, chiedendoci di comprendere un senso ulteriore, verso il quale il simbolo fa da ponte.

La narrativa fantasy dovrebbe indicarci una realtà ulteriore, differente da quella che percepiamo tutti i giorni tramite la logica, perché la sua apertura verso un mondo differente dal nostro non è un semplice stilema del genere – categoria per me del tutto inesistente, se non in virtù di classificazioni merceologiche – quanto, piuttosto, il tentativo, riuscito o meno a seconda del romanzo, di portare l’esperienza del lettore in un ambito che sempre vive a livello di esperienza intima, ma che non è mai così esplicito da risaltare a livello del tutto conscio.

Il fantasy ha l’arduo compito di ampliare lo spettro di esperienza del lettore, di modificare la sua condizione di vita grazie a uno “spintone” oltre la soglia che percepiamo tra la realtà consueta e la realtà più ampia, ma che spesso non abbiamo il coraggio di oltrepassare. L’allegoria, invece, indica qualcos’altro che noi già conosciamo e, di solito, non apporta nulla di particolarmente nuovo.

Nel prossimo post vedremo come funziona l’allegoria e continuerò a cimentarmi in questo confronto con il simbolismo.

Smussare gli spigoli della scrittura

imagesDi quali spigoli potrei mai parlare? Forse della scrittura fastidiosa, di argomentazioni fin troppo pungenti o di considerazioni che fanno male, tanto sono realistiche e veritiere? No di certo.

La scrittura dev’essere in un qualche modo fastidiosa. E insieme dolce, attraverso uno stile ben lubrificato.

Parlo, infatti, di quegli spigoli nei quali incappa talvolta il lettore e che potrebbero spingerlo ad abbandonare una lettura. Certo, non esiste un parametro definitivo e valido per ogni lettore che renda il testo piacevole fino in fondo. Oltre a considerare quel che si diceva in un altro post relativamente alla leggibilità di un testo, si possono aggiungere altre specifiche. Vediamole:

  • Non invertite i termini del discorso: la frase fila liscia se è costituita da soggetto + verbo + complementi. Sembrerà una cosa ovvia, ma le varie cadenze dialettali e le abitudini linguistiche familiari apportano molte modifiche a questa buona norma.
  • Evitate le allitterazioni e le rime: vanno bene solo in poesia oppure quando volete dare maggior musicalità a una frase, e a una sola. Ma nella prosa risultano generalmente pesanti.
  • Dividete il vostro discorso in paragrafi e in ogni paragrafo sviluppate un solo argomento con i suoi punti di vista. In genere, la prima frase del paragrafo deve contenere il concetto che poi andrete a sviluppare nelle frasi successive, tramite conferme, negazioni, esemplificazioni, contraddizioni, fino all’ultima frase del paragrafo stesso.
  • Le prime e le ultime parole del paragrafo sono quelle più importanti, quelle che rimangono maggiormente nella memoria: sceglietele con cura.
  • Gli avverbi: quante volte avrete letto la regola magica che è meglio evitarli? Bene, ciò vale soprattutto per la lingua inglese. Ma noi siamo italiani: ci sono avverbi stupendi da utilizzare… religiosamente.
  • Le ripetizioni: sempre perché siamo italiani, odiamo invece fino alla morte le ripetizioni. Tuttavia, non c’è nulla di più facile per un italiano che utilizzarle. La nostra mente è fatta in modo tale che quando ci fissiamo in mente il concetto dell’idea che vogliamo esprimere, continuiamo a reiterarla senza rendercene conto. Faremmo bene, perciò, a rileggere quanto scriviamo alla ricerca di simili ripetizioni.
  • La punteggiatura non è un optional: è un organismo vivente che dev’essere fatto crescere in maniera opportuna. L’italiano è una lingua splendida, oltre che veramente complessa. Come in tutte le lingue complesse, non esiste una regola grammaticale che sia quella e basta: è sufficiente scavare per qualche decennio nel passato per scoprire che una volta si faceva in un modo diverso. Nulla toglie che anche oggi si possa fare come nel passato… sempre che ve ne sia motivo. Anche la lingua è un organismo vivente, come tale, si evolve.
  • Utilizzate i suoni fonetici per rendere l’effetto sonoro dei concetti che volete trasmettere: non sto dicendo di scrivere versacci, bensì di essere consapevoli che esistono suoni labiali, suoni liquidi, suoni nasali, suoni gutturali, ecc., e che ciascuno di essi può contribuire a creare un’atmosfera sonora corrispondente al vostro scopo tramite la scelta delle parole giuste.

Per oggi basta così. Non voglio ammorbarvi ulteriormente. Perciò non mi rimane che salutarvi e rimandarvi al prossimo post, in cui vedremo qualche piccolo trucchetto per l’efficacia maggiore di una porzione di scritto.

E tu, quale genere sei?

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Andersen, scrittore di fiabe… per bambini o per adulti?

Scrivere rientrando in un genere, o scrivere e poi accorgersi di essere rientrati in un genere?

Quando iniziai a scrivere, mi resi conto di produrre racconti e narrazioni di tipo fantastico e avventuroso. Mi ero formato su letture di Salgari, Tolkien, Crichton e Asimov, motivo per cui volevo emularli, riuscire a produrre qualcosa che fosse anche solo lontanamente simile a ciò che quelle menti geniali riuscivano a ricostruire. Volevo imitare il loro stile, volevo riprodurre le loro atmosfere, volevo che il lettore che avesse letto le mie storie, potesse meravigliarsi come io avevo fatto a mia volta.

Poco alla volta, poi, il mio stile si raffinò (ci vollero anni). Ancora attorno ai 25 anni avevo una scrittura fortemente debitrice dei grandi autori che amavo. Eppure, qualcosa iniziava a scattare dentro di me. Mi si delineavano le linee principali delle mie storie, simboli e archetipi emergevano su altri elementi che, invece, restavano più nell’ombra. Mi resi conto che, pur volendolo, non riuscivo a raccontare tutto ciò che destava il mio interesse. In modo particolare, mainstream. Storie di vita vissuta, normali, quotidiane, erano ben al di là della mia prospettiva, e non perché non mi ci tentassi; piuttosto, qualunque storia mettevo su carta, aveva determinate caratteristiche che rientravano nel grande ambito del fantastico. Talvolta, poi, si trattava di fantascienza, talaltra di avventura pseudo-scientifica e, infine, di fantasy.

Riconoscendo queste caratteristiche tra le altre, mi convinsi di essere un autore di genere. Anche quando iniziai a scrivere Storia di Geshwa Olers, il primo romanzo (di 3500 pagine) frutto unicamente della mia esperienza di vita e perciò del tutto originale rispetto a qualunque stilema di genere, lo etichettai come fantasy. Quindi passai all’horror, e per i primi due anni rimasi nella convinzione di scrivere horror.

Poco alla volta, però, iniziai a rendermi conto che ciò che accomunava le mie storie era qualcos’altro: la storia delle persone. Vicende straordinarie che accadevano a persone assolutamente normali (per dirla alla Spielberg) e che, inoltre, reagivano in modo – per dire così – apocalittico. Il mainstream continuava a non essere nelle mie corde, il grande ambito del fantastico proseguiva a lambire in maniera significativa le mie narrazioni, ma per la prima volta mi resi conto di non rientrare in alcun genere.

Storia di Geshwa Olers non è un fantasy, e anche l’etichetta di storia fantastica gli sta stretta: è un romanzo che racconta la vita di un ragazzo nel suo tentativo di vivere il rapporto con Dio nel modo in cui tutti si aspettano. La sorpresa, ovviamente, sta nel finale.  La ragazza della tempesta e Veniva dal mare non sono romance, ma storie dell’incontro tra un uomo e una donna che non hanno nulla a che fare con i cliché del rosa: ne condividono di più con il thriller. Commento d’autore, Le sette case, Codice infranto e Trasmissione inversa non sono horror, ma declinazioni del rapporto dei loro protagonisti con la realtà che essi vivono: la realtà di uno scrittore divenuto improvvisamente famoso, la realtà di sette cittadini di Verulengo nel loro legame con sette luoghi della cittadina in cui vivono, la realtà di un tessuto educativo ormai talmente disgregato da nascondere mostri e, infine, la realtà di due amanti delle narrazioni alternative che scoprono di trovarsi davvero in una delle peggiori narrazioni di un maestro dell’horror, Lovecraft.

Insomma, pensavo di essere un autore di genere. Invece, sono uno scrittore. Punto. E voi?

 

L’identità della narrazione

blocco-dello-scrittoreNon bisogna pensare che la narrazione termini con la scrittura o che il senso della scrittura si esaurisca tutto tra l’intenzione di chi narra e il desiderio di chi legge. La narrazione, in realtà, costruisce l’identità.

Quando uno scrittore si pone di fronte alla tastiera, lo fa perché un intero mondo si è già sviluppato dentro di lui. Non mi riferisco al mondo inventato che egli vuole utilizzare nella sua narrazione, bensì al vissuto personalissimo dell’autore, che magari non tirerà mai fuori, se non in maniera molto implicita e trasformata. Il mondo dello scrittore costituisce il primo ambito dal quale si muove il significato della narrazione.

Poi intervengono la fantasia e l’intelligenza dell’autore, nel momento in cui rielabora il proprio vissuto e lo pone in nero sul bianco della carta. Non è detto, ovviamente, che vi sia davvero molta fantasia o molta intelligenza in ciò che scriverà: quello è un optional che dipende dalla formazione personale (e, in quanto tale, fa parte del mondo che precede la scrittura). Tale fantasia e intelligenza creano un significato ulteriore, che si sovrappone perfino al senso che il mondo ha per l’autore. Per questo motivo, infatti, l’autore può trovarsi a consegnare al lettore un significato nel quale, in fin dei conti, potrebbe perfino non riconoscersi. Dubito che l’autore dei romanzi dedicati ad Hannibal Lecter si rispecchi nel pensiero del suo famoso personaggio.

Infine, la scrittura arriva al lettore. A sua volta, il lettore vive nel proprio mondo, che è differente (in parte o in tutto) da quello dello scrittore. Ma quando si pone alla lettura del libro, non fa altro che portare la propria esperienza personale nel mondo che lo scrittore gli presenta. Non solo: il lettore se ne lascia influenzare secondo gradazioni differenti, a seconda di molti fattori.

Il concetto fondamentale, quello che mi preme sottolineare, è che il mondo offerto dallo scrittore non sarà mai del tutto indifferente a quello del lettore. Perfino quando il lettore si rifiuterà di leggere un romanzo, non farà altro che prendere posizione nei confronti della proposta del suo autore. Quando, invece, lo legge, il contenuto e il mondo dell’autore fluiscono nella vita e nell’esperienza del lettore, che sarà l’ultimo vero creatore del romanzo stesso.

Autori d’Italia (e del mondo intero, ma non credo ci siano molti stranieri a leggere quel che scrivo in questo blog, se non alcuni americani), pensavate forse di essere voi gli artefici del vostro scritto?

 

L’importanza della voce per la scrittura

readingoutloudNon mi stancherò mai di ricordare quanto importante sia la lettura (a voce alta) di ciò che si scrive.

Non ci si pensa mai, ma la scrittura è nata dalla parola, dalla vocalizzazione. Scrivere senza rileggere a voce alta (o senza pensare che, prima o poi, ciò che si scrive possa essere suscettibile di esser letto) è come scrivere senza avere un’idea di fondo. Ciò che l’idea lucida è per la comprensibilità del testo, il buon suono alla lettura dello stesso è per l’ottenimento di un buon stile.

Leggere a voce alta è fondamentale per due persone, lo scrittore e il lettore.

Vediamo perché:

  • per lo scrittore, che così si rende conto se ciò che ha scritto ha una bella forma, se è musicale, se – soprattutto – si capisce al primo colpo. E qui scatta l’avvertimento n. 1: se voi stessi non avete capito alla prima lettura a voce alta ciò che avete letto, voi stessi che ne siete l’autore, è allora il caso di rivedere quel che avete scritto. In realtà, capita molto spesso;
  • per il lettore, che così comprende quale sia il ritmo giusto per la lettura di un testo e si rende conto se davvero ciò che sta leggendo gli piaccia oppure no. Questo aspetto è particolarmente importante. Alzino la mano quanti di voi hanno letto un romanzo in un dato periodo dell’anno o della vita senza apprezzarlo, rileggendolo poi a distanza di tempo e riuscendo invece ad amarlo. Il romanzo è sempre lo stesso: cambiate voi. Cambia il vostro stato d’animo, la vostra condizione di vita, il tempo atmosferico. Soprattutto, può cambiare il vostro stato mentale.

La lettura con il pensiero è una grande invenzione (non è che in ogni epoca dell’umanità si sia letto con il pensiero, lo sapete, vero?), ma si corre il rischio di essere sottoposti ai dettami del proprio umore. La lettura a voce alta, invece, costringe a rimanere sul pezzo e ad apprezzarlo davvero. Oppure a non apprezzarlo affatto.