La cultura difficile ci farà uscire dalla caverna

c_4_articolo_2161473__imagegallery__imagegalleryitem_0_imageQualche tempo fa circolava in rete questa fotografia. Vi si vede Mark Zuckerberg (tutti sapete chi sia) mentre cammina in mezzo a una platea di persone connesse a una realtà virtuale, lui, invece, unico a vedere la realtà per ciò che è. Ovviamente mi ha fatto venire in mente il mito della caverna di Platone, tratto dalla Repubblica. Ecco cosa dice, al libro VII:

“[…] riguardo alla cultura e alla sua mancanza, immaginati la nostra condizione nel modo seguente. Pensa ad uomini in una caverna sotterranea, dotata di un’apertura verso la luce che occupi tutta la parete lunga. Essi vi stanno chiusi fin dall’infanzia, carichi di catene al collo e alle gambe che li costringono a rimanere lì e a guardare soltanto in avanti […] In alto, sopra di loro, brilla lontana una fiamma; tra questa e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale è stato costruito un muretto, simile ai paraventi divisori al di sopra dei quali i saltimbanchi mostrano al pubblico i loro prodigi.

[…] Ecco dunque lungo quel muretto degli uomini che portano oggetti d’ogni sorta che sopravanzano il muretto, e immagini di uomini e di animali in pietra, in legno e in fogge d’ogni tipo. […] Pensi, in primo luogo, che di se stessi e dei compagni abbiano visto qualcos’altro se non le ombre proiettate dalla fiamma sulla parete della caverna di fronte a loro? […] E non si trovano nella stessa situazione riguardo agli oggetti che vengono fatti sfilare? […] Se dunque potessero parlare fra loro, non credi che considererebbero reali le immagini che vedono? […] E se la parete opposta della caverna rimandasse un’eco? Quando uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole alla sua ombra? […] Allora per tali uomini la realtà consisterebbe soltanto nelle ombre degli oggetti.”

Ecco, oggi fermiamoci qui e facciamo quest’operazione: proviamo a immaginare che quella caverna sia il mondo digitale con cui ormai abbiamo a che fare giornalmente. Meglio ancora: immaginate che quel mondo digitale sia perfino un contenitore di contenitori, senza la possibilità di cogliere il fondale ultimo della proiezione. Comunque sia: la caverna è il mondo digitalizzato.

L’apertura verso la luce è l’interfaccia che la digitalizzazione ha ormai frapposto tra noi e la realtà. È talmente pervasiva, che riesce a ingannare i nostri sensi fino al punto da sembrare ormai necessaria. Ancora peggio: ci sono i cosiddetti nativi digitali. Loro sono fin dall’infanzia immersi nella digitalizzazione. Le catene al collo e alle gambe sono non solo quasi metafora dei cavi – visibili o wi-fi – delle nostre device, ma le decisioni che qualcuno ha preso su tale mondo digitalizzato. Non siamo noi i reali giostrai di 0 e 1, ma qualcun altro. Vogliamo dire, per esempio, Zuckerberg? Diciamolo. Giusto per fare un esempio. Zuckerberg ha posto una fiamma – le sue sequenze di 0 e 1 – che proietta ombre sul muretto costruito lungo la salita. E che sia una salita, quella che percorriamo giorno dopo giorno, non vi è dubbio.

Gli oggetti d’ogni sorta che portano gli uomini lungo la salita, non sono forse gli oggetti che i demiurgi del mercato hanno deciso che noi dobbiamo portare? E non proiettano l’ombra che noi contribuiamo a scegliere per noi stessi (perché se non si fosse capito, quegli uomini in salita siamo noi) su quel muretto della caverna digitale (che, se si fosse capito ancora meno, è la nostra realtà di mercato, tutta intera) credendola reale? Facciamo attenzione: non vediamo ancora noi stessi; vediamo solo la nostra ombra, capace di oscurare le differenze interne alla nostra facoltà di decisione. Ciò che scegliamo per noi è in parte nostro e in parte (quanta?) di qualcun altro, capace di influire sulle nostre scelte senza che ce ne rendiamo conto fino in fondo.

Perfino le voci riecheggiano, anche quando sosteniamo discorsi con grande convinzione, e sembrano uscire dalle ombre, senza che possiamo più distinguere chi sia a emetterle. Cosa ci garantisce che quelle voci che siamo convinti essere nostre, non siano in realtà voci di qualcun altro? Vi ricorda qualcosa?

Bene, per oggi ci fermiamo qui. Ma tra un paio di giorni proseguiamo con questo parallelismo tra il mito della caverna e la nostra realtà (digitalizzata).

 

Il cristianesimo e l’alchimia

miriamthejewessCi si potrebbe chiedere in che rapporto si trovino tra loro cristianesimo e alchimia, dal momento che la seconda si è sviluppata soprattutto nell’epoca in cui il cristianesimo si strutturava in modo più solido tramite Riforma e Controriforma. Per capirlo, continuo a seguire Psicologia e alchimia, di Carl Gustav Jung.

Ecco un brano tratto da pag. 33: “Il cristianesimo ha elevato l’antinomia di bene-male a problema universale, e mediante la formulazione dogmatica del contrasto ne ha fatto un principio assoluto. In questo conflitto attualmente non risolto, l’uomo cristiano viene posto come un protagonista del bene, e come personaggio del dramma universale. […] Il bene è l’equivalente dell’incondizionata imitazione di Cristo, il male un’impedimento di questa”.

Cosa può far sì che l’uomo abbracci il male e che gli impedisca, così, di farsi imitazione di Cristo? Presto detto, nulla di esterno a sé (come d’altronde già diceva Gesù), ma “sono le debolezze morali e l’inerzia degli uomini che più di ogni altra cosa ostacolano l’imitazione, e proprio per queste il probabilismo ha una tolleranza pratica, che in certi casi può maggiormente corrispondere a indulgenza cristiana, a mitezza, ad amore per il prossimo, di quanto vi corrisponda l’animo di coloro che non vi vedono che leggerezza e mancanza di impegno”.

Detto in parole povere: ci si nasconde dietro una facciata di accoglienza fasulla, per giustificare in qualche modo la propria mancanza di vigore nella lotta contro il male. Ecco che entra in campo uno dei paradigmi di Jung, il Sè (in tedesco, Selbst):

“Con ciò si verifica un avvicinamento all’archetipo psichico del «Selbst», nel quale anche questo contrasto compare unito, e dunque, in modo dissimile al simbolismo cristiano che lascia aperto il conflitto. Per quest’ultimo c’è uno «spacco» che attraversa il mondo: la luce lotta contro la notte, e l’alto contro il basso. Questi Due non sono Uno, come nell’archetipo psichico. […] Il dogma insiste invece sul fatto che Tre è Uno, mentre protesta contro il fatto che Quattro sia Uno. È noto che i numeri dispari, fin dall’antichità e non soltanto da noi in Occidente, ma anche in Cina, sono maschili, quelli pari invece femminili. Da ciò risulta che la Trinità è una divinità esplicitamente maschile; l’androginia di Cristo e la particolare posizione e venerazione della Madre di Dio non ne costituiscono un pieno equivalente. Con questa constatazione che forse al lettore potrà sembrare strana, arriviamo ad un assioma centrale dell’alchimia, e precisamente all’assioma della Maria Prophetissa: «L’Uno diventa Due, il Due diventa Tre, e dal Terzo diventa l’Uno come Quarto»”. (pag. 34)

Potrà apparire un brano duro ai più, ma fa leva sul significato simbolico dei numeri, partendo dal concetto che la Trinità è costituita, come sappiamo, da Padre Figlio e Spirito Santo ma che la Madre di Dio non vi ha posto – così come non da lei dipende la salvezza dell’uomo – e che perciò non può divenire Quaternità.

Alle cifre dispari del Dio Uno e della Trinità, che è comunque Uno, fanno da contraltare le cifre pari: la Dualità del rapporto maschio e femmina in Cristo stesso e nella relazione tra il Figlio e la Madre di Dio, e la Quaternità di un’aggiunta psichica della Madre stessa alla realtà trinitaria. Ovvero, la psiche fa ciò che il dogma non può fare.

L’assioma di Maria Prophetissa è il leit motiv di 1700 anni di alchimia e da lì nasce qualunque ulteriore sviluppo alchemico e lo sviluppo della Grande Opera.

Alchimia, cristianesimo e sogni

lucarelli_metodo_02Una delle caratteristiche peculiari dell’alchimia occidentale sta nel fatto che incarna la frattura tra bene e male istituzionalizzata dal cristianesimo.

Leggiamo ancora in Psicologia e alchimia, di Carl Gustav Jung:

Il modello Cristo s’è addossato il peccato del mondo. Ma se il modello rimane del tutto esteriore, anche il peccato del singolo rimane all’esterno e ciò fa che il singolo sia più frammentato che mai. […] Se il valore supremo (Cristo) e la suprema mancanza di ogni valore (peccato) si trovano all’esterno, l’anima è vuota: le manca l’estrema bassezza e l’altezza suprema. […] Da ciò deriva la sottovalutazione dell’anima. (pag. 20)

Inoltre – e qui iniziamo ad addentrarci nell’aspetto più importante – Jung afferma che:

Una proiezione religiosa esclusiva può defraudare l’anima dei suoi valori, tanto che essa, per inanizione, non ha la possibilità di continuare a svilupparsi e rimane arrenata in uno stato inconscio. Contemporaneamente essa cade in preda all’illusione che la causa di tutte le disgrazie si trovi all’esterno, e si finisce col non domandarsi già quanto e come vi si contribuisca noi stessi. (pag. 21)

Quindi può:

verificarsi che un cristiano, per quanto creda a tutte le sacre figure, pure rimanga senza sviluppo e senza mutamenti nell’intimo della sua anima, poiché ha «tutto Dio fuori», senza farne nell’anima una esperienza viva. I suoi motivi determinanti e i suoi interessi ed impulsi decisivi scaturiscono dalla sua anima non sviluppata e inconscia, che è più pagana e più arcaica che mai, e in nessun modo dalla sfera del cristianesimo. Non soltanto le singole vite, ma anche quella somma delle singole vite che è il popolo, dimostrano la verità di questa affermazione. (pagg. 22-23)

Ed ecco che:

Gli archetipi dell’inconscio sono corrispondenze empiricamente dimostrabili dei dogmi religiosi. La Chiesa possiede nel linguaggio ermeneutico dei Padri un ricco tesoro di analogie a quei prodotti spontanei che si presentano alla psicologia. Infatti, ciò che l’inconscio esprime, non è né un’arbitrarietà né un’opinione, ma bensì un accadimento, un fatto che esiste come un qualsiasi ente naturale. […] Se qui [nella natura] esistono delle sorprendenti «allegoriae» di Cristo, ne troviamo altre simili anche nella psicologia dell’inconscio. (pag. 28)

A questo punto potreste chiedermi: cosa c’entra tutto questo con l’alchimia? È quello che vi spiegherò nel terzo post, in uscita nei prossimi giorni. Perciò, rimanete sintonizzati sul blog.

Alchimia, crogiolo dell’anima

imagesSi è sempre parlato di alchimia come dell’arte che precorse la chimica, o per lo meno così ne ho sempre sentito parlare io. Di recente, invece, mi sono imbattuto in un’altra lettura, dovuta alle mie ricerche per la scrittura, che propone una chiave interpretativa più utile e profonda, relativa all’anima. Non è una scoperta recente: è da poco meno di un centinaio d’anni che si va in questa direzione e il tutto ha a che fare con la psicanalisi.

L’alchimia è la proiezione concreta del processo interiore di individuazione del Sè. Detto in parole povere, la Grande Opera non fa altro che evidenziare i passaggi cui sottosta la psiche umana nella sua evoluzione verso il compimento del proprio cammino.

 

Una controprova di questa posizione sta nell’alchimia orientale, che attraversa gli stessi passaggi e ha caratteristiche molto simili a quelle dell’alchimia occidentale. La prima opera che mi ha aperto gli occhi su questa modalità di approccio è Psicologia e alchimia, di Carl Gustav Jung, che fortunatamente posseggo in una copia del 1950, tradotta da Roberto Bazlen. In esso Jung afferma che “il concetto di processo di individuazione da un lato, e l’alchimia dall’altro lato, sembrano molto distanti l’uno dall’altra, tanto che al primo momento può sembrare impossibile immaginare un ponte che li congiunga” (pag. 15). Inoltre, “fino a poco fa la scienza si è occupata principalmente dell’aspetto chimico-storico dell’alchimia, e poco soltanto del suo lato filosofico e storico-religioso” (pag. 34). Infine: “Il lettore rimarrà particolarmente colpito dai numerosi rapporti esistenti tra il simbolismo onirico individuale e l’alchimia individuale. Ciò però, non si creda, non è una prerogativa del caso trattato, bensì un fatto generale del quale mi sono accorto soltanto dieci anni fa, perché soltanto allora cominciavo a occuparmi seriamente del pensiero e del simbolismo dell’alchimia.” (pag. 44)

Insomma, i sogni portano a galla una struttura alchemica dello sviluppo verso il Sè, il tutto attraverso gli archetipi. Infatti, “simboli onirici del processo di individuazione sono immagini di natura archetipica che si presentano in sogno, e che descrivono il processo di contrazione, e la formazione di un nuovo centro della personalità.” (pag. 55)

Nel prossimo post, un ulteriore approfondimento per capire il rapporto tra alchimia, cristianesimo e sogni.

Il fantasy dalla coda: chi è l’autore?

simbolo-ouroboros-oroboroLe domande sono fondamentali per crescere e di crescere non si deve smettere mai. Questo anche quando l’editoria sembra remare contro la buona volontà – e, perché no, le buone capacità e doti – dell’autore.

Continuiamo a farci domande, lo dico in quanto scrittore che parla e si confronta senza sosta con altri scrittori. Nella fattispecie, in questi ultimi giorni, con due scrittori in particolare, Antonia Romagnoli e Marco Davide. La situazione per la quale gli editori sembrano cavalcare l’onda di ciò che ha successo (e che quasi sempre giunge dall’estero), in questo avvallati dalla apparente sudditanza di una comunità di lettori che soggiace alle indicazioni che arrivano dagli editori stessi (i quali, però, rimandano spesso la responsabilità ai lettori, che chiederebbero “le solite cose di successo”), abbatte il più delle volte perfino gli autori dotati non solo di buona volontà, ma anche di capacità, spinti in questo modo a interrogarsi su cose che, in una situazione normale, non dovrebbe divenire motivo di dubbio su se stessi.

E allora io dico: continuiamo a farcele, le domande, ma alcune risposte fondamentali diamocele comunque. Una su tutte: le categorie di emergente e di affermato sono strettamente connesse alla pubblicazione, motivo per cui è assurdo che divengano afflizione degli scrittori stessi. Il diffuso pregiudizio relativo agli autori che vendono moltissimo – come King e la Rowling – e che impedisce ai più di cogliere la qualità intrinseca a quei testi, è rivelativo di una realtà che comunque esiste, quella in cui migliaia di libri di scarsa qualità vendono moltissimo, più di quanto si meriterebbero. Un simile meccanismo è inevitabile, ma induce a scrivere per raggiungere i medesimi risultati. E questo sì che è evitabile, perché lo scrittore può scegliere cosa mettere in un testo e come metterlo. Addirittura, uno scrittore può decidere di lasciar perdere… se si rende conto di essere non uno scrittore, bensì uno scribacchino.

Tuttavia, una simile dinamica che definisco “malata” è colpevole di sferzare senza fine gli scrittori che – se stessimo alla pura logica – dovrebbero meritare pubblicazioni con editori capaci di spingerli per bene, e altro. Facciamo un esperimento: proviamo a guardare un libro dalla coda della sua catena idea-stesura-pubblicazione-distribuzione-lettura e chiediamoci se sia davvero meritevole di pubblicazione.

Me ne capitano ovviamente tanti tra le mani, ma solo una piccola percentuale rimane nei miei ricordi. Non che il mio giudizio sia oro colato, però credo di avere una discreta capacità di riconoscere se un libro è davvero meritevole di pubblicazione oppure no. Il fatto triste è che, a tutt’oggi, molto pochi lo sono davvero e ancora meno di questi pochi sono meritevoli di essere considerati originali. La gran parte poteva essere risparmiata, oppure lasciare il posto a tutti quei meritevoli che invece non vengono degnati della giusta considerazione.

 

Fantasy: i contenuti, tra autore ed editore?

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Usciremo mai dal tunnel dell’editoria malata?

Il post sulla questione “contenuti” nel fantasy ha suscitato un bel dibattito, che mi piace riprendere e sviluppare, facendo pure cenno agli autori che ne hanno preso parte.

Ciò che mi colpisce sempre nei casi in cui si presenta un argomento simile è che sottolineare la necessità dei contenuti nelle storie – di buoni contenuti, ovviamente – suscita un certo tipo di reazione, soprattutto in chi ha vissuto vicende positive (poche) e negative (di più) nel mondo dell’editoria, in modo particolare con riferimento alle proprie esperienze con gli editori. Si ripropone troppo spesso una diatriba che appare irrisolvibile, ovvero se sia meglio scrivere con un occhio alla pubblicazione, “sporcandosi”, per così dire, con il marketing già durante la stesura o se sia meglio scrivere prestando attenzione soltanto a ciò che rappresenta pienamente la visione dell’autore, rischiando di assumere un atteggiamento a metà strada tra lo snobismo e l’idealismo.

In realtà, non ho alcuna intenzione di porre in essere un simile contrasto, e ciò che sostenevo nel post precedente non era l’interrogativo se sia meglio scrivere per il mercato o per la qualità. Una tale contrapposizione non fa nemmeno parte del mio modo di pensare: infatti sono convinto che, prima o poi, ciò che è di qualità si creerà la sua strada, sempre ammesso che – però – l’autore sia tanto resistente da persistere nel suo intento.

Molto più semplicemente, io ponevo l’attenzione sull’atto dello scrivere in sé, isolandolo da tutto il resto. Se facciamo una simile operazione a ritroso, ovvero applicandola a un romanzo pubblicato, abbiamo buone probabilità di riconoscere se quel romanzo sia stato scritto nel tentativo di allinearsi o se abbia “semplicemente” trovato la sua buona strada perché buono era il suo contenuto (e, ovviamente, la sua forma). Facciamo astrazione, per favore, pensiamo solo allo scrivere in sé. Se ci proviamo, ci rendiamo conto di quanti romanzi si scrivano solo per ottemperare a un proprio desiderio di sfondare (sulla scia dei successi di mercato) o per voglia di mostrarsi. Non accade solo con il fantasy, però nel fantasy è particolarmente evidente.

Ma è questo ciò che noi chiamiamo scrittura, e magari con la S maiuscola?

Al termine di questa breve ulteriore riflessione, vorrei sottolineare alcuni pensieri che ho molto apprezzato da parte di un paio di scrittori che stimo. Marco Davide (qui la sua pagina FB) sottolinea come gli editori “sempre più spesso (in alcuni casi quasi esclusivamente) cercano con affanno di supportate chi replica (nei casi peggiori scimmiotta) formule che hanno dimostrato di poter riscuotere successo” e che, “senza un editore che decida seriamente di puntarci su, le medesime storie hanno ben poche possibilità di raggiungere i lettori all’altro capo del filo”.

Sono totalmente d’accordo, ma questo è, come dicevo, un altro problema. E mi domando quanto esso debba ricadere sulle nostre spalle d’autori che cercano di fare del loro meglio. Penso che in futuro dedicherò a questo interrogativo un’altra serie di post. Un’autrice che di recente si è data anche al regency, Antonia Romagnoli (qui la sua pagina FB) dice, giustamente, che si tratta del “solito gatto che si morde la coda: gli autori propongono ciò che pensano piacere a pubblico (e agli editori, alla fine tutti cerchiamo di arrivare lì). L’originalità paga? Qui in Italia, a quanto pare, lo fa in modo relativo”. Circa il fantasy, inoltre: “È un genere che si cerca più negli scaffali delle librerie e lì a quanto vedo ormai ci sono quasi più locandine di film che copertine vecchio stile. Uno, due autori (inglesi, americani) riescono a sfondare con un libro originale, magari con contenuti validi. Il resto è come la coda della cometa”.

Chiarissima, come sempre, ed efficace. Pare che siamo del tutto condannati alla ripetizione di questo stilema.

Non sto demonizzando la pubblicazione; mi sto chiedendo perché l’opzione di fondo sia quella di scrivere per la pubblicazione anziché quella di scrivere contenuti. Se la risposta – se, ripeto, e non è certo che sia così – è che i contenuti scarseggiano, non sarebbe forse meglio fare dell’altro? La mia è una provocazione, ma penso abbia il suo senso.

Il fantasy, questione di contenuti

screenshot_20160513-120058-738981Non di solo forme vive il fantasy. Eppure così sembra, troppo spesso.

Quando si scrive, l’autore ha due possibilità, che sono opzione di fondo, scelta per il proprio cammino di scrittore, indirizzo per la costruzione del proprio pubblico: può, infatti, tirar fuori la propria originalità oppure riproporre forme e formule già collaudate. Vi sono, ovviamente, pro e contro per ciascuna delle due possibilità: la prima garantisce la costruzione di un gruppo di lettori che ti seguirà fedelmente nell’evoluzione dello stile e dei contenuti, perché ama la tua particolarità; di contro, però, farà fatica a imporre al grande pubblico (cosa già difficile di per sé) le tue opere. La seconda, invece, garantisce l’interesse per lo meno iniziale del pubblico, anche di quello che non ti conosce, con il rischio – anzi, il pericolo – di contribuire tuttavia al pregiudizio nei confronti del genere: il vuoto incombe, la noia è la promessa.

Il problema con i generi è proprio questo, in modo particolare con il fantasy: se non parla al cuore con immagini e simboli tratti direttamente dall’anima dello scrittore, capaci di comunicare qualcosa di vero al cuore e all’anima del lettore, il fantasy in modo particolare corre il rischio di divenire come una di quelle noci belle all’esterno, ma che, una volta rotto il guscio, nascondono un frutto marcio.

Perché, diciamolo una volta per tutte, se per la narrativa mainstream o per quella di altri generi (penso al rosa, all’horror o al giallo-poliziesco) il lettore è tutto sommato disposto a chiudere un occhio circa la ripetitività, che anzi è talvolta attesa, per quanto riguarda il fantasy (ma anche la fantascienza), la noia è sempre pronta a seppellire il lettore che cade nel vuoto di contenuti.

Il fantasy senza contenuti diviene la gogna del lettore.

Qualcuno mi sa spiegare, allora, perché si perseveri su questa strada?

La Grande Madre, la magia e il fantasy

bosch-ilgiudiziofinale-trittico-particolaredelpannellocentraleUn dato fondamentale dell’archetipo femminile della Grande Madre è il collegamento con il totemismo e con la magia. Il medium è il simbolo della Luna, che influisce sulla terra e sulla vita al di sotto del cielo lunare, molto più di quanto non sembri influire il Sole, rappresentante dell’alto e spesso astratto ideale maschile. La parola è ugualmente collegata al Femminile, così come la conservazione di ciò che è contenuto nei margini del cerchio (sia esso magico e simbolico, oppure carnale e umano – l’utero – o ancora concreto ed esterno, cioè il vaso o il calderone), ma pure la trasformazione in senso materiale e umano.

Ci sono aspetti tremendi del Femminile, come abbiamo già visto in un precedente post, ma che mostrano tutta la loro minacciosità sotto la fattispecie della creatura divorante: fada, anguana, sirena, Kalì. Ogni concretizzazione di tali mostruosità sono sempre correlate a una patologica impossibilità di far uscire dal margine, tracciato dal Femminile stesso, ciò che è necessario controllare.

Un esempio ulteriore tratto da uno dei miei romanzi, ovvero Il cammino di un mago, è costituito da Tir Armal, la Torre della Ferocia Animale, capace di attrarre ogni genere di creatura feroce e di mantenerla vicina a sé, come una sorta di armata silente, pronta a sbranare chiunque si avvicini alle sue mura. Nel contempo, spaventa ogni creatura creata con l’ausilio della magia, come se la sua origine magica fosse capace di far vibrare in se stessa quell’aspetto “tremendum” del Femminile insito nel simbolismo femminile che la torre rappresenta. Tir Armal è forse la torre della magia più genuinamente magica, tra tutte quelle presentate in Storia di Geshwa Olers, quella radicata nella parte più originariamente e irreversibilmente sbagliata della lingua magica creata da Onofererne.

L’aspetto tremendo dell’archetipo femminile

_132599Uno degli aspetti più spaventosi del Femminile è ancora una volta legato alla Grande Madre, vissuta come Signora degli Animali.

La sua potenza spinge il maschile all’attività cruenta della morte. Ecco ciò che ne dice Erich Neumann, il filosofo seguace di Jung cui mi sto rifacendo per l’approfondimento di questo archetipo dell’inconscio:

La Grande Dea, come dea della guerra e della caccia, è per l’uomo anche dea della morte. Essa disumanizza gli uomini con l’incantesimo e li tramuta in belve bellicose, che, come satelliti della Dea, cadono uccidendo. Anche in tale forma essa è Signora degli animali, e la forma orgiastica del suo culto si lega con l’eccitazione delle componenti maschili bellicose e rapaci (La Grande Madre, Astrolabio, p. 271).

Come ogni manifestazione che richiama il sacro, un simile Femminile irrompe nell’inconscio – e poi nella coscienza – umana con una sensazione di tremendum, laddove il terrore che si prova di fronte alla ferocia del nemico sconosciuto è un lontano parente del terrore più ancestrale e del tutto soprannaturale, provato di fronte all’erompere di quello che Rudolf Otto chiamava il numinoso.

Nel prossimo post spiegherò quali sono i legami tra l’archetipo femminile della Grande Madre e la magia, portando come esempio Il cammino di un mago.

La Grande Dea, signora degli animali, e la narrativa fantastica

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Grande Dea. Creta, II millennio a. C.

Una delle formulazioni dell’archetipo del Femminile nell’essere umano e nella sua progressione è la Grande Dea come Signora della vita e degli animali, così adorata soprattutto nella fase matriarcale dell’umanità. L’esperienza è riscontrabile in tutta la fascia basso-europea, medio-asiatica e africana.

Alla Signora degli animali sottende il totemismo, ovvero il modo dei gruppi umani di vivere la propria fusione o discendenza con un animale o una pianta. Il punto di contatto tra psicologia del Femminile (attenzione, non sto dicendo della donna, ma del Femminile in sé) e totemismo si trova nel concepimento (non solo quello biologico, ma – certo – quello biologico è comunque al primo posto): la gravidanza è un’esperienza percepita come separata dall’atto sessuale, che pure vi dà inizio. La gravidanza dipende, soprattutto nelle civiltà antiche, da una potenza extraumana, non personale.

Vi starete chiedendo, che ha a che fare tutto questo con la narrativa fantastica? Per rispondere, cito un brano di Erich Neumann, tratto da La Grande Madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio (pag. 269):

La donna è messa incinta sempre da una potenza extraumana, non personale. La mitologia e le fiabe da essa derivate, in ogni tempo e luogo, insegnano che la donna concepisce tramite il contatto con animali numinosi, serpente e uccello, toro e montone, così come mangiando frutta, o tramite il vento, la luna, spiriti ancestrali, demoni, dèi, ecc. Una simile realtà spirituale, impersonale, capace di fecondare è il totem.

Prossimamente, un ulteriore approfondimento del legame tra Grande Dea, Signora degli animali, totemismo e narrativa fantastica.