Il Capodanno e il tempo ciclico

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Giuseppe Vermiglio – Natività e adorazione dei pastori, 1622.

Lo sapevate che ci sono due modalità di pensare il tempo che confliggono tra di loro, ovvero il tempo ciclico e il tempo lineare?

Il tempo ciclico è tipico delle civiltà antiche, per esempio di quella greco-romana, tanto per indicarne una vicina a noi, ma anche di alcune di quelle contemporanee. Gli eventi disseminati tra due momenti principali della natura, la rinascita e la morte, si ripetono in una eterna riproposizione dell’uguale, e non sono solo memoria di qualcosa di mitico accaduto fuori del tempo (c’è sempre un riferimento al mito, nelle civiltà, anche nella nostra!), ma vero e proprio accadimento del medesimo modello.

Il tempo lineare, invece, è tipico dell’evento biblico-cristiano, in modo particolare legato a Cristo e al Nuovo Inizio definitivo segnato dalla Resurrezione. Con la Resurrezione, infatti, si pone un evento unico, faro per ogni altro evento umano e cosmico, spartiacque definitivo per ciò che vi era prima e ciò che vi sarà dopo, verso il compimento ultimo della risurrezione di tutti. Il tempo lineare è dovuto alla posizione della nostra esistenza di singole persone sulla retta (o, se volete, sulla strada colma di curve) della nostra vita rispetto a quella Resurrezione, primizia tra tutte le altre.

Il Capodanno si pone senz’ombra di dubbio all’interno di una concezione ciclica del tempo,  riprendendo così una modalità antica di millenni, ma in riferimento alla visione cristiana, può diventare il segno del nuovo inizio, totalmente differente. Non a caso, il I gennaio si festeggia Maria Santissima Madre di Dio, colei che ha dato luce al Nuovo Inizio per eccellenza.

Auguri da parte mia. Che il 2017 sia un anno in cui accada almeno un poco di ciò che desiderate.

Teatro Scientifico Bibiena – Mantova

Leopold Mozart vi si recò nel 1770, un mese dopo l’inaugurazione, per uno dei concerti della tournée del figlio Wolfgang. Anche Nannerl, la sorella di Wolfgang, faceva parte della comitiva, e il padre ebbe ad apprezzarne la struttura e la bellezza. In effetti, il Teatro Scientifico Bibiena di Mantova (così chiamato perché vi si contempla anche una destinazione per confronti scientifici) è un vero e proprio gioiello. Progettato e costruito nell’arco di due anni, fu il primo nel suo genere. Eccovi una serie di fotografie. Perdonate la scarsa qualità.

L’anima e il suo simbolismo

img_4407L’anima si esprime tramite il simbolismo, dicevamo. Una prova di questo si trova nel modo in cui gli archetipi di cui parlava Jung si ripropongono nell’immaginario. Detto così, potrebbe sembrare che si tratti di un concetto del tutto teorico. Eppure, parliamo di qualcosa che più concreto sarebbe difficile pensare.

Per chiarirlo, faccio un esempio tratto direttamente da una delle scene di Il viaggio nel Masso Verde, il primo volume del mio fantasy, partendo però da ciò che il filosofo Erich Neumann illustra in “La grande madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio” (Astrolabio 1981, cfr. pagg. 156-162).

Parlando del carattere elementare negativo del Femminile, che si traduce normalmente in una figura femminile capace di divorare e distruggere, Neumann ne ripercorre alcune incarnazioni: parla della dea Kâli, che nella sua forma orrenda porta alle labbra il calice-teschio, ma la cui immagine più misteriosa è quella in cui le sue mani sono umane. Una è tesa  E l’altra accarezza teneramente le teste dei cobra. I suoi seni animali, così repellenti, ricordano i seni così simili della dea madre africana. Ma il cobra che le cinge i fianchi come una cintura e che con la testa cappuccio accenna all’utero femminile è lo stesso serpente che si acciambella in grembo alla sacerdotessa cretese dei serpenti, che forma la gonna di serpenti della dea messicana Coaticlue e che circonda i fianchi delle Gorgoni greche. Inoltre,  accanto alla caverna e al corpo-vaso, la porta costituisce, in quanto ingresso e utero, uno dei simboli primordiali della grande madre. La struttura del Dolmen, due pilastri sormontati da un orizzontale, è una delle rappresentazioni più antiche della natura del femminile.

Tutto questo torna in quella scena di Il viaggio nel Masso Verde in cui Geshwa si imbatte in Aissa Maissa. Dapprima si presenta come una sorta di sostituto materno che vuole soccorrerlo, ma poi si mostra per ciò che è: un mostro rinsecchito, dal corpo irto di peli e con un serpente a farle da cintura, che vive in una grotta all’interno della quale sono accatastati i teschi di bambini sacrificati alla sua voglia di morte (non dissimilmente da quanto avviene in certe rappresentazioni della dea Kâli).

Ovviamente, quando scrissi il brano non conoscevo le raffigurazioni della dea Kâli, ma solo quelle delle fade tipiche della zona della Lessinia, cui mi sono ispirato per la rappresentazione della scena. Il recupero di questo simbolismo del femminile, tuttavia, permette di parlare direttamente al cuore del lettore, che pescherà dal pozzo infinito dell’inconscio collettivo quanto è ancora valido per la propria esperienza vitale.

Simbolo e racconto: porta dell’anima

copertina 2Il simbolo è una finestra, aperta sull’inatteso. L’inatteso vive spesso (per non dire sempre) dentro di noi. Se l’inatteso emerge in superficie, ci parla come una novità, capace di modificare il nostro rapporto con il mondo, conseguenza del nostro cambiamento interiore.

Il racconto è una struttura sensata di simboli.

Non esiste, a dire il vero, narrazione che non lo sia, anche la più trita e banale. Certo, nel caso di un racconto scontato e banale, quella che viene utilizzata è una “simbolica” talmente conosciuta, da apparire ormai priva di ogni capacità di smuoverci. Come se ascoltassimo una canzone udita mille volte: la anticipiamo nella nostra mente e la priviamo di ogni possibilità di dirci qualcosa di nuovo.

Si possono, tuttavia, utilizzare simboli conosciuti in modo nuovo, creando collegamenti inattesi, pescando direttamente dalle profondità di se stessi. Ciò che è sorprendente, infatti, nasce sempre dalla sincerità di un cuore. Un’anima capace di raccontare la verità di sé, diverrà capace di narrare secondo una “simbolica” che apparirà sempre nuova, pure se utilizzata già mille volte. Addirittura, un autore può utilizzare sempre lo stesso simbolo, raccontandolo però in un modo sempre differente, creando storie del tutto diverse.

Io, per esempio, ho utilizzato lo “scarafaggio”, creatura per me del tutto repellente, con significati differenti, ma in qualche modo collegati tra loro (e come capaci di creare una struttura di senso leggibile in maniera inconscia), in vari racconti e romanzi: in La faida dei Logontras, in Commento d’autore, in La porta sbagliata e in Scarafaggi.

 

Il fantasy come narrazione simbolica dell’anima

Riddaren_rider_by_John_Bauer_1914Da quando ho iniziato a scrivere fantasy, ovvero all’età di trent’anni, non ho più smesso. La mia prima produzione è stata Storia di Geshwa Olers, ed è al momento il romanzo nel quale mi sento maggiormente coinvolto, perfino a dispetto degli horror, piccoli successi del mio ancora breve cammino di scrittore. Il motivo è presto spiegato: in quanto fantasy, esso fa riferimento diretto alla narrazione simbolica che la nostra anima inscena nella parte più profonda della nostra personalità.

Parlo di anima nel senso che le dava C. G. Jung, ovvero come dell’archetipo femminile insito in ciascuno di noi, capace di farci crescere nel miglioramento. Soprattutto per gli uomini, l’anima è un’attività di continua ricerca e di superamento del limite della situazione di necessità, che ci spingerebbe a rimanere ancorati a ciò che conosciamo dalla nascita. Per evolversi, l’essere umano ha bisogno di cogliere il fascino di tutto ciò che sta ben al di là del piccolo giardinetto privato, ha bisogno di alzare lo sguardo verso il cielo e, se possibile, verso l’orizzonte ancora nascosto. L’anima ci aiuta in questo lavoro continuo.

Per affascinarci e attrarci, l’anima utilizza l’immaginario simbolico. La narrazione simbolica è la più adatta a trascinarci fuori dal nostro giardino, permettendoci di vivere e confrontarci con ciò che risiede nelle nostre profondità, ma che ancora non è stato attivato. L’immaginazione simbolica, così tipica della narrazione fantastica in generale, ma ancor di più della narrativa fantasy – se ben fatta – è l’ancora di salvezza per un essere umano in continua ricerca di un orizzonte più ampio nella vita, spesso così soffocata dalla società in cui viviamo.