La necessità di Umberto Eco

fa1d44c1-97d0-4a01-9b5b-654c7c3f63aeQuesto non è un necrologio. Sapete bene come non mi piacciano. Si tratta solo di una breve considerazione, molto breve.

Ci sono autori che per la storia letteraria di un Paese sono imprescindibili. Umberto Eco è uno di questi. Chi si dice scrittore, in Italia, non può non aver letto (o tentato di leggere) i suoi libri. Se c’è uno scrittore punto di riferimento per la significatività residua della narrativa italiana, questi è senz’altro Umberto Eco. Perché dico residua? Perché dopo le varie discussioni sulla vita e la morte del romanzo, i suoi libri (a partire da quel Nome della rosa che tante critiche gli procurò dai colleghi dell’intellighenzia di sinistra per la sua presunta commercialità) rappresentano sempre il margine forse estremo in termini di contenuti e di modalità espositiva del filone narrativo del Belpaese. Perché, inoltre, dico che chi si dice scrittore dovrebbe aver tentato di leggerli, i suoi libri? Perché sono quasi sempre una sfida (mi riferisco ai romanzi), alla leggibilità, alla comprensione, alla lettura dei fatti e della realtà in cui viviamo.

Umberto Eco è molte altre cose, ma per l’appunto, non voglio fare un necrologio. Queste sono solo alcune considerazioni da parte di chi si è appena svegliato, scoprendo che dopo la grande Harper Lee (non sapete chi è Harper Lee? E vi dite scrittori?), se n’è andato anche un altro grande. Ma Eco è necessario.

Semplicemente, leggete Eco, leggetelo.

Per quel 30% d’Europa nel mio sangue

6a010535f04dfe970b01b8d135e245970cQuello che sto vedendo – e che tutti stiamo vedendo – negli ultimi anni circa l’Unione Europea, l’euro e le decisioni di fronte a un fatto assolutamente inevitabile ed epocale come l’immigrazione (selvaggia o meno, clandestina o meno, economica o meno), e ultimamente, e forse più di tutte le altre, la cosiddetta Brexit (cioè l’uscita programmata della Gran Bretagna dall’Unione Europea) mi spinge ad alcune considerazioni. In nome della storia della mia famiglia.

Iniziamo dalla Spagna. Entrambi i rami famigliari arrivano dalla Spagna; quello di mio padre a fine Quattrocento-inizio Cinquecento, direzione la corte di Ferrara; quello di mia madre a metà Ottocento, direttamente verso la Sicilia. Diciamo che c’è allora un’origine spagnola al 10% totale.

Passiamo alla Normandia. Gli occhi azzurri diffusi tra i miei fratelli (siamo tutti di origine siciliana), i capelli biondi e le barbe rosse (come quella del sottoscritto, oltre agli occhi cerulei, ça va sans dire) testimoniano il passaggio di quella gente e il forte segno lasciato tra gli antenati. Da solo vale un altro 10%.

Un salto in Austria, dalla quale uno zio fuggì alla detenzione in un campo di concentramento; ma un passaggio obbligato anche in Germania (o meglio, della Germania presso i miei parenti in Sicilia), dal momento che soldati tedeschi tanto giovani e inesperti di vita quanto potremmo essere io e te che veniamo obbligati a fare una guerra si nascondevano tra cantine e fienili, mentre i kattivi nazisti venivano combattuti almeno in mezzo Stivale.

Infine, la Gran Bretagna. E già, c’è anche l’Inghilterra nella storia della mia famiglia, legata al vino marsala e (pare) ai Whitaker. Ecco, questa presenza varrà forse solo l’1% di tutta la storia della mia famiglia. Molto di più vale la presenza – per dire – della Francia e dell’Illuminismo francese nella mentalità di mio padre, passata poi a noi figli. Ma è proprio quell’1%, che alla lontana mi rende partecipe della grandiosa civiltà inglese a farmi venire i fumi quando si scorge sempre più all’orizzonte la possibilità che la Gran Bretagna non faccia più parte del progetto e del sogno politico di un’Europa unita.

Proprio perché nella storia della mia famiglia c’è l’Europa intera ci tengo ad affermare che un’Europa senza Gran Bretagna non è Europa.

Veniva dal mare – il prologo

uomoCome promesso, ecco il prologo del secondo romanzo della serie Trilogia dell’isola, romance. La stesura procede. Veniva dal mare uscirà a marzo. Intanto, ecco a voi il brano (ricordandovi che potete acquistare il primo volume, La ragazza della tempesta, o leggerlo gratuitamente con kindle unlimited su Amazon, ovvero qui).

Il sogno era sempre lo stesso.

Veniva dal mare. Camminava tra le onde mosse da un vento irrequieto, mentre il cielo di carbone mostrava un accenno del fuoco che stava per accendersi lassù. Una luce diffusa vibrava all’orizzonte, contro cui si stagliava il profilo buio dell’isola.

Veniva dal mare, Riccardo, e camminava sull’acqua senza spaventarsi. Lei correva verso di lui, capace di solcare le acque con la sua stessa capacità di rimanere sospeso. E quando lo raggiungeva, coglieva sulla sua pelle lo splendore delle stelle.

“Stringiti a me”, le diceva con i capelli scompigliati all’aria nervosa che soffiava.

Lei lo abbracciava, abbandonandosi alla sua forza che la teneva salda. Poi alzava lo sguardo su di lui e si chiedeva perché non tornassero a riva. Quello era il momento in cui si accorgeva che il suo volto bruno, incorniciato dalla corta barba, puntava fisso dietro le sue spalle. Perciò Lidia si voltava e notava il luccichio di un fuoco arzillo sulla riva, come se ballasse una danza ignota.

Cosa cercava Riccardo laggiù? La scorse subito dopo. L’altra. Lei era lì.

Accanto al fuoco c’era una donna che pareva una dea dall’abito bianco e lungo. Il vento la accarezzava con un sussurro d’amore che aleggiava in mezzo al mare, che narrava una storia irresistibile, fatta di dolore e d’amore eterno.

Per quella storia eterna Riccardo afferrava Lidia e la staccava da sé, respingendola lentamente. Dopo averla osservata qualche attimo con un’espressione che diceva qualcosa di impossibile da accettare, raggiungeva l’altra, lasciandola da sola.

Il vento la chiudeva in un bozzolo freddo, tragicamente profumato di mare. Lidia sprofondava nell’acqua, ormai incapace di mantenere l’equilibrio. Osservava il suo uomo raggiungere la riva e piegarsi verso la donna che da sempre possedeva il suo cuore, fino a quando un abbraccio non li rendeva una sola carne.

Lei, invece, avrebbe raggiunto da sola abissi impossibili da risalire.

Il giallo colpisce ancora

copertina2In questi ultimi giorni c’è stata una nuova fiammata di acquisti e letture sul mio giallo La filosofia del baule. Volete forse convincermi a scrivere il secondo libro della serie? Potrei anche farlo.

Chi volesse acquistarlo, può farlo sul sito di Amazon, a questo indirizzo, o anche leggerlo gratuitamente con kindle unlimited.

Intanto, eccovi un estratto dal romanzo. Si tratta del momento in cui il Commissario Girgenti raggiunge i suoi colleghi sul luogo del ritrovamento del cadavere. Capitolo 1.

In Piazza del Podestà non c’era ancora nessuno, escludendo Nascimbeni, gli agenti Giacomi e Balla, un tizio di cinquantacinque anni portati malissimo che stava ripiegato sopra un baule aperto ai piedi della Scalinata della Ragione, un vigile urbano e due uomini vestiti con la divisa arancione e catarifrangenti che li identificava per operatori ecologici.

“Giulio, che fa, abbiamo spettatori?” gli chiese Girgenti indicando i due netturbini.

“Lo hanno trovato loro, Pietro”.

I due uomini, però, avevano nello sguardo l’espressione di chi ha commesso il crimine. E di crimine particolare e urticante doveva trattarsi, a giudicare dal baule nel quale il cadavere doveva essere stato infilato e dalle parole del suo Vice.

“E il Vigile, che ci fa qui?”

“Si stava dirigendo verso la zona industriale e ci ha incrociati, mettendosi a disposizione per tenere lontana la gente”.

Oltre a loro, al momento non c’era anima viva. Fece del suo meglio per non perdere già la pazienza. Si avvicinò al baule aperto e rimase a guardare chi c’era dentro, mentre il medico legale, l’uomo che portava malissimo i suoi cinquantacinque anni, si raddrizzava a guardarlo in faccia. “È tutto suo, Commissario”.

“Lo conosco” fece Pietro. “È Bertacchiani”.

“Lo conosciamo tutti, dottore” fece Giacomi.

Tra i suoi agenti, Giacomi era quello più serio e svelto, ma a Girgenti venne voglia di mollargli un ceffone.

“Intendevo dire…”

“Sì, che in vista delle elezioni non è un bel numero”.

“Quando parli così, mi inquieti” soffiò Nascimbeni. “Un bel numero?”

Girgenti non rispose. Anzi, rimase a osservare il cadavere con sguardo pietrificato, senza muoversi o fare parola. I suoi uomini avevano già capito ch’era partito per la tangente, con una delle sue letture filosofiche della faccenda.

Girgenti considerò che Samuele Bertacchiani era un uomo significativo per il Sindaco di Mura, Giosuè Bonetti, e questa sarebbe stata la prima rogna cui far fronte. Inoltre era conosciuto per le sue velleità politiche, in vista delle elezioni del prossimo anno, e questa era la seconda rogna. Terza rogna, il cadavere, per quel che si poteva rilevare a una prima occhiata, non aveva versato sangue e non era stato ucciso in maniera cruenta. Quarta rogna, non era certo arrivato lì da solo e da solo non si era infilato nel baule prima di venire ucciso, e il fatto che l’assassino – sempre ammesso che la sua morte fosse dovuta alla volontà di qualcuno – lo avesse deposto proprio in Piazza del Podestà, ai piedi della Scalinata della Ragione, cioè di fronte alla sede del Comune, apriva scenari che già gli facevano venire mal di testa.