Mettere in salvo

Intanto ve la mostro. Si intitola “Mettere in salvo” ed è un’opera che ho assemblato chez moi. Ora, ve la spiego, ma la spiegazione che vi do è quella mia: ciascuno di voi dovrebbe trovare la propria. Perché così vuole l’arte contemporanea, no? A proposito, è arte?

Mettere in salvo

Sullo sfondo, Direzione spirituale (Tobia Ravà, 2010); a destra, Maria incinta (copia in gesso di Marco Danielon, 2010); a sinistra, Ficus (Dio, 2008).

Mettere in salvo è un’opera composita, derivante dalle opere di altri artisti. Quale direzione spirituale più chiara di quella che, dopo il peccato originale (che ha portato Adamo ed Eva a coprirsi con la foglia di fico), Maria ha segnato con la sua scelta? Nel riflesso sul quadro, il sub-creatore. Questo è il mio inizio d’Avvento.

Buon Avvento a tutti!

Libertà e/o amore

human-rights-dayEugenio Scalfari pone una questione interessante: l’amore come breve interruzione della guerra, ma la libertà come il più alto valore.

Domenica 22 mi è capitato di leggere l’articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica, La Francia, l’Italia, l’Europa e la grazia di Francesco. Mi pare che il punto centrale – per quel che riguarda un credente e un insegnante di religione come il sottoscritto – sia allorquando parla di libertà come massimo valore sviluppato dall’Occidente. Non l’amore, bensì la libertà. Anzi, dice di più. Dice che il nostro Io ha un bisogno assoluto di conquistare un proprio territorio, di difenderlo e di ampliarlo. L’Io determina il potere e la guerra, a differenza che nel regno degli altri animali. L’unico antidoto a questo, secondo Scalfari è… non l’amore, non la pace, che sono solo brevi intervalli nel dominio del potere e della guerra, ma la libertà consapevole e la bellezza lirica ed evocativa.

A questo concetto affianco il nuovo testo di Stefano Rodotà, Diritto d’amore, edito da Laterza, laddove già dal titolo vi è un rimando – seppur per assurdo – alla necessità di garantire la possibilità di amare chiunque tramite il diritto. L’amore, perciò, deve diventare un diritto.

Anche l’amore, ripeto. Un diritto.

La mia impressione è che da tutto questo manchi un passaggio: il buon senso. Il diritto applicato senza buon senso mangia se stesso. Un diritto che riconosce unicamente ciò che esiste senza più “regolare” ma solo “definendo” diventa sterile e crea un problema che presenterà il suo conto tra qualche decennio (se ci andrà bene; se invece ci andrà male, molto ma molto prima): il conflitto tra i diritti diverrà sempre più aspro e solo allora si capirà che è necessario anche un quadro d’insieme, che oggi sfugge. Se si riconosce il diritto all’amore senza avere una prospettiva sociale capace di rendere conto di ogni componente, si creano le basi per una situazione di conflittualità che prima o poi diverrà sempre più evidente.

Per quel che riguarda me – e non lo dico né da Insegnante di Religione Cattolica né da cristiano, ma da uomo che si è formato con anni e anni di studi filosofici – sono convinto che al di sopra di tutto sia l’amore. L’amore non può essere al di sotto del diritto, ma dev’essere il contrario: l’amore deve garantire il diritto e, nel farlo, necessita del buon senso.

Invertire l’ordine del procedimento vuol dire consegnare il potere a un’idea – quella del diritto a ogni costo – che non sarà sempre capace di tenere conto del fattore umano e della sua unica possibilità di riuscita: l’amore. Tramite il buon senso.

Peccato che contrapposizioni, estremismi e ideologie di ogni tipo stiano abbattendo, pezzo dopo pezzo, la capacità di buon senso dei cittadini occidentali. Che sia un fatto voluto? Che si tratti della strategia migliore per poter utilizzare i diritti in modo “pilotato”?

 

Riducendo gli spazi su Facebook

Business man sleeping on a laptop computer
Foto tratta da http://www.effifoods.com

Dal 1° dicembre sarò attivo solo su questo blog e sulla pagina “autore” di Facebook.

A partire dal 1° dicembre sarò infatti attivo solo come pagina “autore”, perciò qui: http://www.facebook.com/Fabrizio-Valenza-122321972841

Perché questa decisione? A volte c’è bisogno di liberare la mente dai troppi impegni, e discutere-confrontarsi-spiegarsi-giustificarsi-precisare è un impegno (a volte) giusto, ma comunque significativo. Dal 1° dicembre, dunque, le mie riflessioni le affronterò sul blog https://fabriziovalenza.net/ e chi vorrà partecipare lo potrà fare come sempre, liberamente e con rispetto. Da questo punto di vista non posso lamentarmi, a parte pochissimi casi, gli interventi di amici e no sono stati sempre rispettosi e modulati con il giusto buon senso.

Ricapitoliamo: un blog, L’albero del pensiero, per le riflessioni; una pagina ufficiale, http://www.facebook.com/Fabrizio-Valenza-122321972841, per le novità relative alla scrittura. Ma anche tutti gli altri social: Twitter, Youtube, Pinterest e Instagram, sempre visualizzabili dalla pagina appena indicata. Chi vorrà seguirmi potrà perciò fin da oggi farlo di là.

Ci vediamo dall’altra parte (non nel senso spirituale dell’espressione…)

Francamente, me ne prego

Parigi-Notre-DameSe c’è una cosa che non capisco è come, ogni volta che c’è un attentato in Europa o nel mondo occidentalizzato, si scateni la polemica (inutile e a volte dannosa) su Facebook e social networks circa la religione, le religioni e i suoi adepti. Di più: circola un hashtag, #prayforparis, e c’è chi critica dicendo: “preghiere? Non ne abbiamo già avute abbastanza?”, come per dire che il vero problema della questione sia proprio la religione, la fede e i credenti.

Mi chiedo se si possa ancora applicare la ragione, in questi casi, perché è proprio la ragione che ci aiuta a capire anche la dimensione della fede, della sua necessaria esistenza, non solo: anche l’esistenza della religione e la sua necessità. Invocare la fine delle religioni è cosa del tutto assurda, e non perché io voglio credere in un dio o in un Dio: questo è fatto personale, che attiene alla mie fede personale. È assurdo perché vuol dire credere che l’essere umano possa divenire qualcosa di profondamente diverso da se stesso. Nossignori, l’essere umano crede, in larga parte, e perciò crea religioni. Un dato di fatto che mai cesserà.

Ma quanto più mi deprime è vedere che partono sempre gli stessi meccanismi, in questi casi. Alcune esclamazioni su tutte (sempre le stesse, sempre):

  • Dio non esiste
  • Uccidono per qualcosa che non esiste
  • Stanno facendo a noi quello che noi abbiamo fatto a loro
  • È solo il frutto delle nostre azioni
  • Cattivo Occidente cattivo
  • Cattivo Islam cattivo
  • Cattivo Papa-Francesco-che-parla-di-terza-guerra-mondiale-strisciante cattivo.

Vogliamo usare la ragione, che sviluppiamo secondo logica da 2500 anni a questa parte? Ma usiamola nel modo più corretto: senza negare un dato fondamentale dell’essere umano. Non la sua fede, bensì la sua religiosità. Sarebbe come dire: faccio a meno di un piede. Mi va bene tutto il corpo, ma il piede, proprio, ne faccio a meno.

Potevo anche starmene zitto, in questa giornata, perché spesso si fa meglio a tacere piuttosto che a parlare, ma davvero non ce l’ho fatta. Avrei voluto rispondere a chi critica la preghiera e il suo senso che, in realtà, francamente me ne prego. E prego non solo per me, ma anche per i morti, sia vittime che carnefici, anzi, forse soprattutto per questi ultimi, dal momento che hanno scelto una strada dannatamente insensata.

Dannatamente. Insensata. Due parole chiave.