Sull’erotismo

amore-e-psiche-gecc81rard-love-and-psyche-painting1Solo veloci pensieri per cercare di fissare in me stesso alcuni concetti. Erotismo. Sessualità. Sesso. Amore.

Vengono così confusi, che oggi è spesso difficile discernere l’uno dall’altro, e si assiste a una profusione di declinazioni svilenti e impoverenti. L’erotismo non è il sesso e non ha a che fare con il sesso. Piuttosto, ha a che fare con la sessualità, che è declinazione e verità della persona a livello profondo. Quando si parla di erotismo, perciò, bisognerebbe fare attenzione a cosa si mette in campo a livello di emozioni e di simbolismo.

Simbolismo? Già, l’erotismo rimanda a qualcosa di più grande, proprio in parallelo alla sessualità. L’erotismo è una delle espressioni più alte della persona, perché rimanda a un “trascendente” che amplia la nostra esistenza. L’erotismo attrae la sessualità verso un orizzonte più ampio, non materiale. Eppure, c’è chi riduce – e sono molti, “molti!” – l’erotismo (proprio come la sessualità) a un prodotto commerciale. Basti pensare a certi romanzetti, a certe canzoncine, a certi filmetti e a certe popstar. Mi coglie una profonda tristezza quando vedo l’erotismo ridotto a una banale successione di pratiche sessuali. Per il semplice motivo che non è quello.

Sesso: c’è bisogno di specificare? Sì, un solo chiarimento. Fare l’amore e fare sesso. Fare l’amore rimanda a quella dimensione erotica e a quel simbolismo ulteriore che dicevo, mentre fare sesso rimanda unicamente a quel materiale pecoreccio che va sotto il termine di “prodotto”. Non voglio fare il moralista, ma non provate una profonda tristezza pensando a quanti dicono “fare sesso” anziché “fare l’amore”? Una vasta differenza prospettica, alla base.

Ma soprattutto, quello che mi fa davvero inc****re è pensare che ci sia davvero chi è convinto che l’erotismo più alto e bello sia quello che per forza di cose prevede il sesso come “prodotto”. Andando al limite (talvolta auspicabile), mi spingo fino a dire che l’erotismo migliore è quello che non prevede il sesso, perché diventa veicolo di un amore enorme, superiore ai nostri limiti, superiore alle nostre aspettative.

Comunque, per tutti consiglio un testo di Georges Bataille, L’erotismo. Come dice lo stesso Bataille: “L’erotismo può essere fatto oggetto di indagine solo a patto che, indagando su di esso, si indaghi sull’uomo.” Oppure, leggetevi il Cantico dei Cantici, contenuto nell’Antico Testamento.

Del respiro

Non solo horror, da quest’uomo, ma anche sensibilità. Ecco un’altra poesia, per voi. Dedicata al respiro… condiviso.

Poggi il capo sulla spalla
ed è leggero,
dolce e fragile.
Accade nella notte,
mentre seguo il tuo respiro
e il petto, quello mio,
impara il ritmo tuo.
È un respiro come sibilo,
il suono perfetto della notte
e quando ti avvicini
e il braccio mi circonda
e il viso tuo si poggia
prima sulla spalla e poi
più su, sul volto,
il tuo respiro è il mio,
ed è questo il momento
in cui l’eterno soffia in me.
Io non ti sveglio, amore,
non svegliatelo nemmeno voi, l’amore,
che deve rendere infinita
questa notte, la nostra
infinita vita renderla perfetta
tramite il tuo soffio.
Che arriva in me
come il primo, quel soffio
antico
che diede vita al primo
uomo. Eccomi,
lo accolgo ancora in me
ed è il più dolce trionfo
della silenziosa eternità.
C’è solo notte, adesso,
notte e ci sei tu, amore,
e non siamo solo due
perché l’Eterno vive in noi.  (10 febbraio 2015)

I 16 figli di Rai Uno

famcristionline_20150210223547113_1240898Oggi vorrei parlare non di Sanremo e del Festival, ma di quello che forse può risultare il suo momento più controverso: i 16 figli. Infatti, a metà serata Carlo Conti ha chiamato in scena una famiglia italiana, la più numerosa, composta per l’appunto da 16 figli. Innumerevoli, ovviamente, le reazioni, soprattutto quelle legate a un aspetto religioso della faccenda. Perché in effetti, il padre di famiglia si è presentato unicamente attraverso la categoria della religione: non c’era frase da lui pronunciata che non contenesse le parole Spirito Santo, oppure Cristo, oppure Signore. Lo stesso Conti sembrava irritato dalla faccenda, ma il tutto ha assunto il colore di uno spot per qualche cosa. Inoltre, mi pare di aver udito che Carlo Conti abbia introdotto tale famiglia dichiarandola una famiglia modello.

Ora, la questione per quel che mi riguarda non è se egli abbia ragione oppure no (anche se la domanda “che genere di modello può essere una famiglia con 16 figli” mi sorge spontanea; io ho 5 fratelli e conosco il tipo di problemi che possono nascere con così tanta gente), ma ha a che fare proprio con tutte le conseguenze avute, soprattutto in rete.

Mi è capitato di leggere commenti piuttosto strani, che avevano a che fare con una contrapposizione tra questa famiglia di sedici figli e la presenza di Conchita Wurst nella serata di oggi, come se l’una scelta fosse la compensazione dell’altra. Ripeto, mi pare una lettura piuttosto strana, che fiancheggia non so quali dietrologie, anche perché Rai Uno si sta segnalando sempre di più come il canale in cui viene proposta l’alternativa sociale. E qui, forse, mi avvicino al senso di ciò che voglio dire.

Sono convinto che la scelta di presentare la famiglia più numerosa d’Italia, proprio come quella di invitare Conchita Wurst, sia dettata dal medesimo motivo, anzi, dai medesimi motivi: innanzitutto l’Auditel, in secondo luogo, una certa idealità del canale. Infatti, Rai Uno ci propone sempre di più immagini di un’Italia che non esiste, molto legata a ciò che forse l’Italia potrebbe essere in un futuro prossimo (e auspico che questo accada): mi riferisco a una grande presenza di stranieri nei confronti dei quali si ha grande capacità di fare integrazione (si veda a titolo di esempio lo sceneggiato Le cose che restano, molto bello ma anche molto idealista, dal quale sembra che l’Italia sia una nazione davvero basata su una forte integrazione, sia nei confronti degli immigrati che della diversità in genere; o ancora, si veda il talent che sta andando in onda in queste settimane, Forte forte forte, dove l’omosessualità viene sdoganata in vari modi, soprattutto tramite la drag queen sposata).

Allora, una Rai Uno che tende a mostrare un’Italia possibile nel futuro, però forse fin troppo ideale. Ecco, l’invitata della famiglia più numerosa a Sanremo piuttosto che sotto altre provocazioni mi pare ricada sotto questa fattispecie, esattamente come l’invitata di Conchita Wurst.

Vendite continue su Storia di Geshwa Olers

ges2011Oggi tocca a un post promozionale, riguardante la mia Storia di Geshwa Olers. Infatti, il ciclo fantasy mediterraneo che racconta le vicende del Regno di Grodestà e del suo protagonista principale dei primi decenni dopo l’Intesa, cioè il guerriero di Passo Keleb Geshwa Olers, continua a trovare nuovi lettori.

Mese dopo mese, sta crescendo la massa di coloro che decidono di mettere mano ai primi volumi del ciclo. Di solito accade che chi acquista il primo volume, nell’arco di pochi giorni acquisti anche i due successivi, in un colpo solo, segno che quel Viaggio nel Masso Verde che tanto è stato bistrattato da commentatori “ufficiali” riesce ad abbattere le barriere e a convincere.

E voi, avete già iniziato la lettura? Di seguito ecco i link per l’acquisto dei primi sei volumi su Amazon (perciò formato mobi). Entro aprile/maggio dovrebbe uscire la prima parte del settimo volume, Il sole sulle bianche torri.

Il viaggio nel Masso Verde

La faida dei Logontras

Il cammino di un mago

La battaglia di Passo Keleb

I ghiacci di Passo Ceti

La guerra dei Gelehor

Senza fede nella vita – Lovecraft secondo Houellebecq

houellebecq-lovecraftMichel Houellebecq ci dà la sua versione della vita e della figura del grande scrittore americano di genere fantastico, H. P. Lovecraft. Il breve libretto “H. P. Lovecraft – Contro il mondo, contro la vita” è effettivamente un ottimo romanzo. Romanzo? Tale definizione di quello che potrebbe apparire come un saggio arriva in realtà direttamente dall’autore stesso, che afferma trattarsi con ogni probabilità del suo primo romanzo. L’ammirazione di Houellebecq per Lovecraft è enorme, come d’altronde è giusto che sia, data l’importanza dello scrittore di Providence per la narrativa fantastica del Novecento. Eppure pochi scrittori si meritano una biografia romanzata, perché normalmente la vita di uno scrittore è piuttosto noiosa. Qualcuno di voi vedrebbe bene un film sulla vita di Stephen King (benché ci siano rumors di una simile intenzione)? È lo stesso King a raccontare come la sua quotidianità sia piuttosto sempre uguale a se stessa e non nasconda nulla di eccezionale. La vita di Lovecraft, invece, è innanzitutto la vita di un uomo che aveva caratteristiche personali estreme e molto appariscenti.
Personalmente non conosco tutta l’opera di Lovecraft, tantomeno la sua enorme corrispondenza.100.000 lettere, dice Houellebecq, alcune delle quali anche di 30 o 40 pagine, perché Lovecraft, descritto come un vero gentleman, aveva l’abitudine di rispondere sempre a tutti quelli che gli rispondevano. Senza conoscere la sua enorme corrispondenza, con ogni probabilità non si può conoscere lo spessore reale della sua vita. Eppure alcune cose sembrano certe: la sua grande difficoltà ad accordarsi con la realtà che lo circondava, Lui individuo appartenente quasi ad un altro secolo; il suo materialismo e il suo ateismo che Houellebecq dice essere totali; la sua fatica nel confrontarsi con altri esseri umani che, spesso, considerava da un punto di vista talmente personale da renderlo spesso incomprensibile e rinunciatario; e poi il suo razzismo. Tutti questi elementi concorrono effettivamente nel creare una narrazione della vita di Lovecraft che ha molto del “romanzabile”, ed è qui che arriva il mio interrogativo sull’opera dello scrittore francese.
Corrisponde a realtà? È in grado di fornirci una verosimile interpretazione della personalità più intima di Lovecraft? Il dubbio è lecito, soprattutto perché credo che sia sempre possibile effettuare un passaggio dagli scritti di un autore a certe sue caratteristiche di fondo. Non intendo dire che dagli scritti si capisca sempre tutto dello scrittore, ma che alcune cose fondamentali possano essere colte. Houellebecq afferma che Lovecraft in realtà odiava il mondo e, arrivato al termine della sua vita, sentì la morte come la possibilità di liberarsene definitivamente, perché il suo era un odio nei confronti della realtà e nei confronti del mondo che coglieva privo di senso. Eppure, se è vero che i suoi scritti proiettano il rapporto tra essere umano e realtà cosmiche aliene e nemiche su un piano del tutto differente rispetto agli altri scrittori, relegando l’umano a una posizione assolutamente ininfluente sul procedere della realtà cosmica, è anche vero che dai suoi scritti si coglie quasi sempre un’ombra di qualcosa di più. Difficile definire cosa sia questo di più, se non utilizzando le stesse parole di Houellebecq, quando dice che anche Lovecraft “descrive cieli azzurri”.
È un po’ la stessa impressione che ho avuto leggendo Paul Auster, che tutti i critici dicono essere il cantore del caso. Eppure attraverso i romanzi di Auster, si coglie sempre come attraverso il caso si indichi anche qualcos’altro. Attraverso gli eventi che descrive con grande abilità e che sembrano portare sempre la firma della casualità, emerge poco alla volta un disegno che spinge il lettore a vedere una prospettiva. Non dico che anche gli scritti di Lovecraft consegnino al lettore una prospettiva che non sia quella della quasi totale insignificanza dell’essere umano, eppure “cieli azzurri” esistono anche nell’opera di Lovecraft.
Houellebecq ha forse esagerato nel descrivere la figura di Lovecraft quasi come un essere umano votato al nulla e alla “nientificazione”, un anti-apostolo (si legga a tal proposito il paragone che fa tra Lovecraft e San Paolo, volgendolo però in negativo), perché così facendo gli toglie quel briciolo di speranza in una vita migliore di quella che lo scrittore di Providence si è ritrovato a vivere, esemplificata – tale speranza – dal suo matrimonio che, benché fallimentare, ha costituito per lui un momento in cui poteva aprirsi a una dimensione ulteriore, per quanto minima.
È proprio questa dimensione ulteriore che Houellebecq ha deciso di eliminare del tutto, quando ha scelto di scrivere un romanzo su Lovecraft, contro il mondo e contro la vita.

Se la fede ha una storia

fedeAutobiografia di fede. Ci avete mai pensato? Che senso avrebbe? Eppure, chiunque creda ha una storia personale da raccontare, interna alla sua fede, interna alla sua vita, che narra le vicende tra se stesso e la propria fede, tra Dio o il divino, e narrarla (o narrarsela) può avere risultati incredibili.

Io ci ho provato, sollecitato e invitato a farlo dal professore di uno dei corsi che ho seguito nel primo semestre di quest’anno universitario. Il risultato è stato in effetti molto interessante, perché mi ha aiutato a scoprire dimensioni e rapporti che pensavo molto differenti. E dato che ogni cosa che scrivo – anche se per sostenere qualche esame universitario – la scrivo perché venga letta, questa breve autobiografia potrebbe diventare il cuore di uno dei capitoli di un nuovo libro, alla ricerca di me stesso nel mio passato che ancora faccio fatica a ricordare. E perché no, nei prossimi giorni mi piacerebbe mettere a disposizione queste poche pagine per voi. Potrebbero essere uno stimolo.

Perché io che sono cristiano e che vivo in questo mondo in cui ormai si è convinti che la fede debba essere solo una dimensione privata, personalmente sono convinto che la condivisione e la testimonianza della mia possa essere di stimolo (anche fastidioso) per qualcuno. Siamo bosco, non piante isolate.

Essa crede

giardino pioggiaSono da solo, al centro della cucina di casa mia, che è anche il centro della casa. Mi basta guardare a sinistra e destra, e vedo i limiti dell’appartamento. Questa piccola tana in cui oggi mi sento nascosto. Perché fuori c’è tempesta. Lo sguardo a sinistra mi è impedito dalle tende che, traslucide, lasciano passare solo macchie veloci accompagnate dal rumore di auto su pioggia. A destra, invece, attraverso lo stretto disimpegno, i miei occhi scrutano con non poca apprensione quelle stoppie piegate dal vento, che ho lasciate apposta per chiudere il piccolo giardino. Oltre, vedo case con le serrande abbassate. Il cielo è dello stesso colore di una perla malata. Sul verde giallognolo del giardino, nell’angolo più vicino alla porta-finestra, il cumulo secco delle erbe da me strappate a furore e rabbia in un pomeriggio di molte settimane fa.

I rumori prendono il sopravvento. Non solo gli pneumatici che corrono a sinistra, segnalandosi per quel rumore di pozzanghere tagliate, ma anche il deumidificatore con il sibilo grave del risucchio. Le stoppie che ondeggiano frustate dal vento, invece, sono silenziose, appartengono a una realtà differente che mi circonda, esclusa dal perfetto isolamento acustico di quella parte di casa. La pioggia continua a scendere, neve già sciolta prima di toccare terra, isolante perfetto tra me e il mondo dal quale voglio rimanere separato, e lo fa senza alcun suono. In casa, invece, gli scricchiolii dei mobili della cucina quando il compressore del frigorifero pompa gas sono già divenuti familiari. Un tempo mi spaventavano, quando dormivo da solo e nel cuore della notte venivo svegliato da sportelli che si assestavano e legni che tremavano. Ora so che sono parte della mia quotidianità.

Invece non riesco ad abituarmi agli altri rumori, quelli che vengono dall’altra parte. Faccio di tutto per ignorarli, ma più mi astraggo e più loro si palesano. A volte sono gli schiocchi delle mattonelle della cucina, altre volte sono dei colpi, lì alla base del letto. Non sul legno, ma sul pavimento. Sono le tubature del riscaldamento a pavimento, mi dico qualche volta, ma la mia parte più primitiva, quella che si spaventa subito appena vede un attore truccato da zombie, sa che non è vero. Perché essa crede a tutto ciò che milioni di anni non sono riusciti a cancellare. Essa crede che davvero qualcuno che non si fa vedere colpisca la cucina mentre io cerco di dormire, e che mani invisibili pestino – senza preavviso – alla base del mio letto. Quello è l’attimo in cui la mia fede risponde, e come un’utile abitudine, inizio a pregare.

Capolavoro e opera d’arte

joyceIo stesso ho molto spesso confuso il concetto di capolavoro con quello di opera d’arte, ma a ben vedere non sono la stessa cosa. La riflessione su questa parola fin troppo abusata mi è nata mentre andavo al lavoro. Stavo ascoltando una delle due Serenate orchestrali di Brahms e mi sentivo invadere dall’emozione profondamente umana che è capace di infondere, tanto da sembrarmi quasi una riflessione sulla condizione umana.
Eppure – mi dicevo – si tratta solo di una… Serenata. Il termine dovrebbe evocare qualcosa di spensierato, qualcosa nato quasi per caso, in maniera occasionale, oppure motivato dall’amore per qualcuno. Ovvero la definizione per eccellenza di ciò che dovrebbe essere leggero, quasi superficiale. La realtà, però, è che sia l’una che l’altra serenata finisce per essere – come dicevo – una riflessione sulla condizione umana.

L’opera d’arte ha infatti a che fare con l’arte, mentre il capolavoro con il lavoro. Che non sembri un’affermazione tautologica, perché credo si debba sfrondare e separare il concetto di capolavoro da quello di arte. Può esserci capolavoro di un artista e può essere un’opera d’arte, ma non è detto che il capolavoro di un artigiano – di qualunque lavoro – o di un artista sia un’opera d’arte.

Capolavoro e opera d’arte sono parole certamente abusate, oggi. Il nostro è un periodo caratterizzato da una certa bulimia di iperboli, e siamo ricoperti di capolavori letterari, implicitamente considerati anche opere d’arte. Questa definizione giunge, tra l’altro, sempre molto presto, dimenticandosi che l’opera d’arte ha una parte intrinseca di tempo, di lungo tempo, direi, perché l’arte è quella che rimane nel tempo. Diciamo che se leggo Gente di Dublino oppure Un posto nel mondo, capisco subito da che parte si trova l’arte, anche se la definizione di capolavoro può essere più facilmente affibbiata al secondo titolo (che è di Fabio Volo). Assurdo? Forse non troppo, perché il primo titolo (che è di James Joyce) non costituisce l’apice dell’arte di Joyce, che è con ogni probabilità il difficilissimo Finnegans Wake, mentre Un posto nel mondo costituisce l’apice del lavoro (per nulla artistico) di Fabio Volo.

Ritrovo – poesia

Per oggi una poesia, sul cambiamento. Sempre uguale. Scritta nel giugno 2014.

Ritrovo
il fluire dei miei giorni
sempre lì,
come i fiori nel vaso
sotto il quadro di un’icona.

Cambiamento sempre uguale
niente hanno di diverso
se non che sono altri
come la carne
di questo nostro corpo che,

dicono,

ogni sette anni
risorge a vita nuova.

Exodus – Dei e re

exodus-5Ridley Scott deve avere le idee piuttosto confuse, ultimamente. E non mi riferisco di certo alla trama o alla sceneggiatura del suo ultimo film, Exodus – Dei e re. La storia è quella dell’Esodo, di come tutto è cominciato, Mosè che viene scelto da Dio, le piaghe d’Egitto, l’apertura del Mar Rosso e l’arrivo nella Terra Promessa. Seppur rimaneggiata, e in svariati punti, arbitrariamente rimaneggiata, la storia è comunque non problematica.

Problematico è l’approccio che Scott ha scelto per la narrazione, perché è un approccio che trasmette una sola idea: che per tutto il film non vi sia reale approccio sistematico. A parte uno, che può tradursi in questi termini: la Religione provoca integralismo. Vediamo di affrontare i singoli punti.

Visivamente è un film vincente. Le scene sono straordinarie e si può dire trattarsi del più bell’antico Egitto cinematografico di sempre (anche se è storicamente sbagliato, ma vabbe’, è l’abitudine del regista, quella di fare a pugni con la storia). La ricostruzione è davvero grandiosa e magnifica e tutto l’apparato che viene messo in scena è degno delle intenzioni di George Méliès. Ma tutto si ferma lì.

I problemi iniziano con la volontà (apparente) di voler fornire un aspetto “naturalista” alle piaghe d’Egitto. Il suo tentativo si inserisce nel filone dei malpancisti dei miracoli, di cui sono pieni gli ultimi decenni di pseudo-archeologia della Bibbia, secondo i quali si deve a tutti i costi trovare una lettura naturalista dei miracoli narrati nella Bibbia (e nel Vangelo, aggiungo io). Ragazzi, i testi sacri non vogliono raccontare fatti naturali, ma storie che mettono in scena il rapporto tra gli uomini e Dio. Eppure, se l’idea di partenza per la messinscena delle piaghe è affascinante (a un bel punto, i coccodrilli del Nilo si azzannano tra di loro e via a catena, scatenano una ribellione di animale feroce contro animale feroce, riempiendo il fiume di sangue; da qui tutte le altre conseguenze, moria dei pesci, le rane si riproducono ma poi muoiono, quindi mosche, tafani e insetti parassitari, perciò le malattie, quindi… evvia così, nella convinzione che vi sia una logica naturale dietro la spiegazione delle piaghe d’Egitto), Scott si scontra con se stesso nel momento in cui fa entrare in scena l’esperto egiziano, che con linguaggio anche molto moderno (e non è l’unico, a utilizzare un linguaggio fin troppo moderno) fa del suo meglio per dare questa spiegazione naturale che appare subito risibile. Ottiene un effetto comico che porta gli spettatori a ridere e a dire: “ma quanto è scemo questo qua”. Riassumo: prima Ridley Scott mostra in modo naturalistico le piaghe d’Egitto (ma anche l’apertura del Mar Rosso, eh, e perfino la scrittura dei Dieci Comandamenti, giusto per non farsi mancare nulla), poi mette in discussione quella modalità facendosi ridere dietro attraverso il numero comico dell’egiziano che tenta di spiegare allo stesso modo.

La verve comica di Scott doveva essere fenomenale, all’epoca in cui ha girato il film. Ne fa le spese Ramses. Ora, Ramses il Grande, considerato uno dei più grandi faraoni d’Egitto, fa la figura dell’idiota. Non è altro che un bamboccio, incapace di mettere due pensieri logici uno dietro l’altro. Sembra perfino il figlio ebete d’Egitto, soprattutto nei momenti in cui suo padre ancora vivo e Mosé, il Generale d’Egitto, si scambiano sguardi rassegnati dai quali emerge una sola possibile lettura, ovvero:

Il padre di Ramses: ma che devo fare con ‘sto qua?

Mosè: nulla, non ti preoccupare, racconto a tutti che lui è stato in gamba, ma in realtà l’ho salvato io.

Ramses: ci fossi stato io al tuo posto, Mosè, ti avrei salvato io.

Il padre di Ramses e Mosè, in coro: ceeeeerto!

Credetemi, non esagero.

La cosa peggiore di tutto il film, però, è l’unica idea valida (per valida intendo dichiaratamente pensata da Ridley Scott) di tutto il film. Mosè è un invasato, vede Dio come un bambino capriccioso e vendicativo (che, per carità, richiama alla lontana tratti con i quali Dio è descritto nel Vecchio Testamento, ma qui siamo alla caricatura) ma nessun altro lo vede, tanto che quando Aronne lo spia di nascosto, vede Mosè che parla con un sasso (della serie, che forse ha preso una botta in testa? Ah, sì, in effetti l’ha presa, perché all’inizio di tutto, prima della visione del roveto ardente, Mosè è vittima di una slavina e viene ripetutamente colpito in testa); inoltre, Dio è disposto a tutto pur di ottenere ciò che vuole da Ramses.

Ora, cercate di capirmi, è vero che la narrazione biblica mostra un Dio che non esita a usare la forza bruta per convincere Faraone a lasciar andare gli Ebrei, ma nella narrazione dell’AT tutto è interpretato già sapendo che Israele è il popolo eletto e che pertanto Dio non lo avrebbe abbandonato. Nel film, invece, il peso emotivo è praticamente assente nell’arco di quasi tutta la proiezione (altro grosso problema della pellicola) tranne che in un punto, cioè quando muoiono i primogeniti d’Egitto. È una scena che mette i brividi per quanto è fatta bene e per quanto riesce a rendere l’orrore. Ma il punto è proprio qua: subito dopo, Ramses lascia andare gli Ebrei, non senza aver prima chiesto a Mosè: “ma che razza di fanatici credono in un Dio che uccide i bambini?”

Vi fa venire in mente nulla? A me ha fatto pensare agli integralisti islamici, di quelli che sgozzano le persone e uccidono per l’appunto i bambini, usandoli magari come scudo. Il problema di questa versione è proprio qui: Scott aveva una sola idea chiara in mezzo a molte confuse e contraddittorie, cioè che la religione – in modo particolare quella nell’unico dio – è fonte di integralismo. Anzi, è integralismo essa stessa.