Tra le fonti musicali di Geshwa Olers

TchaikovskyNon ho mai nascosto che Storia di Geshwa Olers abbia trovato ispirazione in una quantità di fonti che spaziano dalla letteratura (di vario genere) alla pittura, dalla vita quotidiana e dai fatti di cronaca alla filosofia, dall’arte in generale alla musica. In modo particolare, la musica ha davvero avuto moltissima parte nella nascita di tanti capitoli dei sette volumi della saga.

Tra tutti, i compositori che più hanno influenzato la mia scrittura sono stati Mahler, Verdi, Wagner e John Williams. Ma uno, Tchaikovsky, è stato capace di infondere qualcosa di specifico del suo stile nella mia ricerca stilistica.

Tchaikovsky è di certo autore che appartiene alla cupola più alta della creazione musicale di tutti i tempi e bastino per comprovare questa affermazione la fama indiscussa – anche tra chi di musica non ne capisce granché – delle sue musiche per balletto, Il lago dei cigni e Lo schiaccianoci. A queste aggiungo in modo speciale le sue ultime tre sinfonie, delle quali in modo particolare la sesta non cessa mai di provocarmi sensazioni indescrivibili. Sono sempre alla ricerca del momento giusto in cui poter scrivere uno dei miei romanzi musicali, che raccontano alcune sinfonie. Le quattro che vorrei narrare sono la Nona di Beethoven, la Quarta e la Nona di Mahler e la Sesta di Tchaikovsky. Ancora, però, non è arrivato il tempo.

Quel che questo compositore russo costituisce al mio sguardo è soprattutto la pienezza dell’emozione e della passione, che sempre traspare dalla sua musica con una portata che, spesso, venne criticata dai suoi contemporanei e che ancora oggi trova dei detrattori, che tendono a spiegarla come una sorta di “compensazione” per l’impossibilità di Tchaikovsky di vivere la sua omosessualità. Sciocchezza psicanalitica tra le più banali e impoverenti. La musica non è mai compensazione, ma – sempre ammesso che si stia parlando di arte – è creazione, modulazione della realtà per la narrazione di una nuova realtà.

Il carattere così pieno e soddisfacente della sua musica è quello che mi ha spinto a tentare di “tradurre” in scrittura una simile potenza. In Storia di Geshwa Olers, e non solo (penso anche a Codice infranto e a un paio di libri delle Sette case), il mio tentativo è stato quello di riprodurre in parole l’inarrestabile forza musicale che innerva tutta la sua musica. Ovvio che questo si traduca spesso in potenza delle scene rappresentate (pensate al cataclisma finale del sesto volume, La guerra dei Gelehor, oppure alla fuga incessante di Nargolìan dai mostri in Il cammino di un mago). In altri casi, invece, questo carattere è stato tradotto come ostinazione, del destino, della volontà altrui, della propria caparbietà, e ne sono nate in questo modo scene numerose e differenti (pensate alla lettera di Selbenco Nimotrion al padre e alla reazione di Geshwa alla sua morte, oppure all’ostinazione di Geshwa nel perseguire i suoi scopi e trovare una risposta alle sue domande).

Musica e scrittura, un binomio per me inscindibile.

L’amore tra un padre e un figlio

LoveNeverDies_233Tema sempre controverso, negli ultimi decenni, quello della presenza della figura paterna per i figli. In passato del tutto immerso in una crisi alla quale sono stati dedicati centinaia di film, oggi il rapporto padre/figli (spesso figlio maschio) è al centro di altrettante centinaia di film, che si ripropongono di riscoprirlo e rivalutarlo, dal momento che sta effettivamente accadendo un rovesciamento di quella assenza che ha (forse) segnato milioni di ragazzi.

Per la breve riflessione di oggi, però, non vorrei affidarmi a un film ma a uno dei momenti topici di uno degli ultimi musical di Andrew Lloyd Webber, uno dei più importanti compositori degli ultimi decenni. Sto parlando di Love never dies, seguito (piuttosto fallimentare) del celeberrimo Fantasma dell’Opera, tratto dal testo di Gaston Leroux. Il musical non ha avuto molto successo, e dopo un paio d’anni di serate e matinée è stato soppresso da Londra. Peccato, dico io, perché a fronte di una sceneggiatura che con ogni probabilità non era all’altezza del più famoso antecedente, la musica era straordinaria, come non succedeva da molto tempo al nostro compositore inglese.

In modo particolare, vorrei riferirmi a questa scena del musical, durante la quale il Fantasma scopre che Cristine ha tenuto nascosta per ben dieci anni la vera paternità di suo figlio al Fantasma stesso. Nei brani Beautiful e The Beauty Underneath (che potete vedere e ascoltare nel video qui sotto a partire dal minuto 23:12) la musica riesce a trasmettere l’emozionante stupore, colmo di splendore e di rivitalizzante verità, che il Fantasma vive quando ritrova in quel bambino la propria genialità, il proprio germe vitale, e in qualche modo si sente rinascere. Davvero una scena spettacolare nella sua grandiosità e nella sua dolcezza, ma che presto si trasforma in un ritmo serrato, caratterizzato da una frenesia e da un’ossessione tipica del Fantasma (che, ricordiamolo, nel primo musical aveva ucciso un bel po’ di gente per le sue proprie motivazioni e follie…) che lentamente si trasferisce al figlioletto. Ed è qui che sta il punto che vorrei sottolineare.

A volte ci sono ottime motivazioni per cui le madri mettono in campo una saggezza in certi casi antica, che è quella di sottrarre i figli ai propri padri, e il più delle volte la motivazione è proprio perché c’è l’enorme rischio che i figli maschi possano diventare troppo come i propri padri. Lo so, è di certo un argomento impopolare, ma credetemi, lo vedo giornalmente al lavoro. Il padre gli dice: “Benvenuto nel mio mondo” ed è realmente orgoglioso di poter mostrare il proprio mondo interiore al figlio e spera che egli possa rispecchiarvisi e possa diventarne parte (“my world is beautiful” gli dice, mostrando gli orrori che ha accumulato), perché è l’unico modo per il “maschio” di prolungare se stesso verso l’eternità. Quando si tratta di ottenere questo, spesso l’uomo non bada a mezze misure e – eventualmente – al carico di aggressività e “violenza” insita (e camuffata da “siamo padre e figlio”) in tale rapporto. E quando questo accade, tutto può crollare e declinare verso la tragedia senza che ci si renda conto che le cose stanno andando così, almeno non prima che la tragedia inizi a manifestare i suoi dati. Proprio come accade nel musical e nel suo tragico (e forse troppo melodrammatico e improvviso) finale.

L’amore biblico di Chagall

Voglio partecipare alla Giornata della Memoria attraverso un pittore che sto scoprendo solo negli ultimi tempi. Si tratta di Marc Chagall, che già avevo avuto modo di conoscere tramite il suo Abramo con i tre angeli, dove l’accoglienza assume tutto il suo significato in quel rosso che vuol dire amore. Ma i dipinti di cui voglio dire qualcosa sono i cinque dedicati al Cantico dei Cantici.

Si tratta di una meravigliosa serie posizionata in modo stabile al Museo del Messaggio Biblico di NIzza. In essi, il Cantico dei Cantici, il libro biblico più erotico e bello, capace di narrare l’amore umano come luce iridata dell’amore di Dio per gli esseri umani, parla attraverso l’amore di Marc Chagall per Vava. È lei che Marc celebra in tutti e cinque i dipinti, ma nei grandi quadri è anche presente l’ebraicità di Marc, il suo vagare per le strade cercando l’amore, il suo innalzarsi su ali per trasfigurare la propria vita e farla divenire l’affermazione della vittoria del bene sul male, perché – come dice il Cantico in uno dei suoi versi più belli – “forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore!” (v. 6).

Vi lascio i cinque dipinti. Il mio preferito è il primo.

I.

cantico_dei_cantici_1

II.

cantico_dei_cantici_2

III.

cantico_dei_cantici_3

IV.

cant4V.

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Gente di Dublino, di J. Joyce

dublinersLa mia lettura di James Joyce va a ritroso. Dopo l’Ulisse è stata la volta di Ritratto dell’artista da giovane, e ora di Gente di Dublino.

Quel che mi ha colpito di più, tra le altre cose, è la capacità dell’autore di cogliere sprazzi della realtà con frasi semplicissime, dote d’altronde già riscontrata (e che forse è proprio ciò che fa la differenza con gli autori normali) in gente come Carver, Wolff o la Munro. Quando scrive, per esempio:

Indugiai davanti al chiosco, sebbene sapessi che rimanere era inutile, per fare sembrare più autentico il mio interesse alla sua merce (Arabia).

O ancora, il finale di Un incontro:

“Murphy!” La mia voce aveva un accento di coraggio forzato e io mi vergognavo dello stratagemma meschino. Dovetti chiamare di nuovo prima che Mahony mi vedesse e gridasse in risposta. Come mi batteva il cuore mentre veniva correndo per il campo verso di me! Correva come per portarmi aiuto. E io mi pentivo; perché in cuor mio l’avevo sempre disprezzato un poco.

O in una descrizione contenuta in Le sorelle:

Quella sera la zia mi portò con sé in visita alla casa del lutto. Era dopo il tramonto; ma i vetri delle finestre nelle case esposte a occidente riflettevano l’oro fulvo di un grande banco di nubi.

Momenti, brevi frasi capaci di ridonare il senso preciso di attimi vissuti da tutti, eppure resi in modo tanto straordinario e diretto. Questa è la capacità più apprezzabile di uno scrittore.

Codice infranto – nuova recensione

Codice-Infranto-ver2-by-sabercore23Il mio ultimo romanzo horror, Codice infranto, continua ad avere recensioni, estremamente positive. Insomma, un romanzo su cui puntare, se solo fosse in mio potere puntare su un romanzo che ho scritto. Comunque, eccola, la trovate qui, sul sito de L’ideale. Ve ne riposto giusto uno stralcio per cogliere la sostanza di quel che dice, ma vi invito a leggerla per intero, perché non è molto lunga.

Le brume invernali di una città padana come Verona, in tal senso, non hanno molto da invidiare allo scenario tipico dei romanzi gotici. Un cupo sentore di morte impregna di sé i protagonisti e tutto ciò che li circonda.

Ringrazio Giuseppe Di Tullio per l’articolo. Qui potete acquistarlo: IBS, LaFeltrinelli o Amazon.

Infine, ecco la sinossi presso i rivenditori:

“La tematica trattata è molto delicata e spesso il libro è “disturbante” poiché vengono presentate immagini forti, a volte eccessive, mai morbose e inutili, però, sempre intonate con il racconto, il tutto ha un fine ed è un fine importante.” (LETTERATURA HORROR)

“Un romanzo breve ma concentrato, che non lascia niente al caso” (La Bancarella del Libro)

«Quando le più inconcepibili perversioni dell’uomo riusciranno a materializzare l’oscurità attorno a te, non nutrire più alcun dubbio. Ogni codice è stato infranto. Milioni di stelle si sono già spente. E un abominio di carne e di sangue si fa largo nella nostra realtà ed esige vendetta. Codice infranto di Fabrizio Valenza, perfetto mix di mystery e supernatural, è un libro che ti s’inchioda alle mani.» DANILO ARONA

Rocco Costanzo, Angelo Tiraboschi e Gustavo Nicolis sono insegnanti e colleghi presso una scuola di Verona. Nascondono un segreto tremendo: tutti e tre pedofili, nel giro di dodici anni hanno violentato e ucciso otto bambini, proteggendosi con un codice di comportamento creato appositamente. Ma quando una domenica pomeriggio Angelo Tiraboschi infrange le regole per soddisfare i propri istinti, uccidendo un ragazzo che si prostituiva, il trio piomba nell’orrore.
Angelo Tiraboschi è il primo a morire in modo violento e impressionante. La maledizione che l’ultimo giovane assassinato gli ha lanciato prima di spegnersi inizia a mostrare il suo alone di minaccia. E Rocco Costanzo, il leader del gruppo, comincia ad avere degli incubi, nei quali i bambini che i tre hanno seviziato e ucciso tornano a visitarlo… 

Perché sognare di sogni non miei? – Pessoa

pessoa1Mi è stato regalato questo piccolo libro di estratti dalle lettere di Fernando Pessoa, incentrati in modo particolare sui suoi eteronimi.

Sono colpevole, lo ammetto, perché Pessoa è un autore che non conosco, ma questo opuscolo è sufficiente a infondermi la curiosità di partire per questa scoperta avventurosa. A mia discolpa, adduco la giustificazione che egli stesso narra in una lettera alla madre, Magdalena Nogueira, il 20 dicembre 1917:

una volta Bismarck, scendendo dal treno in non so quale stazione in Italia, diede un violento spintone a un gentiluomo italiano. Questi protestò, non sapendo d’altra parte chi fosse l’importuno viandante; e chiaramente protestò con il tono, naturale in queste circostanze, di chi esige soddisfazione. L’altro si limitò a guardarlo, e disse: “Sono il principe Bismarck”. L’italiano si inchinò, con l’aria soddisfatta, e si limitò a sua volta a dirgli: “Questa non è una giustificazione, ma per lo meno è una spiegazione”.

Ecco, mi trovo nella stessa condizione, perché davvero non c’è giustificazione nell’arrivare a 42 (quasi 43) anni avendo scritto parecchi romanzi fantastici, senza aver al contempo conosciuto e approfondito l’opera di questo straordinario personaggio.

Pessoa ebbe vari eteronimi, che non sono la stessa cosa che dire pseudonimi, perché in buona parte la sua non fu una scelta consapevole ma una necessità dettata dal carattere particolare sviluppato fin da piccolo, che lui stesso avrebbe definito isterico-nevrastenico, e per il quale avrebbe chiesto soccorso all’occultista francese Hector Durville, noto per la sua grande conoscenza del magnetismo animale (o mesmerismo; ricordate Edgar Allan Poe?), dal quale egli sperava di ottenere aiuto nel controllo e sviluppo delle proprie potenzialità. Alberto Caeiro, Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Bernardo Soares furono i principali e a ognuno di questi autori è riconducibile una produzione poetica e prosastica ben precisa. Non chiamatela schizofrenia, perché sareste fuori strada. È invece qualcosa che parecchi scrittori conoscono e che, talvolta, emerge in modi strani e particolari. Io stesso ho condotto per un periodo un eteronimo che si firmava come Faber Prolificus e che conduceva squisiti confronti filosofici con un amico e compagno di studi filosofici. Inoltre, un Elior Odentorth (curatore del romanzo dedicato a Geshwa Olers) e un Brithlow, parassita malvagio di Cesare Ombroso del mio Commento d’autore, non sono poi molto diversi e minacciano in ogni momento di tornare in superficie.

Mi piace condividere con voi quanto scrive Pessoa a Joaquim Pantoja, giornalista, circa l’arte:

Tutta l’arte si compone di emozioni intellettualizzate, o di pensieri diventati emozione. Se in essa sorge l’emozione, seppur grande, ma non accompagnata dal pensiero, o il pensiero, seppur forte, ma non accompagnato dall’emozione, essa fallisce la sua funzione artistica; potrà essere pensiero – arte non lo è di certo. […] Tutti sentono. Tutti pensano. Però non tutti sentono con il pensiero o pensano con l’emozione. Per questo le persone son molte e gli artisti sono pochi.

Infine, ecco parole che davvero bene dicono ciò cui anela un’anima che scrive. Tratte dalla lettera firmata Álvaro de Campos, del 17 settembre 1926:

Ho il desiderio di essere di tutti i tempi, di tutti gli spazi, di tutte le anime, di tutte le emozioni e di tutte le comprensioni. Anche se tutto è niente per l’anima che non spidocchia la logica e non lima le unghie all’estetica. Non potendo essere la stessa forza universale che avvolge e penetra la rotazione degli esseri, voglio per lo meno essere una sua coscienza udibile, un bagliore momentaneo nell’urto notturno delle cose. Il resto è delirio e marciume.

Grazie a chi mi ha regalato questo librettino, aprendo una strada nelle mie abitudini letterarie (finalmente redenta da tanta ignoranza) che saprà essere proficua.

 

Il campo del vasaio, di A. Camilleri (2008)

ilcampodelvasaioSono divenuto un appassionato di Camilleri da quando vidi per la prima volta la trasposizione televisiva del suo Montalbano. Zingaretti ha le phisique du rôle per interpretare e sostenere al meglio la parte, la simpatia necessaria a renderne le caratteristiche e la capacità di cadenzare bene i suoi tempi, sebbene sia piuttosto diverso da come lo si immagina leggendo direttamente i romanzi e nelle ultime puntate si sia fatto piuttosto stanco.

Il campo del vasaio, pubblicato nel 2008, è uno dei capitoli più divertenti letti finora. Camilleri doveva essere di buzzo buono, come si dice, quando si è seduto al suo tavolo di quella piccola stanzetta in cui scrive, perché soprattutto per le prime cento pagine ho riso di gusto. Il modo in cui è capace di congegnare le scene e i differenti caratteri fino a suscitare la risata (di personaggi conosciuti e personaggi nuovi) è preciso e a colpo sicuro. Le svariate incapacità di Catarella, la simpatica antipatia di Pasquano, la stupida ossequiosità del Dottor Lattes (per il quale anche noi ringraziamo la Madonna), l’impossibile servitù domestica – sempre straniera – di Ingrid, le sfigate situazioni nelle quali Montalbano viene sempre tirato, le incazzature di Mimì Augello (e la sua grande umanità) sono le parti più belle di un romanzo che – ancora una volta, com’è sempre più nell’abitudine di Camilleri – conferma le capacità dell’autore di utilizzare anche il linguaggio simbolico e di giocare con rimandi multipli.

Come quello del campo del vasaio, per esempio, ‘u critaru, rimando al campo in cui Giuda si impiccò. Come la lettura di Montalbano durante la malattia, che è proprio un romanzo di un certo Camilleri, inserendosi nel novero di quegli autori che si autoriferiscono ma che possono farlo perché non sono come tutti gli altri.

Ma quel che è più bello su tutto, in questo romanzo, è il modo in cui Montalbano inizia a metabolizzare e accettare il corpo che invecchia, le necessità che cambiano, il riconoscimento di ciò che di bello ha e da cui è spesso fuggito. Ora che si avvicina ai sessanta, la sua prospettiva cambia, com’è giusto che sia. E ne viene fuori uno dei romanzi più belli della serie.

Lo sguardo di Satana – Carrie (2013)

49059Pensieri sparsi sull’ultima rappresentazione cinematografica tratta dal romanzo capolavoro di Stephen King, Carrie, diretto da Kimberly Peirce, protagonisti Julianne Moore, Chloë Grace Moretz, Alex Russell e Judy Greer.

Gli aspetti positivi, pochi. Ottima caratterizzazione della madre, autolesionista e fissata, quale evidente prototipo della madre strega votata a un dio malvagio. Alcune scene significative, per esempio, la ripresa dal basso della madre di Carrie che si autolesiona la coscia. O ancora, la ripresa dal basso di Carrie insanguinata. O ancora, la scena storta di 90° mentre lei, insanguinata, fa ritorno verso casa. Altra nota positiva è, ovviamente, l’utilizzo di effetti speciali capaci di rendere la violenza di une vendetta finale potente, scatenata anche dal video che viene mandato sul grande video nella sala in concomitanza con la caduta del sangue e nel quale si vedono le ragazze che in bagno, all’inizio del film, lanciavano tamponi su Carrie.

Ma questo è quanto.

Gli aspetti negativi. La protagonista, non troppo credibile, caratterizza il suo personaggio soprattutto con spalle ingobbite che danno più che altro l’idea di voler mimare una ragazzina con problemi, piuttosto che esserlo sul serio. Inoltre, in certi momenti – come quando si scontra con la madre sul ballo – sembra fin troppo consapevole di se stessa e della sua differenza rispetto alla madre: tanto che appare come una ragazza che deve solo riuscire a portare tanta pazienza per non farla arrabbiare, mentre nel romanzo è chiara vittima sottomessa alle angherie religiose della genitrice.

Qualcuno, poi, mi deve spiegare il crocifisso che gronda sangue nello sgabuzzino-detenzione in cui viene rinchiusa Carrie. Mi spiego. Il romanzo di Stephen King è molto poco adolescenziale e molto realista (come tutti i suoi romanzi, d’altronde), mentre questo film mi è sembrato con un taglio più adolescenziale e meno realista, come si vede dalla sottolineatura data ai battibecchi tra ragazze e da quell’incomprensibile momento dei ragazzi che si preparano alla festa in cui mimano numeri per una platea al cinema. Inoltre, alla versione di un dio cattivo da parte della madre, Carrie sembra rispondere con la sua convinzione di un Dio buono, come dice la Bibbia, che pare essersi fatta da sola, ma che poi – ovviamente – contraddice totalmente con la scena finale, facendo proprio un dio vendicativo. In fin dei conti, forse la regista stessa non ha saputo che piega dare all’intera narrazione, indecisa se farne un horror o un film per adolescenti. La sua regia si snoda in maniera piuttosto piatta, senza grandi punte.

Ma il problema forse più grosso è che per tutta la durata del film c’è l’impressione che la regista abbia dato per scontato che tutti già conoscevano la storia, tutti sapevano come andava a finire, perché… il romanzo di King è così famoso! C’è insomma un’atmosfera da: tanto lo sanno già tutti! Il che abbassa del tutto la tensione emotiva.

Fabrizio Valenza

P.S.: Poco credibile anche la scena in cui il professor Ullman prende in giro Carrie. È mai possibile? Controllare se nel romanzo c’è.