Margherita Hack

Hack2Non mi unirò al coro di necrologi andato in onda sulla rete, né mi strapperò le vesti per la morte di una brava scienziata come Margherita Hack. Di gente ne muore a migliaia al giorno, in Italia. Detto molto sinceramente, massimo rispetto per una vita che se ne va, lo dico senza finzioni, anche se lei, la Hack, di massimo rispetto nei miei confronti, per esempio, non ne ha mai mostrato particolarmente (tipo quando diceva che credere in Dio è come credere in Babbo Natale). Una morte è sempre una grande perdita, per chi è vicino alla persona morta, per chi è lontano se la persona defunta ha contribuito allo sviluppo della società.

Tuttavia c’è qualcosa che non mi torna. Che cosa ha fatto di così grande la scienziata per meritarsi questo coro di applausi e queste ovazioni? Ho sentito perfino dire che si sarebbe meritata il Nobel. Davvero, qualcuno sa dirmi cosa ha fatto di così prezioso che anche altri bravi scienziati o divulgatori o difensori dei diritti civili non abbiano fatto? E, vi prego, non tiratemi fuori il Cicap.

Ciao amore, ciao

Si sta avvicinando la stesura del capitolo conclusivo di Storia di Geshwa Olers, Il sole sulle bianche torri, e sempre più mi trovo a provare una stretta allo stomaco. Dopo quindici anni dall’inizio dell’avventura scopro che staccarsi da una storia che mi ha assorbito enormemente è cosa molto dura, è fatica quasi insuperabile. Tanto che esplodono nella mente nuove storie (già esistenti seppure in nuce) relative ai primordi della civilità grodestiana, altre riguardanti eroi come Innésan il Potente, altre che descrivono la orrorifica parabola del Folle Imperatore, o trilogie dedicate alla storia degli Gnomi. Insomma, di carne al fuoco ce ne sarebbe, di possibilità per rimanere altri quindici anni con il mondo di Stedon pure.

Mi chiedo però se sia giusto. Se c’è una cosa che non mi è mai mancata è la fantasia, tanto che ancora non sono riuscito a trovare un metodo valido per obbligarmi a scrivere una storia alla volta. Anche adesso che mi mancano il settimo volume di Geshwa Olers e gli ultimi due volumi delle Sette case, ho già quattro romanzi pronti che attendono solo di essere rivisti e completati, ma moltissime altre storie che premono da anni per vedere la luce. Fosse per me, le scriverei tutte, una dopo l’altra, ma il tempo è tiranno.

Al di sopra di tutto questo rimane il mio desiderio di non lasciare il terreno calpestato da Geshwa, Nargolìan, Medòren, Asshar, Eneleibàs, Ondorne Tollievo e chiunque altro lo abbia già battuto. Centinaia di personaggi che vivono dentro me e che spingono per trovare il loro posto in quella grande narrazione della vita che è Storia di Geshwa Olers. E allora, Fabrizio, mantieni il controllo, cerca di non perdere la testa e afferra ogni possibilità che viene data alla storia. Perché la fortuna aiuta gli audaci.

Massacri su carta

Ransom Mitchell Installation “Blood Frame”, 2012.

Scartabello le pagine dei miei romanzi e gli appunti mai trasformati in romanzi o racconti. C’è di che inorridire. Stavo per scrivere che il fiume scorre a sangue, invece volevo dire che il sangue scorre a fiumi, ma l’inversione è significativa.

Ci sono migliaia di piccoli esseri trucidati da bestie delle oscurità profonde, madri e nonne fatte esplodere in aria. Figli inseguiti da orchi e, talvolta, raggiunti e divorati. Ci sono donne uccise, tagliate a pezzi e cucinate o date in pasto a maiali. Ci sono persone impalate, docenti universitari con il cranio sfondato e genitori uccisi dagli incubi dei figli. Coloro ai quali è andata meglio sono morti per incidente oppure si sono perduti nei meandri del tempo, in passati o futuri irraggiungibili. C’è gente pietrificata, o magari trasformata in poltiglia e poi resuscitata (senza cura di ricostituire un aspetto “sano”): addirittura qualcuno è stato divorato dalle proprie creature o schiacciato da un gigante che pensava di poter controllare.

A rileggere col senno di poi quanto c’è racchiuso tra le mie pagine, mi verrebbe da interpellare Freud o Jung. Con il secondo ci vado a braccetto, nei confronti del primo non ho grandi simpatie. Forse, però, entrambi potrebbero essere le mie prossime vittime.

Addio a Richard Matheson

mathesonÈ morto uno dei più grandi autori fantastici del Novecento, Richard Matheson (nato nel 1926). Creatore e rimodulatore di storie del brivido, è uno dei pochi autori del Novecento capace di farmi venire veri brividi di paura con la lettura.

Indimenticabile l’esperienza di Io sono leggenda, storia che riformula i vampiri e capace di influenzare in più modi Stephen King, uno dei grandi della letteratura che a lui devono molto. L’angoscia provata con questo libro è pari a quella di un dramma inquietante vissuto in prima persona.

Con La casa d’inferno, Matheson è stato capace di gettarmi in una storia che non vedevo l’ora terminasse per la sua capacità di immergermi in un disorientamento morale ai limiti del sopportabile.

Tre millimetri al giorno: cosa poter dire di un grandissimo classico come questo libro, confezionato con la precisione di un artigiano orafo alla corte di Luigi XIV?

Molte sono le storie uscite dalla sua penna, come il sinistro Io sono Helen Driscoll e il formidabile Duel (che ha segnato l’inizio della fama di un altro grande della narrazione, questa volta cinematografica, Steven Spielberg) o lo struggente Al di là dei sogni, ma quelle tre più di tutte hanno segnato qualcosa anche dentro di me.

Come sempre accade quando scompare un grande, la letteratura che tanto ha ricevuto dal suo genio non sarà più la stessa. In ogni senso.

La forza dell’intestino

destino1Sì, perché a volte verrebbe voglia di credere a chi ti dice che c’è un destino che ti aspetta, lì fuori. Vero, al mio povero Geshwa gliene faccio passare di cotte e di crude proprio in virtù (o per vizio?) di una credenza in un destino segnato.

Fin da piccolo sono cresciuto con una sequela di spinte a credere che il destino esistesse. “Fidati, vedrai che le cose andranno bene!” “Credimi, prima o poi anche tu scenderai a compromessi perché così fan tutti!” “Se è destino, capiterà anche a te.” “Prima o poi, quando sarà il momento giusto, vedrai che le cose arriveranno.”

Di simili messaggi è piena la nostra vita. Dall’infanzia veniamo svezzati con frasi che – in assenza di una precisa guida ermeneutica da parte di chi ce le propina – è facile vengano lette come porte su ciò che è già stabilito. Noi non dobbiamo far altro che accogliere (se ci va bene) o accettare (se ci va male).

In simili condizioni, la parte più difficile è quella dell’adolescente che desidera ma non ottiene, rischiando di piombare nel cupo pessimismo tipico di quell’età. Senza voler fare troppo lo psicologo, se proprio in quell’età non c’è qualcuno (anzi, non qualcuno qualunque, ma la tua famiglia o le persone per te significative) capace di indirizzarti verso una modalità interpretativa corretta, si rischia di sviluppare una lettura della realtà monocolore, autostrada verso la depressione.

Il destino ha voluto che non fosse il mio caso. Scherzo! Circa il destino, non che non fosse il mio caso. Tutti viviamo momenti più pericolosi sotto quest’ottica, ma al di là della fisiologia di ciascuno, che ci determina per lo meno a livello neuronale in un modo o in un altro, ognuno di noi è decisione di se stesso. Dirò di più: ognuno di noi ha l’intestino dalla propria parte.

E qui si arriva al titolo del post: quel che mi ha sempre mandato avanti non è certo stato un (supposto, e talvolta supposta) destino, quanto il mio… intestino. Se qualcosa non andava per il verso giusto, io facevo di tutto per forzarlo. La forza più potente del nostro essere viene dalla parte più interna alla nostra esistenza, che è – grosso modo, più o meno, all’incirca – dentro le budella. Già, nello stomaco, forse un po’ dopo, nell’intestino per l’appunto, o molto dopo, nella vescica, perché di alcune cose bisogna pur liberarsi. Fateci caso: quante volte reagiamo alla “sorte” andando di stomaco? Oppure vomitando? Oppure ancora finendo all’ospedale per crampi al duodeno? Dura vita, quella dell’intestino, punto nevralgico dei nostri tentativi. Se dobbiamo fare qualcosa di complesso, che ha a che vedere con quello che gli altri ci hanno segnalato come “destino”, fate leva sul vostro intestino.

Al massimo ne uscirà una zaffata che, dopo un iniziale disorientamento, farà ridere tutti. Perché è in questo modo che si riduce il destino al nulla che è.

La vanità di un interesse

"Autoritratto-enigma di Narciso", Flury 2007
“Autoritratto-enigma di Narciso”, Flury 2007

Ti contattano per farti i complimenti. Normalmente non leggono nulla di ciò che scrivi, però: “Ciao, sono uno scrittore. Ti segnalo il mio libro, visto che ti piace il fantasy”.

Oppure: “Ehi, visto che è il tuo compleanno, ti regalo uno dei miei libri gratuiti”.

Alcuni ti lisciano il pelo finché gli torna utile, per poi abbandonarti ai margini delle strade: “Scusa, ma tu non sei più compatibile con quello che scrivo e, SOPRATTUTTO, con i gusti del MIO editore”.

Talvolta ti seguono come spie nascoste dietro l’angolo e ritrovi le loro tracce inquietanti sui sentieri percorsi nel passato.

Ce ne sono, poi, che applaudono a ogni spron battuto, in modo particolare quando pubblicizzi su Facebook un post lungo 50 righe e il “mi piace” compare dopo circa 4/5 secondi. Solo dopo alcuni mesi vieni a scoprire che hanno pubblicato il loro primo libro.

L’autoreferenzialità di molti vanity writers è fenomenale. Al loro apprezzamento preferisco quello di migliaia di lettori che se ne stanno nell’ombra, ma ti seguono con gioia e aspettativa. Quando decidono di uscire allo scoperto (il che avviene molto di rado), si trasformano nella gratuita soddisfazione della sorpresa.

2 news da Stephen King

Instancabile autore, il Re da poco tornato con lo stratosferico Joyland (ne parlerò, spero a breve…) e vicino a due nuove uscite, Dr. Sleep (di cui allego al termine del post il primo booktrailer) e The Dark Man, pare stia lavorando a due nuovi lavori, intitolati Revival e Mr. Mercedes, un giallo. Non ci resta che attendere, certi che nel frattempo non rimarremo senza pagine sue tra le mani.

Stanchezza

stanchezzaLa stanchezza merita il sapersi fermare. Soprattutto a fine anno scolastico, quando centinaia di bambini ti hanno svuotato, sfiancato e prosciugato. Bisognerebbe avere il tempo di fermarsi e ricaricarsi fin da subito, magari in una bella località isolata, con la compagnia che si desidera.

Anche la scrittura meriterebbe una pausa, che talvolta non sono capace di darmi. La correzione del sesto volume di Storia di Geshwa Olers mi sta prendendo il tempo che ovviamente si merita, ma che mi porterà fino agli inizi di luglio. E poi… e poi altra scrittura, la stesura degli ultimi due volumi delle Sette case horror, motivo per cui non potrò fermarmi se non verso la fine di luglio. Nel frattempo si sovrappongono altri (belli) impegni, per offrire a tutti gli appassionati della letteratura fantastica eventi speciali e ghiotti a partire da settembre 2013, in collaborazione con tante persone validissime. Ma questa è un’altra storia, di cui vi parlerò.

Per il momento, ciò che desidero è fermarmi, lasciar riposare meningi e penna, sapermi prendere lo spazio di una vacanza. Tuttavia, credo che continuerò a scrivere, fino a quando il mio animo (o la mia Presenza, come direbbe Geshwa Olers) non sarà in pace.

Copertina del Sesto volume

Allora, parliamo di cose serie. Ecco la copertina di La guerra dei Gelehor, sesto volume di Storia di Geshwa Olers, ormai in via di definizione quanto a testo.

Questa copertina, opera di Enrico Valenza, contiene molti elementi della sorpresa che costituiranno il sesto e il settimo volume. A voi la decifrazione e, perché no, la capacità di prevederli… Tenete conto che ogni singolo dettaglio dell’immagine ha il suo perché.

Osservate, osservate bene!

copertina 6ridotta

Quale Europa?

europaMe lo sto chiedendo ormai da tempo, dopo aver visto il disastro nel quale ci ha ficcati questa idea di Europa. Ma… quale sarebbe questa Europa che ci stanno propinando i nostri “controllori” continentali?

Che Europa è quella che se ne frega dei popoli ed è più interessata alle banche? Certo, non lo chiedo a cuor leggero, perché so bene come nella nostra economia siano le banche a reggere il sistema economico. Tuttavia, era davvero impossibile impedire alle banche di reinvestire i miliardi e miliardi che le sono stati dati in titoli a proprio favore e per il proprio guadagno? Era davvero impossibile obbligarle a fare credito alle imprese e impedire il crollo delle economie cui stiamo assistendo?

Che Europa è quella che permette che un intero Stato, la Grecia, chiuda i battenti pezzo dopo pezzo? I servizi pubblici, la TV di stato, l’orchestra più antica del Paese… e tutto per errori legati al FMI, alle scelte dell’Europa e alla fissazione teutonica per il rigore e non per la crescita. Che Europa è?

Che Europa è quella che, votata a un rigorismo ormai senza senso (perché legato alla sopravvivenza di una moneta nata morta), permette alle democrazie di entrare in crisi e di respirare sempre più asfitticamente, provocando lo svuotamento sempre maggiore delle funzionalità parlamentari (senza avere come contraltare una maggiore importanza del Parlamento Europeo), l’affermazione sempre maggiore di populismi che già dopo un anno la vittoria non portano più da nessuna parte, la nascita di governi sempre più impotenti (anche se con buone volontà) a causa dei diktat inviati da chi in Europa di economia ne capisce?

Che Europa è, soprattutto, quella che nasce su una moneta a chiaro vantaggio di Paesi come la Germania e che non si preoccupa di far crescere prima un popolo europeo, delle tradizioni europee, una cultura veramente europea e, soprattutto, uno Stato Europeo?

Di certo non è l’Europa che desidero. Per quanto mi riguarda, una simile Europa può anche finire domani.