Post di fine anno per chi vuole svendere la sua scrittura

Ieri mi è capitato di leggere un trafiletto su Facebook che riassumeva tutti i costi e le spese ai quali va incontro un fotografo professionista per poter esercitare il suo lavoro. Il tono del post era: “e venite pure a chiedermi di fare foto gratis?” Condividevo, e perciò mi è venuta l’idea di fare la stessa riflessione su quanto mi è costato (e su quanto probabilmente costa  a ogni persona che voglia) diventare scrittore professionista. Il risultato mi ha lasciato sbalordito, soprattutto considerando che c’è ancora troppa gente convinta di poter chiedere racconti gratuiti (ben vengano, se l’iniziativa parte dall’autore) o molti scrittori convinti che sia giusto pagare per farsi pubblicare. Per carità, ammetto che ci possano essere casi in cui uno si faccia due conti e dica: ok, mi conviene farmi pubblicare questo romanzo per questo e quest’altro motivo; ma ragazzi, che il motivo non sia mai l’orgoglio personale! Non fa altro che il bene economico degli approfittatori e il male alla dignità della categoria in generale. Insomma, ecco le mie riflessioni. Costituiscono il mio post di fine anno. Ci si risente nel 2013. Auguri!

Si può pensare di saper scrivere in modo minimamente corretto e pubblicabile quando si giunge alla soglia di un milione (1.000.000) di parole scritte. Questa è l’affermazione di uno scrittore X. Non ne ricordo il nome, è uno conosciuto, ma ho fatto i miei calcoli e mi sono reso conto che è un concetto che condivido. Vediamo quali costi si devono assorbire per arrivare a tale soglia.

1.000.000 di parole sono 3000 cartelle circa, ammettendo che le si riesca a scrivere perfette fin dal primo colpo e con una progressione continua verso la bella forma e il buon contenuto. Più verosimilmente, quelle 3000 cartelle bisognerà moltiplicarle per le almeno 4 stesure necessarie per raggiungere una correzione accettabile della forma e del testo.

Perciò:

3000 x 4 = 12.000 cartelle

che non significano altro che 24 risme di carta A4.

24 risme carta A4 80 gr. = 24 x 3,50€ ca. = 84€

Bisogna poi considerare che, normalmente, un aspirante scrittore farà svariati tentativi di farsi pubblicare, la stragrande maggioranza dei quali a vuoto, considerando che molti editori richiedono ancora copie cartacee del manoscritto. Poniamo, dunque, che uno abbia scritto 6 romanzi da 150.000 parole, e che abbia tentato per ciascuno di essi la pubblicazione (senza rendersi conto che tentare di pubblicare il primo romanzo mai scritto è praticamente tempo perso): è probabile che sia incorso in cinque o sei editori che, ogni volta, lo hanno voluto cartaceo. Perciò:

150.000 parole = 400 cartelle = 3€ di carta

3€ di carta x 6 editori = 18€

18€ x 6 romanzi = 108€

E siamo a 84€ + 108€ di tentativi (quasi sempre a vuoto). Dunque, 192€!

Aggiungiamo le spese postali per 36 plichi, con il costo delle poste italiane:

9€ circa per 36 plichi = 324€, che vanno ad aggiungersi ai precedenti 192€ = 516€

Ma tutto questo, ovviamente, è il minimo. Questo è il costo normale della materialità di un cammino fatto di pazienza e progressione, oltre che di studio personale e lettura.

Per riuscire a scrivere decentemente, bisogna aver letto molto. È la regola fondamentale della buona scrittura. Non esistono misure possibili di cosa significhi leggere molto, ma possiamo dire che leggere 10/20 libri all’anno è, per uno scrittore, leggere molto poco. Il tanto inizia a palesarsi verso soglia 80/90 libri all’anno. Allora diciamo, 100 libri all’anno. Personalmente ne leggo tra i 120 e i 140 all’anno, e sento di essere mancante, sotto tale aspetto. Inoltre, consideriamo che arrivare oggi a scrivere bene vuol dire aver già letto tutti questi libri negli anni passati, come formazione personale e personali studio e ricerca, quando – non dimentichiamolo – non esistevano ancora gli ebook e i lettori digitali. Ovvero, uno ha speso tutti i dindi spendibili per poter leggere.

Dunque, 100 libri annui x 15 anni minimi = 1500 libri.

Il costo medio di un libro è di circa 10/15€ = tra i 15.000€ e i 22.500€! Avete letto bene.

Mettiamoci altro materiale di cancelleria. Personalmente ho scritto per molto tempo con la macchina da scrivere e non con il computer. Comunque, mettiamoci un po’ tutto, con sale in zucca.

50 quaderni moleskine da 13cm x 21 cm = 50 x 13€ = 650€

10 raccoglitori per manoscritti = 10 x 2€ = 20€

Stampante laser = 100€ in media

toner per stampante laser a 3000 copie per cartuccia = 24 cartucce x 25€ circa = 600€

altra cancelleria = 300€

Facciamo le somme:

324 + 192 + 22.500 + 650 + 20 + 100 + 600 + 300 = 24.686€ di spese.

A questa cifra, ovviamente, bisognerebbe aggiungere tutto il tempo che si è dedicato a questa personale crescita, allo sviluppo del proprio stile (anche attraverso corsi specifici, ai quali preferisco ovviare tramite manuali mirati), alla difficoltà vissuta per differenziarsi e resistere a quella che, talvolta, è sembrata una montagna altissima da dover sormontare.

Siete davvero sicuri, perciò, di voler svendere ciò che scrivete?

Un presepe speciale per i miei auguri

Come sicuramente saprete, il primo ad avere l’idea di concentrare un forte significato simbolico in quella greppia in cui venne posto Gesù Cristo appena nato fu San Francesco, il santo cui mi sento più vicino. In una notte di molti anni fa – sono passati ben 789 anni – il Santo rievocò con l’aiuto di un’immagine creata da Madonna Alticama, moglie di quel Giovanni Velita che aiutò Francesco a creare il primo presepe della storia, il momento della nascita e della successiva contemplazione del Salvatore fattosi uomo. La commozione e la meraviglia per il gesto furono tali, che parve quasi che Francesco cullasse tra le braccia un bimbo vero.

Da allora il presepe si è diffuso in tutto il mondo ed è rimasto come una delle più belle tradizioni natalizie, sebbene sempre più in crisi e soppiantato dall’albero di Natale. A Verona, tuttavia, c’è un posto particolare in cui uno speciale presepe trova sempre nuova vita di anno in anno, ed è il Convento dei Frati Cappuccini di Barana. Si tratta di una meta natalizia classica della nostra città. Dal 1950, nel quartiere di Borgo Venezia in Verona, i frati Cappuccini realizzano un grande presepe “animato” da congegni meccanici, meta di migliaia di pellegrini.

Ho avuto l’onore di ricevere il testo di Padre Gianluigi Pasquale, in cui parla di questa bellissima opera, frutto della tenace devozione di un frate molto semplice, Fra Carmelo Brotto. Allora leggiamolo assieme. Sia questo il mio augurio per un sereno e rigenerante Natale, a tutti voi, che crediate o no. La cosa importante è cogliere la bellezza delle cose, sempre.

Il Presepe di Fra Carmelo a Verona, presso i Frati Barana

È una storia tutta da raccontare quella del presepe dei frati Cappuccini “del Barana”. Nel quartiere est di Verona, lungo la strada che s’alza per la Val Pantena e i monti Lessini, nel quartiere di Borgo Venezia, sorgono il Convento dei Cappuccini, la chiesa dedicata al “SS.mo Redentore” e la mensa dei poveri «San Leopoldo Mandić», una delle più grandi e frequentate della città scaligera, l’unica aperta 365 giorni all’anno. Ma da Dicembre alla fine di Febbraio, alla coda di chi va a mangiare un piatto di minestra e a scaldarsi un po’, non molto distante da lì, se ne aggiunge un’altra: quella dei tantissimi visitatori dello storico presepe del Barana. Storico perché la sua origine risale al 1950. A realizzarlo fu fra Carmelo Brotto, un simpatico fraticello, oggi ottantaseienne, dalla folta barba bianca attorniante vividi occhi verdi, da sempre con il pallino della meccanica e un’innata indole artistica. «Quando lo allestii per la prima volta, lo collocammo in chiesa. Avevo 25 anni. Col tempo, abbiamo pensato di dedicargli uno spazio ad hoc», spiega il Cappuccino. Così da alcuni anni il presepe che conserva le vecchie statue della Santa Famiglia e vari elementi originali del paesaggio, è stato trasferito in un ampio locale presso il convento, a motivo delle migliaia di visitatori che arrivano in occasione delle feste natalizie. Il presepe, in effetti, è di notevoli dimensioni: ottanta metri quadrati, una decina di microambienti e un ampio sfondo montano che ricorda il gruppo veronese dei Lessini e il famoso «Ponte di Veja». Nel 1980 si interessò a esso perfino una troupe del «Catholic Herald», che giunse a Verona per realizzare un servizio. L’ammaliante poesia della Natività viene riproposta in quest’anno 2012 con un nuovo scenario, quello del Presepe di Greccio, utilizzando in modo sapiente poveri mezzi ben celati dalla cartapesta dipinta: pezzi di latta traforati e parti di una vecchia lavatrice per riprodurre la caduta della pioggia, specchi riciclati nascosti che raddoppiano gli spazi, dando profondità a interni di abitazione. Insomma un presepe assai “francescano” nei materiali, ma di grandissimo effetto visivo. «I meccanismi e il variare delle luci che riproducono il ciclo del giorno

Frate Carmelo e, a dx, Padre Gianluigi Pasquale.
Frate Carmelo e, a dx, Padre Gianluigi Pasquale.

e della notte, originariamente erano mossi mediante elettrolisi, ricreata con ingegno in vasche poste dietro le quinte», precisa fra Mario Manfrin, il Cappuccino che da anni ha sostituito fra Carmelo nell’allestimento del presepe e che dirige pure la mensa dei poveri. «Era un lavoro che iniziava già a febbraio e terminava a Natale. Conclusi i suoi quotidiani impegni di sacrestano e di questuante, fra Carmelo dedicava tutto il resto del tempo alla propria creazione». Il presepe è cresciuto negli anni, anche grazie alla generosità dei fedeli che hanno arricchito la scena donando più d’un pezzo ai frati veronesi. Gli uccelli che figurano sono veri e impagliati, come veri sono i nidi e le uova deposte. Ma più vivi ancora sono gli animaletti “in carne e ossa”, di solito dei coniglietti custoditi assieme alla loro mamma per alcune settimane in un recinto protetto da temperatura, umidità e cibo costanti, che attirano i visitatori più piccini e polarizzano la loro curiosità. Del resto anche l’omelia natalizia di Taulero ci ricorda che «un Bimbo è nato in mezzo a noi e ci è stato dato un figlio».

Gianluigi Pasquale OFM Cap.

Dicembre 2012

Il paragrafo

Vorrei focalizzare maggiormente il discorso sul paragrafo, vero punto di snodo di tutta la narrazione, sia di un racconto che di un romanzo. Se il capitolo è la grande puntata interna al romanzo, il paragrafo è la piccola scena che determina il ritmo della narrazione, il vero cuore del capitolo.

Il paragrafo racchiude un’unità di significato che deve apparire della massima chiarezza per il lettore. Sapete bene come lo scopo dello scrittore sia far comprendere fino in fondo al lettore ciò che sta dicendo. Per questo motivo ogni frase deve essere organizzata nel migliore dei modi possibili e, di conseguenza, il paragrafo che le riunisce per “focalizzazioni”.

Se analizziamo un qualunque paragrafo di qualsiasi scrittore affermato – il che è sinomimo di “ha fatto successo” – vedremo alcune caratteristiche predominare su altre meno significative.

La frase più importante del paragrafo è la prima. Essa ha il compito di fare un’affermazione, di esprimere un contenuto, di aggiungere qualcosa di nuovo. Le frasi che seguono, invece, dimostrano in vari modi questa prima frase, approfondendola. La dimostrazione ottenuta tramite le frasi successive può essere raggiunta con vari mezzi, spesso utilizzandoli tutti:

  1. espandendo un particolare
  2. confermando con un’azione
  3. confermando con una negazione
  4. inserendo focalizzazioni ulteriori

Faccio un esempio tratto da un mio romanzo, La porta sbagliata:

Non riuscivo a staccare gli occhi da quello che sembrava solo un brutto scherzo (frase 1). Il numero ormai mi si era impresso ben in mente (ult. focalizz.). Avevo capito che era sempre lo stesso, quello del fax recitatomi al termine della strana telefonata, quello delle pubblicità entrando in paese, e ormai cominciavo ad avere una smania di comporlo sul mio cellulare per capire chi diavolo avesse pensato di creare uno scherzo come quello (conferme frase 1). Il motore dell’auto scoppiettava mentre stava per spegnersi, dal momento che ero ancora in prima e il piede sinistro stava lasciando poco alla volta la frizione (ult. focalizz.). L’impressione, forse ancora più folle di quello scherzo, era che fosse tutto organizzato per me, per spaventarmi, e quando immaginai che Gianfranco fosse il primo ad aver organizzato il tiro, quasi mi misi a ridere (conf. con azione).

La parola più importante della frase va posta, invece, alla fine, perché è la nostra attenzione si focalizza soprattutto sulla parte finale della frase e una parola inserita lì acquisterà maggior pesa, contribuendo alla creazione del senso generale nella mente del lettore.

Es. (La porta sbagliata) Il fatto era che non potevo negare di essere sceso in cantina solo dopo un giorno di continui rinvii, con il risultato di fuggirne letteralmente per la paura.

Al di là dell’orribile locuzione “il fatto era”, da evitare come la morte (faccio ammenda: non lo userò mai più in un mio scritto), il concetto significativo è conferito dall’ultima parola, paura, che non fa altro che rinforzare e dare la sfumatura alla natura dei “rinvii”, ultima parola della frase precedente.

Due frasi deboli vanno unite in un’unica forte. Evitate di riempire il paragrafo di frasette che non fanno altro che prolungare il brodo. Piuttosto, unitele in un’unica frase ugualmente soddisfacente.

Anziché:

Camminare per casa a piedi nudi, ridere senza motivo, mi rendo conto che sono poche le cose della vita davvero valide.

È meglio dire:

Sono poche le cose davvero valide della vita, come camminare per casa a piedi nudi e ridere senza motivo.

La frase colpisce di più perché è più forte e compatta.

Le parole vanno aggregate per appartenenza tematica e funzionale, in modo da favorire la comprensione ed eliminare le ambiguità. L’errore più diffuso tra gli esordienti o i principianti è quello di tagliare in continuazione una frase, infarcendola di incisive o spezzando il collegamento tra le parole. Vediamo un esempio di frase disaggregata:

Quel libro spesso, la cui copertina è rossa e il simbolo in oro, proprio come diceva Maria, è una Bibbia. Avreste mai pensato che, antico per com’è e zeppo di stranezze, potesse piacerle tanto?

Proviamo a riaggregarla in maniera più lineare e chiara:

Quel libro spesso, con la copertina rossa e il simbolo in oro, antico e zeppo di stranezze, è una Bibbia, proprio come diceva Maria. Avreste mai pensato che potesse piacerle tanto?

I concetti simili devono essere espressi con la medesima forma.

Gli piaceva in modo speciale il maron glacé e puntò spesso al castagnaccio. Tutto questo perché ama quei frutti autunnali.

Vi rendete conto da soli di quali errori vi siano. La forma corretta non è una sola, ma di certo non quella appena indicata. La frase può essere scritta in tre modi differenti, tutti ugualmente corretti:

Gli piaceva in modo speciale il maron glacé e puntava spesso al castagnaccio. Tutto questo perché amava quei frutti autunnali.

Gli piacque in modo speciale il maron glacé, ma puntò al castagnaccio. Tutto questo perché decise che amava quei frutti autunnali (notare le modifiche).

Gli piace in modo speciale il maron glacé e punta spesso al castagnaccio. Tutto questo perché ama quei frutti autunnali.

– Bisogna evitare come la morte una sequenza di frasi deboli, poco significative, tanto più se sono congiunte in modo debole da una “e”. Una frase debole ogni tanto va bene, perché può servire a spezzare un ritmo che rischia di divenire monotono, ma non deve diventare la regola, perché altrimenti il paragrafo e tutta la narrazione suoneranno come stanchi.

Eliminare sempre le parole inutili. Accade molto più spesso di quanto si immagini, che gli scrittori infarciscano lo scritto di parole che non servono a nulla, se non a rendere più pesante lo scritto. Nell’esempio che segue ho già barrato le parole che non servono:

Ammirò con stupore la vetrina con occhi spalancati, così estasiato ed emozionato da dimenticare di essere andato fin lì per comprare un regalo di compleanno. Si perse tra i perfetti Blu-Ray di Star Wars e quelli di Indiana Jones.

Disporre le frasi nelle loro forme attive. Non usate mai il passivo: è debole, passa inosservato, a meno che non serva a far risaltare una caratteristica “passiva” di qualcosa o qualcuno. Ma dev’essere cosa rara.

Volete mettere “Il suo braccio fu afferrato con forza dal poliziotto” (forma pass.) con un “Il poliziotto afferrò con forza il suo braccio”?

Buon divertimento.

Ritorno a Bassavilla – Breve intervista a Danilo Arona

Volume unico, di Danilo Arona. L’intervista che segue venne pubblicata il 14 febbraio 2011, nel portale HotMag.

Il libro
Ritorno a Bassavilla ci riporta tra le nebbie della più spettrale tra le città della nostra letteratura, e che era tempo si vedesse dedicare un intero libro: Bassavilla. Uno sguardo oltre l’apparenza confortante delle cose, tra storie – vere? – di fantasmi, resoconti dell’insolita attività investigativa dell’autore, e inquietanti fatti di cronaca nera. O nerissima. Spaccati che oscillano in equilibrio quantomai precario sul filo sottilissimo che separa la realtà (o quella che riteniamo tale) dall’Immaginario più disturbante. E dietro sogghigna e prende forma – solo per poi prenderne un’altra – lei: Bassavilla. Il primo Cronache di Bassavilla fu pubblicato da Dario Flaccovio Editore nel 2006, ed è uno dei libri più apprezzati della vasta produzione dello scrittore piemontese.

L’autore
Danilo Arona è uno dei maestri assoluti e numi tutelari della letteratura fantastica italiana. Critico cinematografico e giornalista, nonché ricercatore sul campo di fenomeni “insoliti”, ha collezionato in trent’anni di carriera un enorme numero di pubblicazioni, tra romanzi, raccolte, saggi e racconti editi da molti editori italiani e stranieri.

Mini intervista a Danilo Arona.

Una delle caratteristiche che più colpiscono di Ritorno a Bassavilla è che nelle tue cronache il fantastico e il reale si mescolano fino a diventare indistinguibili. Quando e come ti sei reso conto che la tua città nascondeva un’altra identità, così oscura?

Premetto che sono tantissime le città con doppia identità, ovvero con una sostanza antitetica alla forma che mostrano. Ritengo di non possedere il diritto di parlare per “le altre” (anche se su Genova potrei pure dilungarmi, avendola vissuta ai tempi dell’Università – ma ci sono stupendi scrittori liguri che lo stanno facendo da tempo, uno su tutti Bruno Morchio), perciò parlo per la mia, precisando, appunto, che certe peculiarità sono democraticamente diffuse per tutto lo stivale. Quando e come me ne sono accorto? Dai racconti dei miei che avvenivano a tavola quando io, sui dieci-dodici anni, transitavo in un periodo di vita in cui si iniziavano a percepire e a “capire” le sottotracce e le verità nascoste. La storia bellica e post-bellica di Alessandria descrivevano una città oscura e nebbiosa, rigurgitante di gotiche paure, di luoghi segreti, di tipacci, di fantasmi e di appuntamenti collettivi “clandestini” giustamente censurati per la vergogna (la caccia al gatto nel rione Orti che si concludeva con un’abbuffata collettiva a base di polenta e spezzatino…). Dai miei primi anni Sessanta nasce l’ambivalenza affettiva nei confronti della mia città natale. Poi, molto più tardi, ho deciso di trasformarla in un contenitore per storie non facilmente classificabili. Ma, a essere sinceri, qui esistono sul serio un sacco di storie non facilmente classificabili. Ritorno a Bassavilla ne è soltanto un piccolo catalogo.

Una domanda che intendo porre a tutti gli autori di Edizioni XII intervistati: quale impressione ti fa la copertina di Diramazioni?

La ritengo una delle “mie” migliori copertine, in assoluto. Forse la più bella. Al di là dell’ammirevole tratto, i ragazzi di Diramazioni hanno “colto” lo spirito della città, la sua anima nera e il suo anelito al riscatto. Poi, con l’intuizione medianica dei veri artisti, hanno messo in primo piano il Ponte Cittadella che, da lì a poco, in quanto giudicato “colpevole” per le continue alluvioni, sarebbe stato abbattuto, provocando in città una lacerazione tra i pro e i contro. Quando il libro è uscito, pochi giorni dopo l’abbattimento, era come se il suo “fantasma” fosse stato immortalato, quasi un monito terrorizzante per chi resta. Ma poi, in tutta sincerità, non esiste copertina di Diramazioni alla quale rimproverare qualcosa. Sono stupende, intelligenti, pervase da un segno che anela a toccare l’inconscio… L’illustrazione ideata per il racconto Jay.rtf, pubblicato nell’antologia Archetipi, in cui si dona forma all’inconoscibile Pazuzu, è un capolavoro di sulfurea tensione, un brandello d’inferno emerso sulla Terra.

A Bassavilla hai dedicato due libri della tua vasta produzione, è possibile che in futuro tu ci possa accompagnare ancora da quelle parti?

Non solo è possibile. È certo. Ricordo che parecchi altri miei lavori si ambientano, in tutto o in parte, a Bassavilla, anche quando non esiste il richiamo nel titolo: Melissa Parker e l’incendio perfettoBlack Magic WomanFinis Terrae, un capitolo di Palo Mayombe… E poi c’è un recente racconto, poco conosciuto, che è uscito su “Robot” n° 60 intitolato Gli ultimi giorni di Bassavilla, nelle cui righe finali pare proprio che il destino della Città Grigia si compia. Ma smentisco… trattasi di un falso finale. Insomma, chi vivrà (e scriverà…), vedrà (e leggerà).

Ritorno a Bassavilla
di Danilo Arona
introduzione di
Daniele Bonfanti
Edizioni XII, 2009
collana Eclissi – n.5
pp 192, € 12.00
brossura lucida, risvolti
ISBN 978-88-95733-12-8
Da domani, le interviste saranno pubblicate sul blog de Le sette case.

Addio Edizioni XII, siamo alle solite

La notizia la apprendo adesso da Plutonia Experiment, e mi lascia ancora una volta senza parole. La casa editrice Edizioni XII ha chiuso i battenti, come si legge dal laconico comunicato stampa che ne fissa la data di termine in quel 12.12.12 che i numerologi amano. Vi consiglio di leggerlo; soprattutto, vi consiglio di leggere i loro libri: sono tra i più belli della narrativa fantastica italiana di questi ultimi anni.

Edizioni XII ha sempre fatto un lavoro ottimo per i suoi autori e lettori, innanzitutto selezionando con cura i testi da pubblicare, poi lavorando bene sulle parole e infine creando un prodotto libro tra i più affascinanti della nostra editoria fantastica. Personalmente ho avuto modo di apprezzare Archetipi, uno delle più belle raccolte di racconti fantastici/horror italiani, ma ci sono molti altri titoli, che potrete acquistare fino al 31 dicembre direttamente sul loro store. Fatelo, come regalo di Natale per voi e per i vostri amici, seguite il consiglio! Ho avuto modo di fare una serie di interviste a sei autori della casa editrice quando ancora il mio blog era parte del portale HotMag, e intendo riproporle in questi giorni – a partire da domani – una al giorno.

Del loro comunicato mi tocca particolarmente questa frase:

Ci congediamo convinti di essere riusciti nel nostro intento – fare libri belli -, di aver raggiunto risultati insperati – per vendite, qualità e quantità dei progetti, prestigio delle collaborazioni -, e di aver superato ogni nostra previsione di espressione e sviluppo. Il seme gettato nella fertile terra dell’underground letterario italiano è cresciuto e ci ha portati fin qui, grazie al contributo fondamentale di quanti si sono dedicati, qualsiasi fossero ruolo e occasione, allo sviluppo di un’Idea divenuta splendida realtà editoriale.

Indubbiamente i frutti rimarranno, così come le persone e le forze che hanno permesso questo piccolo miracolo dell’editoria italiana. Continueranno a lavorare, per altre realtà o in proprio; comunque porteranno altro frutto.

Ma non si può più tacere il grande problema del nostro mercato editoriale, in modo particolare nel mondo fantastico. L’indifferenza. Un’indifferenza che nasce da un egoismo e da un desiderio di primeggiare francamente difficile da comprendere. La collaborazione è già difficile, nella nostra realtà, ma qualcosa se ne sta cavando, ben più di qualche anno fa. La vera grana, però, è la volontà di non parlare della concorrenza. Se posso evitare di parlare di un prodotto altrui, per quanto bello e valido possa essere, sicuro che eviterò di farlo! È una cosa che non ha nulla di professionale, soprattutto da parte degli addetti alla comunicazione e da parte di quegli scrittori che non si fanno problemi a recensire e commentare libri di “amici”. Purché siano amici che ti ritornano il favore, ovvio! Questo modo di fare continua ad avvelenare il nostro panorama editoriale, forse non solo fantastico. Inoltre, si vedono realtà ancora più tristi, come gruppi di blog o siti, riuniti in portali, che scelgono accuratamente di chi parlare e di chi non parlare, e non basandosi sulla qualità (e, detto per inciso, un altro grosso problema è avere preparazione sufficiente per riconoscerla, la qualità), ma su altro genere di interesse, che può essere la comunione d’intenti, un’idea da affermare, un’ideologia, una supposta superiorità o altro. Insomma, in questo modo il mercato editoriale italiano per il genere fantastico diventa una gara all’assassinio.

Ed Edizioni XII è la nuova vittima. Chi dobbiamo ringraziare, per tutto questo?

edit delle 9.24: preciso che la chiusura per motivi economici è una mia interpretazione della frase “L’Abisso si è richiuso, intimidito per quanto gli è stato strappato” presente nel comunicato stampa. Loro non lo dicono chiaramente. Rimane il rammarico per una perdita.

Bambini, gli ultimi del mondo

Si dice normalmente che gli elementi più deboli della società siano bambini, anziani e donne. Sono piuttosto scettico (e forse politicamente scorretto) che le donne siano elementi deboli; piuttosto, talvolta ancora discriminate. Gli anziani sono deboli per via delle forze che vengono meno, non certo per il peso sociale che hanno nella società italiana attuale, forse eccessivo, ma anche questa idea potrà suonare un tantino politicamente scorretta. E va bene comunque. Ciò di cui sono convinto, è che i veri deboli della società siano i bambini.

I bambini sono non soltanto discriminati (sulla base del colore della pelle, della provenienza dei genitori, sulla bellezza fisica, sul censo della famiglia, sulla maggiore o minore furbizia del bambino, sulla sua maggiore o minore intelligenza, ecc, come ho modo di constatare giorno dopo giorno, lavorando nella Scuola dell’Infanzia), anche vessati da ogni forma di imposizione che gli adulti vogliano calare su di loro.

Se non lo sapete, ve lo dico io. È pur vero che ogni persona ha la sua indole e che, questa indole, la si vede fin da quando la persona è un bambino, ma ogni bambino tende ad accontentare l’adulto, in tutto e per tutto. Se gli si chiede di volare, tenterà di volare anche essendo una tartaruga. Guardate, non sto scherzando, ma mi rendo sempre più conto di come la nostra società sia basata su un’istruzione e un’educazione (sia essa scolastica, famigliare o ambientale) che non sono altro che il principio del: piega il legno finché è verde, perché dopo si spezzerà. Detto così appare più brutale di quanto possa sembrare. La verità è che l’educazione di per sé è un’azione “brutale”, anche se di una brutalità socialmente accettata, condivisa, ritenuta minima per il bene del bambino, che così crescerà, imparerà a vivere nel mondo e a confrontarsi con gli altri.

Ci può stare, senza però sottovalutare lo sforzo continuo che viene richiesto ai bambini. Ogni bambino fa davvero del suo meglio per innalzarsi al livello che gli viene richiesto. Provate a pensarci: dal nulla deve imparare cos’è una regola, deve imparare a riconoscere lettere e suoni, associarli per poterli scrivere e farlo nel modo giusto, deve imparare a quantificare e a raggruppare, deve imparare a giocare assieme agli altri, a non litigare, a non fare a botte, ad andare a fare i suoi bisogni davanti a perfetti sconosciuti, a cambiare classe in continuazione, ad abituarsi in continuazione a nuove persone. Non vi sto parlando delle Primarie (le vecchie Elementari), ma della Scuola dell’Infanzia (il vecchio Asilo). Tutto questo dev’essere raggiunto entro fine Infanzia, anche se non nella forma completa ed esaustiva che  già può contemplare un corso di primo anno delle Primarie. Insomma, già l’educazione è una forma di obbligo, costrizione, che chiede di andare talvolta contro le volontà del bambino.

Ma non è di questo che voglio parlarvi. L’argomento importante, per me e per questo post, è il modo in cui la nostra società approfitta dei bambini al di là del concetto di educazione, senza il concetto di educazione, sformando e sfigurando il concetto di educazione.

I bambini sono il target preferito dal mondo del commercio (veicolato nelle vendite da quel codice a barre che una leggenda metropolitana raccontava essere incorniciato dai numeri 666, erroneamente considerati il Numero della Bestia apocalittica). Ogni festa e ogni occasione è buona per vendere ai bambini o per i bambini: Santa Lucia, Natale, Befana, Pasqua, Carnevale, ora si aggiunge Halloween, ogni genere di film è pensato per sfruttare il desiderio dei bambini, escono musichette costruite apposta per sollecitare i neuroni dei bambini (no, non intendo le tagliatelle di nonna Pina, ma il Pulcino Pio, per esempio…). Ci sono mille occasioni per fregarsene altamente del significato delle singole feste e, anzi, storcerne il significato in modo tale che esse esistano per la vendita. Babbo Natale non è altro che questo, Santa Lucia forse sopravvive un poco, ma anche in questo caso, ormai, si vede una degenerazione consumistica, la Befana, poi, non parliamone. Tralascio le altre feste, soffermandomi solo su Halloween, una festa importata dagli USA di recente solo e unicamente con lo scopo di vendere di più, sfruttando la fascinazione nei confronti dei piccoli e dei giovanissimi (perché nessun Italiano adulto – e nemmeno giovane – può essere talmente idiota da divertirsi con Halloween, se non grazie all’aspetto più horror che arriva dai film). I genitori non si preoccupano minimamente delle conseguenze che possono avere le festività veicolate unicamente da un aspetto commerciale, non riflessivo, non educativo, non pensato. Non ne parlano, non sono nemmeno capaci di capirne da soli il significato, anzi, parte del problema sono gli stessi genitori. Se prima di far fare qualcosa ai figli riflettessero sulle conseguenze (non quelle immediate, ma quelle un po’ più lontane), forse qualcosa migliorerebbe, in questo Paese. Al riguardo, ho scritto un racconto, Famiglia fuori norma, pubblicato sullo Speciale Halloween 2012 della rivista online Horror drEaMagazine.

I bambini sono il target preferito dalla violenza. Sono malleabili, si fidano, in molti casi sono furbi, è vero, ma la loro furbizia è sincera ed è fin troppo facile piegarla. Ci vuole solo convinzione. È una cosa tremenda che, quando la loro fiducia sia al punto massimo (una fiducia pulita, bella, colma di speranza), gli adulti siano capaci di approfittarne per ottenere qualcosa che interessa solo al mondo degli adulti. Che stiano zitti, che stiano tranquilli, che facciano la nostra volontà, che non ci diano troppo disturbo, che non ci attirino la vergogna, che credano a ciò in cui crediamo noi, che non esprimano ciò che sono, che esprimano ciò che la società si aspetta da loro, che esprimano ciò che noi ci aspettiamo da loro ma che non è minimamente nelle loro corde… ce ne sarebbero di casi, ma non si finisce più. Credo che le degenerazioni più frequenti verso i deboli siano nei confronti dei bambini.

La verità è che, spesso, gli adulti sono degli orchi.

Mi rendo sempre più conto che tra le tematiche in cui sguazzo di più, c’è proprio quella dell’infanzia violata, abusata, spezzata. Ricorre praticamente in ogni cosa che ho scritto, a parte un paio di testi. Non vi preoccupate, non ho subito alcuno shock, quand’ero piccolo. Anzi, la mia infanzia è stata decisamente felice. Forse, la motivazione che mi spinge a puntare gli occhi così spesso su questi abusi è proprio la forte presenza in me di un mondo dell’infanzia ancora intatto, capace di conservare i connotati magici e unici che la caratterizzano (o dovrebbero caratterizzarla, stando agli studi di psicologia). Non si deve correre il rischio di pensare che chi scrive horror, lo fa perché ha vissuto chissà quali sciagure o traumi nell’infanzia (come talvolta chiedevano a Stephen King, cf. On Writing, cosa che lui ovviamente respingeva, non essendo assolutamente vera).

Già in Storia di Geshwa Olers si nota quest’attenzione. Il protagonista, Geshwa, è un ragazzo di sedici anni, è vero, quindi tra l’infanzia e la giovinezza, ma il suo cuore è ancora quello di un bambino; anzi, è stato tenuto come se fosse un bambino. Un sopruso bello e buono, come – in buona sostanza – tutto ciò cui andrà incontro. Molto significativa, secondo me (ma anche per la mia psicologa :-D), la scena in cui il ragazzino si perde nel bosco, incontra un orco che imita suo padre, fugge e viene soccorso da una donna che non è una vera donna, ma una fada, un essere che vuole ucciderlo. Freud avrebbe indubbiamente qualcosa da dire.

In Commento d’autore c’è la presenza di Laura, la bambina del protagonista Cesare Ombroso, che si rivela essere vittima (e non solo) di una famiglia non proprio ben riuscita. Il finale, a mio modo di vedere (e con il supporto di un bravo esorcista), lascia interdetti.

In Notte senza uscita, il protagonista Gianluca si trova costretto a riesumare Il Terrore dell’infanzia nel corso di un esperimento… particolare.

In Strega si assiste alle tremende conseguenze che pensieri e decisioni prese con eccessiva leggerezza da una madre fragile hanno su una figlia, diciamo così, innocente. Cosa mai potrebbe recriminare, in fin dei conti, la madre alla figlia?

Nella raccolta di racconti L’alieno nella mente vi sono diverse storie che focalizzano sui bambini. La Tana del Nero racconta, in fin dei conti, di bambini lasciati a se stessi. Chiamati a raccolta parla del peso che una ragazzina si ritrova a reggere sulle spalle dopo il disastro dello Tsunami giapponese. Lassù è meglio mostra in che modo un governo terrestre in forte decadenza possa manipolare la mente dei giovani.

Per finire, la storia horror che sto scrivendo in questo periodo è, forse, la cima raggiunta in questo tema, per quel che mi riguarda. La storia più dura, più abietta e difficile da scrivere. Qui i bambini si fanno cattivi, decidono di rispondere per le rime… a loro modo.

L’infanzia distrutta. L’infanzia derubata e sfruttata. L’infanzia mietuta, come a Newtown. Sembra sia sempre più difficile rendersi conto che nascere – in realtà – sia l’unica cosa capace di cambiare radicalmente il mondo, come mi è capitato di scrivere in questo post pubblicato sul blog de Il libro ritrovato.

Considerazioni di fine 2012

Ultimo mese dell’anno, oggi Immacolata Concezione, tempo di consuntivi e considerazioni finali da mettere sotto l’albero, che tradizionalmente si fa in questa giornata e che ci accompagna nell’anno nuovo, in quel gelido primo mese del 2013 che tutti speriamo essere migliore di questo. Vi avverto fin da ora:

post molto lungo

Ci sono molte cose da dire e spero che la mia riflessione possa essere di sprone a qualche aspirante scrittore o a qualche esordiente che ha già capito che per emergere bisogna faticare. Non mollate. Se credete che la scrittura sia la vostra forma d’espressione, tenete duro, perché è sul lungo periodo che si vede lo scrittore. Detto questo, iniziamo.

Il 2012, in generale. Si è trattato di un anno tremendo sotto molti punti di vista. Per tutta l’Italia perché la crisi ha morso come mai in precedenza. Credo che le tasche della gran parte degli Italiani si siano ritrovate vuote in molte occasioni e che spesso ci si sia lasciati andare a uno scoraggiamento molto rischioso. Unico sollievo al dramma è che, con ogni probabilità, buona parte di costoro non avranno nemmeno avuto il tempo di lasciarsi scoraggiare, dal momento che c’era da portare la pagnotta in tavola. C’è chi dice che la crisi sia anche l’occasione per riscoprire l’essenzialità del vivere parcamente; può essere vero, ma ci vuole molta buona volontà, il che non è per nulla scontato. C’è chi dice anche che la crisi sia tempo di nuove energie da mettere in campo, investendole spesso con uno slancio di fiducia nel frutto futuro che deve necessariamente passare attraverso la pazienza della semina e dell’attesa: qui mi ci ritrovo molto di più. Anche per me è stato tempo di semina. A iniziare da una generale riformulazione del mio approccio alla scrittura e delle mie motivazioni, ma di questo parlerò più avanti. Piuttosto, qui vorrei parlare del nuovo progetto che ho messo in piedi con Barbara Bernardi e Micaela Morini, amiche oltre che nuove colleghe. Chiamato Il libro ritrovato, il progetto non poteva che essere basato sui libri, sulla convinzione che essi possano aiutare le persone ad affrontare problemi, ritrovare il piacere delle giornate, riscoprire la bellezza che le circonda. Non dico di più, se volete andare a visitare la pagina Facebook, cliccate su “mi piace” e prendete nota delle nostre iniziative. Ormai siamo partiti e nessuno ci fermerà. Vediamo che piace, che le persone ne rimangono davvero coinvolte e che la strada sembra in salita, sì, ma spianata di fronte a noi. È l’occasione per rileggere i libri, per riscoprirli sotto un’ottica ancora diversa, per rendersi conto che un romanzo è una fonte pressoché inesauribile di nuovi piani di lettura. Partiremo in maniera del tutto ufficiale da gennaio 2013, ma questi sei mesi di organizzazione ci hanno parlato, dicendoci che le risorse personali e culturali ci sono, così come il desiderio delle persone di scoprire la lettura.

Da un punto di vista più personale, il 2012 è da dividere in due parti. Una prima, che arriva fino all’inizio dell’estate, piuttosto devastante. Quando c’è una malattia in famiglia – una di quelle malattie che come il nome di Voldemort non possono mai essere pronunciate – c’è anche l’occasione (spesso obbligata) di confrontarsi con i propri mostri, le proprie paure, e – chissà – di risolvere questioni sospese da molto tempo. Per me è stato così: ora è tutto passato, tutto risolto, ma ho avuto modo di rileggere i miei ultimi venticinque anni di vita come non avevo mai fatto in precedenza, risolvendo e sciogliendo molti nodi fondamentali, rilasciando nuove energie, scoprendo nuove forze, rileggendo molte dinamiche, reinventandomi in continuazione. Più o meno tutto di me ne ha subito l’influsso, ovviamente in bene (anche se in certe occasioni nulla è mai veramente ovvio, lo sa bene uno scrittore di horror), ma ci sono state anche delle conseguenze meno positive. Una su tutte, l’abbandono di cose che avevano sempre garantito un riparo ma che ho scoperto essere solo delle “scuse”. E allora, via le scuse, avanti a camminare sotto la pioggia, che è comunque meglio di starsene al sicuro incapaci di vedere la realtà per quella che è. Lo so, un discorso piuttosto criptico; credo, tuttavia, che non sia necessario dire molto di più, perché a volte anche un discorso fatto a livello generale è più che sufficiente per dare un’indicazione. Insomma, ragazzi, vivete la vita, fino in fondo. Non abbiate paura di uscire allo scoperto e di vivere sotto la pioggia, perché se non altro potrete farne fonte d’ispirazione per la vostra scrittura. Come? Non siete scrittori? Beh, in ogni caso diventerà fonte d’ispirazione del vostro futuro!

La scrittura in generale. Chiusa la fin troppo ampia parentesi personale, qualcuno di voi sarà magari più interessato a ciò che ho da dire riguardo la scrittura. Dicevo prima che il cambiamento vissuto nel corso dell’anno ha portato dei frutti anche in ambito narrativo. Ed è proprio così. La prima cosa di cui voglio rendervi partecipi è che, talvolta (ma forse più spesso di quanto ci si renda conto normalmente), la scrittura diventa un paravento. Se c’è un dato di fondo imprescindibile, questo è che per scrivere non bisogna aver paura di mettersi a nudo. Tutti interi si entra nella narrazione, tutta intera la narrazione di riguarda. Il che non vuol dire che sia autobiografia; solo che la narrazione è sincera se noi siamo sinceri con noi stessi. Ciò di cui mi sono reso conto nel corso di questa mia estate 2012 (nell’arco della quale la mia auto ha dato forfait, costringendomi a rimanere a casa, due mesi forzati di prigionia che, però, ha fruttato qualcosa sotto l’aspetto riflessivo), è che si corre il rischio di non vivere la scrittura come sincerità totale. Come rendersene conto? Molto semplice, in realtà: c’è uno scrittore – o più scrittori – che considerate un mito irraggiungibile ma al quale volete attingere in continuazione, al quale vi ispirate sempre e che rileggete in continuazione? Eccolo il primo grosso rischio, non troppo visibile ma grande a sufficienza per inciamparci. Quello scrittore diventerà il vostro paravento; vi immaginerete nel futuro con il suo stesso successo; vi organizzerete per raggiungere le sue mete; vi ci paragonerete, anche se con una modestia tutta esteriore. Vi metterete così tanto a confronto con lui, che troverete il modo di nascondervi nella sua ombra. Il che non vuol dire che non scriverete cose belle o che piacciono, ma solo che arrivati a un certo punto, il meccanismo si incepperà. Farete fatica a capirne il motivo, suderete le sette camicie per riuscire a farvi accettare da una casa editrice o da un agente letterario, e i professionisti dei piani alti vi diranno che il vostro scritto non li ha convinti fino in fondo. Il motivo sarà che… avrete tentato inconsciamente di trasformarvi in quello scrittore che tanto ammirate. Guardate, il problema è molto diffuso e molto poco ammesso: ci sono frotte di scrittori fantasy che non fanno altro che ripetere, senza accorgersene a sufficienza, le ormai abusate modalità narrative tolkieniane (o bradleyane, o kinghiane – anzi no, kinghiane di meno – o rowlinghiane), senza dire proprio nulla di nuovo e senza riuscire a convincere qualche editore che sia arrivato il momento di pubblicare qualcosa dei suoi numerosi manoscritti nel cassetto. Liberatevi, fate autocritica, cercate di capire se state imitando qualcuno. La cosa più difficile è capire chi si è veramente. Se farete questo sforzo fino in fondo (siate crudi – non crudeli – con voi stessi, siate sinceri, non nascondetevi nella riflessione inutile), scoprirete quali sono i vostri temi. Vedrete che alcuni di quelli che avete già usato vanno bene, sono proprio quelli che vi appartengono, ma che altri sono fittizi, non vi corrispondono. Anche il vostro stile diventerà più deciso, più asciutto, saprete dove puntare con decisione senza perdervi in esperimenti stravaganti. Credetemi: vi dico tutto questo perché l’ho sperimentato sulla mia pelle.

La scrittura nel particolare. Non posso che cominciare dal fantasy. Mai come quest’anno ho capito che il mio approccio al fantasy è del tutto particolare, molto più di quanto pensassi. Affonda nella vita, vuole essere rilettura della vita, nella rappresentazione della sua frammentarietà, della sua ricchezza, dei suoi inganni e delle sue vicissitudini spesso prive di logica. Ne è nato un Manifesto fantasy che qui accanto potete leggere nella sua forma blog (basta cliccare sul pulsante Manifesto Fantasy), ma che nei prossimi giorni sarà disponibile su Feedbooks in forma di pamphlet. Ciò che è più importante per me è che Storia di Geshwa Olers rappresenta ciò che io penso del fantasy, di come debba essere, di come debba funzionare. Storia di Geshwa Olers è il mio orizzonte fantastico, contiene in misura diversa (e, certo, con possibili variazioni) tutto ciò che la narrativa fantastica può contemplare: fiaba, favola, leggenda, mito, fantasy, horror, fantascienza, gotico, avventura, ricerca, riflessione, post-modernità, tutto confluisce in questo mio grande romanzo che considero il primo romanzo della mia carriera di scrittore (che spero ancora lunga…). La cosa più incredibile di tutte è che quando iniziai a scriverlo, nell’ormai lontano novembre del 1998, dentro me c’era già l’inconscia percezione che la sua struttura sarebbe stata particolarmente adatta alla rete. La prima volta che lo proposi al pubblico, lo feci tramite internet – forse primo caso del genere fantasy in Italia – e contribuendo alla diffusione dello sguardo mediterraneo sulla narrativa fantastica (il che, non lo si può negare, non è poco!). Questo romanzo riesce molto bene quando è online. La prima volta che pubblicai il primo volume trovai oltre seimila lettori. La seconda volta ne sto trovando altri tremila medi, con un ottimo successo e un crescente ritorno sia a livello di letture che di gratificazione. La nuova (e forse non definitiva) versione di Feedbooks arriverà entro fine anno a circa 10.000 download, con una prospettiva a fine saga di poter registrare ben 30.000 download. A quel punto, sarà il momento di un nuovo scalino da salire, e forse comprenderà di nuovo il cartaceo. Per questo, però, c’è tempo. Spero saprete pazientare. La prima parte di Storia di Geshwa Olers è conclusa ed è acquistabile anche su Amazon come unico ebook. La seconda parte è molto diversa, e contiene il vero cuore della vicenda, sotto tutti gli aspetti. In modo particolare sarà il terzo volume a dare un senso al tutto, ma anche una nuova chiave di lettura che in realtà lascerà ogni gioco aperto. Scoprirete in che modo. Contavo di riuscire a rendere disponibile il quinto volume, I ghiacci di Passo Ceti, tra una settimana; purtroppo non sarà così, ma dovrò aspettare la seconda metà di gennaio 2013 a causa della mia nuova consapevolezza verso la scrittura e dei molti impegni che mi sono assunto in questi ultimi tempi (uno è Il libro ritrovato, gli altri li scoprirete dopo). Il sesto volume, La guerra dei Gelehor, uscirà verso metà anno, immagino in estate, e l’ultimo, Il sole sulle bianche torri, chissà… È l’unico ancora da completare, ma conto di presentarlo per dicembre 2013. Al massimo arriveremo a inizio 2014.

L’horror è stato l’altro grande genere che ho praticato quest’anno. Nell’arco di questi dodici mesi ho riempito due faldoni di manoscritti di racconti e romanzi. Quest’anno di crisi mi ha portato (paradossalmente) a scrivere molto più che in altri periodi. La serie Le sette case ha iniziato il suo cammino con la Editrice GDS, che dopo i primi due volumi ha deciso di modificare l’uscita del tutto. Questa è una notizia di qualche giorno fa, ma la do come se fosse un’anteprima: i sette volumi usciranno singolarmente in formato digitale presso tutti gli ebook store d’Italia, mentre nel corso del 2013 arriverà il volume cartaceo che li raccoglierà tutti. La copertina è affidata a un illustratore che stimo molto. I racconti (gli ultimi tre dei quali in fase di stesura) non sono etichettabili del tutto come horror, ma si passa dal thriller psicologico alla fantascienza, dal dark-fantasy (a modo mio) all’horror più cruento. Insomma, sarà un’esperienza variegata e, spero, pienamente godibile. Questi i titoli dei sette volumi: La porta sbagliata, Ps: I love you, Verso la soglia, Il lupo nel cielo, Canta che ti passa, Il diavolo di Tourette e Intervista. Il primo volume ha già ricevuto recensioni favorevoli, ma anche porte in faccia da parte di siti horror piuttosto snob (d’altronde, siamo in Italia). In entrambi i casi sentitamente ringrazio. Una recensione in particolare mi rende orgoglioso, perché è stata capace di cogliere tutte le sfumature che ho voluto inserire nel romanzo: questa del sito Horror.it.

Un’altra cosa horror che sto scrivendo adesso è, invece, per un concorso Fazi. È la prima volta che mi ci provo dopo molti anni. Mi ha colpito in modo particolare la tematica da seguire, che è proprio quella che sto sviluppando ultimamente in ambito horror. Il mio scritto è piuttosto duro, crudo e fastidioso. Non posso tuttavia esimermi dal metterlo nero su bianco. Non posso rivelare molto, se non che si muove nell’ambiente scolastico.

C’è anche un altro romanzo, al momento intitolato Tu sarai l’inizio, la cui stesura prosegue ormai da tre anni. È per me molto importante, lo si potrebbe incasellare nel filone apocalittico, non fosse che gli incasellamenti mi stanno molto stretti. Contavo di finirlo quest’anno, ma le mie giornate durano purtroppo solo ventiquattro ore.

In giro per il web, infine, ci sono altri racconti: Notte senza uscita, un racconto drammatico ambientato a Verulengo e pubblicato per i tipi di MilanoNera a inizio anno. Fatica a ritagliarsi un suo percorso tra i lettori, ma lo ritengo uno dei racconti più belli che abbia mai scritto, quindi forse vale la pena leggerlo. Ora lo trovate anche in un pacchetto promozionale della casa editrice, che comprende anche altri nove racconti di scrittori quali Stefano Di Marino, Barbara Baraldi e Paolo Roversi. Dire che la cosa mi rende orgoglioso è dir poco!

Poi c’è Famiglia fuori norma, pubblicato per gioco nello Speciale Halloween 2012 della rivista Horror drEaMagazine, edita da Il foglio letterario. È un omaggio divertito (ma non troppo) a un classico cinematografico del passato. Scopritelo da soli a questo indirizzo.

L’esperimento Amazon. Iniziato quest’anno con L’alieno nella mente, raccolta di racconti variamente fantastici, mediamente apprezzati, l’esperimento di autoproduzione tramite la piattaforma Kindle Direct Publishing è continuato con la pubblicazione di Strega, un racconto sullo strano rapporto tra madre e figlia, con la riproposizione di La ragazza della tempesta, il mio romance pubblicato inizialmente con Edizioni Domino, e con l’ebook consuntivo della prima parte di Storia di Geshwa Olers. Le vendite maggiori sono andate al romance, confermando la tendenza che a leggere di più sono le donne, seguito da L’alieno nella mente. A molta distanza gli altri. In ogni caso si tratta di una quantità davvero bassa, di poco supera le quaranta copie. Confrontando il dato con la percentuale del formato kindle di Storia di Geshwa Olers scaricato da Feedbooks, posso dire che il Kindle è molto poco usato. Siamo attorno al 5%-10% del totale. Insomma, mi viene da pensare che se ci fosse un’altra piattaforma, magari italiana, che permettesse di pubblicare gli ebook gratuitamente come Amazon e di metterli in vendita a prezzi bassi, forse avrei venduto dieci volte tanto. L’altra piattaforma che conosco per pubblicare gli ebook e metterli in vendita è Simplicissimus, ma mi pare di aver capito che si debba pagare, il che mi porta a escluderla fin dall’inizio.

La politica. Che c’entra la politica, direte voi. In effetti non molto, o forse tutto c’entra. La crisi deve spingere a prendere delle posizioni, non si può continuare a lamentarsi senza sporcarsi le mani. Nel mio caso, sporcarmi le mani ha significato smarcarmi da un centrodestra che ho sempre votato e che si è dimostrato quasi del tutto incapace di avere un pensiero costruttivo per l’Italia, spingendomi alla ricerca della novità e di quel passo avanti che sembra tanto ovvio guardando agli altri Paesi, ma che lo appare un po’ di meno guardando alla nostra difficile situazione. Sporcarmi le mani per me è diventato votare il Movimento 5 Stelle nel mio Comune, sebbene nel corso dell’anno sia rimasto non poco sconvolto da certe dichiarazioni razziste e xenofobe di Grillo. È diventato iscrivermi per la prima volta alle Primarie del Centrosinistra e votare Renzi, nella speranza che si affacciasse una sinistra alternativa a quella del passato (che purtroppo, però, è tornata a vincere, confermando la mia idea che l’Italia sia anziana nella mente e spesso fascista nei fatti). In entrambi i casi, ne esco meno convinto di prima, ma staremo a vedere che succederà, soprattutto ora che il joker (come l’ha chiamato il Daily Beast – The joker is back) sembra essere tornato in campo.

Propositi per il nuovo anno. Infine, dichiaro già ora i miei propositi per il nuovo anno. Alla fine scoprirò quanti sarò riuscito a portarne davvero a casa.

– Completare la pubblicazione online di Storia di Geshwa Olers

– Completare la pubblicazione con Editrice GDS di Le sette case

– Completare la stesura di Tu sarai l’inizio

– Trovare un agente letterario o una casa editrice di prima grandezza

– Far girare a mille il motore di Il libro ritrovato

– Andare a vivere finalmente per i fattacci miei

– Trovare l’amore. Ma questa è un’altra storia.