Numeri di fine mese

Eccoci a un nuovo aggiornamento circa i numeri relativi al download di Storia di Geshwa Olers.

Totali: 6040.

Il viaggio nel Masso Verde: 2151. Scaricabile da qui: http://it.feedbooks.com/userbook/22293/il-viaggio-nel-masso-verde

La faida dei Logontras: 1002. Scaricabile da qui: http://it.feedbooks.com/userbook/23070/la-faida-dei-logontras

Il cammino di un Mago: 1607. Scaricabile da qui: http://it.feedbooks.com/userbook/24396/il-cammino-di-un-mago

La battaglia di Passo Keleb: 636. Scaricabile da qui: http://it.feedbooks.com/userbook/27445/la-battaglia-di-passo-keleb

Appendici tomo I: 644. Scaricabile da qui: http://it.feedbooks.com/userbook/27328/storia-di-geshwa-olers-appendici-tomo-i

Numeri in continuo aumento, anche se in quest’ultima settimana c’è stata una leggera flessione. Comunque parliamo sempre di un migliaio di download al mese, se non di più. Potrei anche darvi il numero relativo alle vendite su Amazon dell’intera prima parte come unico ebook (se volete comprarlo, questo è il link), ma è del tutto risibile, segno di quanto si faccia fatica a vendere pur se a prezzo basso e di quanto poco letto sia ancora il formato Kindle (su FeedBooks siamo a una media del 7,8%, segno che la stragrande maggioranza dei lettori in digitale preferisce il consueto e più utilizzabile formato ePub.

Fantasy for Aid

Ricevo da Fabio Larcher (titolare in passato di una piccola casa editrice di qualità, la Larcher Editore, ora alla sua seconda esperienza con la EdizioniPerSempre) e pubblico molto volentieri. Si tratta di una causa davvero buona.

FANTASY FOR AID è un progetto “social” di Edizioni PerSempre. A partire da settembre 2012 coloro che acquisteranno online direttamente dal sito della casa editrice http://www.edizionipersempre.it/ i libri Edizioni PerSempre, permetteranno all’editore di devolvere il 10% del prezzo di copertina a iniziative di carattere benefico. La prima campagna sociale a cui il progetto FANTASY FOR AID contribuirà, sarà la raccolta fondi per i terremotati del Comune di Mirandola (MO), epicentro del tragico sisma che nell’estate di quest’anno ha lasciato molti mirandolesi senza un tetto sicuro sopra la testa.

A tale scopo Edizioni PerSempre ha prodotto anche un libro “dedicato”, il fantasy per ragazzi di Monica Caleffi, IL SEGRETO DI ULISSE (pagine 144, € 5,00), ambientato tra Mirandola, la Grecia e i resti della Magna Grecia italica e nel quale compare (Capitolo 22) in qualità di personaggio anche lo scrittore Valerio Massimo Manfredi. A dimostrazione della serietà del progetto FANTASY FOR AID Edizioni PerSempre ha realizzato una pagina facebook (www.facebook.com/FantasyforAID) che darà conto, mese per mese dell’andamento del progetto, pubblicando gli esiti dei bonifici bancari devolti ai beneficiari della campagna. Gli importi dei bonifici (piccoli o grandi) dipenderanno dalla generosità del pubblico. Abbiamo detto: “Dalla generosità…”. Ma è nostra ferma convinzione che il successo del progetto dipenderà anche dal giusto e razionale “egoismo” del pubblico. Infatti, in tempi di crisi prolungata e di fatica economica come quello che stiamo attraversando, la via più sensata è proprio dirigersi verso un modello sociale più solidale. In fin dei conti far del bene al prossimo, potrebbe essere la miglior maniera di fare del bene a se stessi. Non credete?

Personalmente ritengo che l’iniziativa sia ottima e affidata a buone mani. Inoltre, nel listino di Edizioni PerSempre ci sono dei gioielli. Mi limito a indicarvene giusto uno, scritto dall’iniziatore del fantasy in Italia e ripubblicato da Larcher: Balthis l’avventuriera di Gianluigi Zuddas.

Discorso indiretto libero

Prendo spunto da P. P. Pasolini, Empirismo eretico, per schizzare alcune note circa il discorso indiretto libero.

1) C’è un modo infinitivale, incoativo ed epico.

Mangiare male, dormire poco e ridere quando non se ne può fare a meno; poi piangere nel tempo che rimane: questo è il destino che attende ogni quarantenne, quando è sul punto di entrare nella sua seconda vita.

È un infinito che sottolinea le azioni ripetute da un gruppo o da una persona, nelle quali gruppi interi o molti singoli (composti da lettori) possono riconoscersi. Pasolini riportava un esempio da Lorenzo Da Ponte, Don Giovanni:

Notte e giorno faticar per chi nulla sa gradir, piova e vento sopportar, mangiar mal e mal dormir…

2) Poi c’è l’imperfetto.

È tipico del narratore che voglia rendersi narrante attraverso il suo personaggio, rievocandone condizioni e situazioni, per ricreare un mondo nel quale il lettore conosce il narratore attraverso la voce del personaggio. C’è una certa distanza tra il lettore e il narratore, perché in mezzo si trova il personaggio. Ma il narrato risulta anche più arieggiato.

E continuava a camminare sempre sullo stesso percorso, perché pensava che così avrebbe scoperto, prima o poi, cosa non gli permetteva di essere se stesso. C’era una luce in quella strada che di notte brillava come di giorno, una luce differente da tutte le altre, e forse era proprio questa atmosfera eterna a far sì che egli fosse assente. Carlo non viveva mai nello stesso tempo dei presenti.

Una forma utilizzata molto fino a qualche tempo fa e ancora oggi, soprattutto dagli scrittori considerati “letterari”. Oggi si preferisce una terza forma.

3) Il passato remoto.

Il passato remoto, invece, accorcia del tutto le distanze, diventa espressivo e rende espressiva la narrazione, e il narratore è tutto nel personaggio. Il narratore È il personaggio e il lettore conoscerà tutto attraverso i suoi occhi.

4) In generale ci si può porre una domanda: che rapporto c’è tra il narratore e il personaggio, quale il grado di immedesimazione? Il narratore ne condivide solo i pensieri, o anche le parole?

Fateci caso: molto spesso i personaggi parlano tutti lo stesso linguaggio del narratore. La qual cosa potrebbe andar bene se vi fosse un narratore conclamato all’interno del romanzo. In questo caso il narratore risulterebbe comunque come uno che esprime un giudizio di base sui personaggi di cui racconta, perché ogni personaggio ha la sua cultura, la sua estrazione sociale, le sue esperienze, la sua lingua. Il che vuol dire che ogni personaggio parlerà in modo diverso: se il narratore riporta i suoi dialoghi o i suoi pensieri adattandoli al suo proprio modo, sta esprimendo un giudizio sul personaggio, consistente nel fatto che sente il bisogno di variare il suo linguaggio per adattarlo a quello suo proprio. Il che potrebbe andar bene, ma non sempre. Ma se il narratore scompare e le azioni e la storia si sviluppano solo attraverso le azioni dei protagonisti, come accade quasi sempre al giorno d’oggi, ogni personaggio dovrà avere la sua lingua, le sue parole, i suoi modi di dire, legati soprattutto all’estrazione sociale cui appartiene. In caso contrario si commette un errore molto grave, e il primo risultato per il lettore sarà che egli non riuscirà a immedesimarsi fino in fondo nella storia. Oltre a essere un errore narrativo, è anche un giudizio – forse il più pesante – che può essere dato sui propri personaggi: pari a quello che un dio cattivo può infliggere alle sue povere creature.

Ci sono due livelli di immedesimazione: nei pensieri e nelle parole. Già è qualcosa che il personaggio pensi a suo modo, ma se poi parla in modo differente, non adeguato, il gioco della sospensione dell’incredulità (su cui si basa tutta la scrittura) salta subito. Perché l’immedesimazione vada a segno deve operare anche a livello di parole. È una cosa risaputa fin dai tempi di Dante.

Ricordatevi: ogni personaggio parla la sua lingua. È forse uno degli aspetti più difficili della scrittura. D’altronde, qui si vede il bravo scrittore.

Fantasy e regionalismi / 2

Continuo con le mie riflessioni sull’uso dei regionalismi nella narrativa fantastica, o nella narrativa tout court. Riporto qui alcuni commenti al post precedente.

Parte della responsabilità di un appiattimento lessicale delle narrazioni è degli autori. Come ho già detto altre volte, non c’è sufficiente consapevolezza degli strumenti a propria disposizione per tentare qualcosa di più coraggioso, anche dal punto di vista terminologico. Non solo parole che ormai stanno cadendo in disuso, ma lemmi che hanno un sapore prettamente particolare, locale, e che in quanto tali possono conferire un colore e un sapore unici alla storia.

Uno scrittore è il primo attore della propria scrittura. Tutto ciò che fa è importante per se stesso e per il mercato. Se un autore guarda al mercato, purtroppo non c’è qualità che tenga, perché sarà sempre dettata dalle esigenze di mercato. Detto molto sinceramente, io non ho mai pensato alla scrittura in questa prospettiva. Fatico perfino a chiamare scrittore chi preferisce appiattire il proprio stile e la propria voce al mercato (e a farlo sono in molti, ahimè).
Forse la domanda da porsi sarebbe: esiste scrittura – scrittura valida e che lasci il segno – senza pubblicazione tradizionale? Io sono convinto di sì. Chi si sottopone totalmente al mercato preferendo non esporsi, evidentemente la pensa in modo diverso. Non sto dicendo che non lo si debba fare mai, ma, per capirci, è come produrre mobili. C’è il mobile dell’Ikea, che vende tanto ma la cui qualità risiede nella ripetizione appetibile, e poi c’è il mobile artigianale, magari pezzo unico o prodotto in poche copie, ambito nel quale in Italia si eccelle. Dove sta la qualità? Io non ho dubbi. Certo è che se l’intenzione del produttore è quella di sfondare il mercato o di vendere molti pezzi, difficile sarà farlo con un mobile d’arte; più facile con lo stile Ikea.
Un autore che si adatta per non correre rischi, semplicemente non è un autore. È qualcosa d’altro, per esempio un compilatore. La prima cosa che uno scrittore deve fare è combattere contro l’appiattimento culturale e lessicale, ma anche qui, se il principale obiettivo è quello di vendere… si entra in un conflitto d’interessi dal quale la qualità ne uscirà troppo spesso calpestata.

Un’ultima riflessione, che aggiungo qui: una delle conseguenze dello scrivere sull’onda dei successi esteri è di non poter lasciar correre liberamente l’originalità italiana, ovunque essa risieda. Se si vuole fare successo approfittando dell’ondata di successo di certi generi o tematiche (vedi, attualmente, le sirene), bisognerà perdere ogni caratteristica nostrana per abbracciare il format che rende altamente vendibile il prodotto. Dio mi scampi dall’appiattimento sull’onda del successo!

Fantasy e regionalismi

Ricordo che prima che uscisse Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde per i tipi di L’Età dell’Acquario, dovetti insistere non poco con l’editor affinché venisse conservato nel testo la parola vajo. Il vajo è un canale più o meno stretto tra due pareti di roccia, tipico della zona della Lessinia, il luogo in cui ho ambientato la parte iniziale del mio romanzo fantasy. Le motivazioni per le quali il termine non poteva essere utilizzato erano che “nel vocabolario la parola non esiste, e se non esiste lì, vuol dire che non è italiano”.

Vero, vajo non è una parola italiana. Probabilmente è tipica solo del dialetto veronese, ma contraddistingue una forma geologica ben precisa delle nostre montagne, e in quanto tale, è utilizzata su cartine e mappe stradali. Ma ciò che più mi interessa mettere in luce, è che anche altre parole del romanzo erano tipicamente veronesi e che perciò avrebbero dovuto ricevere lo stesso trattamento. Fada, per dirne una. E invece “fada” rimase fada. Anche “vajo” rimase vajo, ma per l’appunto, dovetti insistere. La “fada”, d’altronde, è un’entità del folklore locale e in quanto tale, non abbisognava di una trasformazione a una corrispondente forma italiana od ovunque riconosciuta.

La questione è proprio questa: nemmeno il vajo ha un corrispettivo in altri dialetti, e il mio intento, utilizzandolo nel romanzo, era quello di ricreare un paesaggio che può esserci solo lì nel Masso Verde, alias Lessinia, un luogo in cui si possono incontrare creature altrettanto tipiche quali fade, anguane e orchi. Non è difficile comprendere come la questione sia prettamente culturale. Una narrativa fantastica deve attenersi – esattamente come tutti gli altri generi – a un italiano standard che ci hanno insegnato a scuola e che ormai si è talmente impoverito, da contare chissà quante poche centinaia di parole. Il motivo per il quale la narrativa fantastica debba attenersi a simile italiano, è perché viene letta soprattutto da ragazzi. Dev’essere semplice.

Questo è uno dei grandi drammi della narrativa fantastica nazionale. Il fantasy è un genere per i piccoli e per i ragazzi. Al massimo per gli young adults, definizione che personalmente odio. Perciò deve usare un linguaggio facile, spalmato su un livello di conoscenza lessicale davvero povero.

Marketing. Nient’altro che questo. E buona parte degli scrittori vi si attiene, ovviamente.

Il mio punto di vista è differente. Il fantasy parla della vita, della realtà, sebbene dal punto di vista di chi è capace di scorgere la magia del mondo e i rapporti di potere che questa può instaurare o distruggere, ma a parte questo aspetto specifico del genere, il fantasy è prima di tutto narrazione, linguaggio, sensi primari attraverso i quali tirare il lettore dentro la storia. Dev’essere possibile utilizzare tutti i mezzi. Da quando in qua nella letteratura cosiddetta mainstream non è possibile utilizzare dialetti o regionalismi? È possibile, beninteso. Ci sono fior fiore di scrittori che li usano, e non mi riferisco solo a scrittori che scrivono prevalentemente con formule linguistiche affini al dialetto, come Camilleri. E allora, per quale sacrosanto motivo non sarebbe possibile utilizzare i regionalismi e il dialetto anche nella narrativa fantastica, di più, nel fantasy?

Da che mondo è mondo, il dialetto è la lingua del cuore, soprattutto in Italia. Lo scopo è quello di scrivere un prodotto vendibile ovunque all’estero, di creare il possibile bestseller? Si scriva con la testa, d’accordo, e non si utilizzi il dialetto. Che la lingua rimanga pura e che con “pura” si intenda “povera”. Per quel che mi concerne, il fantasy dovrebbe appropriarsi di quanti più regionalismi e termini dialettali sia possibile. Se vuole narrare la vita e non diventare il genere più snob che ci sia (con quel suo creare mondi totalmente avulsi dal nostro, consolatori e paradisi per lettori in fuga), il fantasy DEVE diventare capace di far proprie le particolarità e le eccezionalità della propria cultura, con tutta la ricchezza che offre.

Se non lo facciamo in Italia, in quale altro Paese lo si potrebbe fare?

Tre novità su Geshwa Olers

Prima di pubblicare (forse domani?) un post sull’uso dei regionalismi nella narrativa fantastica, do alcune notizie relative a Storia di Geshwa Olers.

1) Ho aperto un gruppo dedicato a S. di Ges Olers su aNobii. Invito tutti a iscriversi, così da poter concentrare sempre di più i miei aggiornamenti in quel sito direttamente nel gruppo, e non infestare gli altri gruppi con le mie info. L’indirizzo è: http://www.anobii.com/groups/01edb80e143d79ead6/ e l’iscrizione è gratuita.

2) Ho messo in vendita su Amazon Storia di Geshwa Olers – prima parte, comprendente in un unico ebook i primi quattro volumi. Chissà mai ci fosse qualcuno che non vuole avere quattro ebook differenti. Lo trovate qui: http://www.amazon.it/Storia-Geshwa-Olers-prima-ebook/dp/B00995GEOI/ref=pd_rhf_gw_p_t_1, è già entrato in classifica e la copertina è di Fabio Porfidia. Costa 1 euro.

3) Il numero totale di ebook scaricati gratuitamente è ormai arrivato a 5600.

4) Il quinto volume, I ghiacci di Passo Ceti, uscirà a metà dicembre. Preparatevi, perché con questo volume inizia il trittico di volumi scritti dalla triade.

A domani, con i regionalismi nel fantasy.

Di ritorno da Castellanza

Quando si passa una bella giornata, non c’è bisogno di molte parole. Purtroppo la mia permanenza in quel di Castellanza, per il Festival Tolkieniana Net è stata molto breve, solo dall’una alle sette, complice la mia stanchezza, ma seppur breve, molto piacevole. Ho rivisto con gioia Gianluca Comastri (d’ora in poi lo chiamerò “memoria di ferro”), Fabio Porfidia e Paolo Gulisano. Ho conosciuto davvero con molto piacere Edoardo Volpi Kellermann, organizzatore assieme a Gianluca dell’evento. Insieme sono riusciti a creare una prima edizione di questo festival con la magica atmosfera della Terra di Mezzo. Ed è sempre rinfrancante partecipare di quell’atmosfera. Il festival si è riempito in entrambi i giorni. Quando sono andato via, c’era la musica celtica a farla da padrona e il giardino della Villa davvero pieno di gente. Ok, promesso, la prossima volta andrò lì per lo meno fin dall’alba.

Infine, una piccola nota, che per me è significativa. L’editore Fabio Larcher, non so nemmeno io esattamente per quale motivo, mi aveva sempre ispirato rispetto quando non lo conoscevo. Mi dispiacque molto quando venni a sapere che aveva dovuto chiudere la casa editrice. Ieri l’ho conosciuto di persona, e con una nuova casa editrice, Edizioni Per Sempre, che – per esempio – ha ripubblicato il mitico Zuddas. Perciò non perdetelo d’occhio! Personalmente non lo farò. Il personaggio (perché di personaggio si tratta) mi è sembrato un incrocio tra un elfo e un folletto, una persona simpatica e affine a pelle. Abbiamo scherzato sulla mia fama di rompiballe della rete e conto di poterlo fare nuovamente in un vicino futuro.

La tavola rotonda, poi, è stata molto interessante, anche se breve a confronto delle moltissime cose che ci sarebbero state da dire. Inutile sottolineare come a ogni intervento dei partecipanti (oltre al sottoscritto, c’erano Gulisano, Morganti, Testi, Nejrotti, Marta Leandra Mandelli e Ladavas), gli spunti si moltiplicassero, fornendo materiale per altre sei tavole rotonde. Centrata sull’interrogativo “Tolkien uomo anti-moderno o moderno in senso differente”, è stata occasione per scoprire quanto lo scrittore fosse comunque persona anticonvenzionale, del tutto slegata dalle logiche contingenti, in una libertà che gli permetteva di prendere posizioni non banali di fronte alla difficile realtà che si trovò a vivere a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. La sua complessa figura emerge nella ricchezza di argomenti, di piani di lettura e di varietà narrativa della sua grande e immortale opera. Per quanto mi riguarda, ho tentato di mettere in luce come i suoi libri siano in grado di offrire un nuovo e mai esaurito orizzonte di senso all’uomo disgregato della post-modernità, in continua ricerca di un nuovo modo di ricomporsi. Argomento da approfondire ulteriormente, senza dubbio. Confido nel fatto che ci sarà l’occasione.

Questo è quanto. Una bella mezza giornata ritemprante, prima di tornare al lavoro.

Il 9 settembre, Castellanza Tolkieniana

Il 9 settembre avrò il piacere di partecipare, dopo anni di interruzione, a un evento di matrice tolkieniana. Si tratta di Castellanza Tolkieniana Net, organizzato dall’associazione Tolkieniana.net, nelle persone di Gianluca Comastri, Giulia Hensemberger, Alberto Ladavas ed Edoardo Volpi Kellermann. Il luogo della manifestazione è già di per sé una fonte di ispirazione per tutti coloro che vorranno vivere nell’atmosfera di un’epoca che non c’è più, con uno sguardo all’oggi e a chi ha bisogno: Villa Pomini, infatti, farà da quadro per mostre, presentazioni e conferenze, con ospiti di grande importanza quali Barbara Baraldi, Paolo Gulisano e Adolfo Morganti, senza dimenticarsi di chi ha subito di recente il devastante terremoto.

Per la prima volta dopo parecchio tempo, torno a partecipare attivamente a una conferenza. Si tratterà di una tavola rotonda sui valori dell’immaginario tolkieniano, con l’interrogativo: anti-modernità o nuova modernità? Un argomento importante, cui potrò portare il mio piccolo contributo grazie all’invito di Gianluca. Nella medesima giornata di domenica, avrò il piacere di presentare l’esperienza online di Storia di Geshwa Olers gratuito, l’occasione per parlare anche di come nasce una saga fantasy e di come può editorialmente sopravvivere grazie al web.

Perciò ecco gli orari:

– Tavola rotonda: “I valori dell’immaginario tolkieniano: anti-modernità o nuova modernità?” presso l’auditorium della Villa, ore 16.15;

– Incontro con gli autori: Fabrizio Valenza, presso le sale interne della Villa, ore 17.45.

Spero sarete numerosi. Vi aspetto. Per me sarà certamente l’occasione per conoscere di persona scrittori incontrati da tempo sul web e per ritrovare vecchi amici (come il disegnatore Fabio Porfidia, che terrà una propria mostra all’interno della manifestazione), e mangiare, bere e fumare in loro compagnia, come da migliore tradizione.

A domenica 9 settembre, dunque!

Il blog è morto, viva il blog!

Mi sono fatto un giro al K.lit di Thiene, svoltosi il 7 e l’8 luglio, primo grande evento a livello europeo dedicato totalmente (o quasi) al blog letterario. Molte le proposte, valida offerta per chi voleva riflettere sullo stato delle cose in Italia relativamente al web 2.0 e alle sue connessioni con la letteratura.

Mi ha colpito scoprire che, detto con estrema sintesi, il blog vecchia maniera è una forma d’utilizzo della rete ormai morta, soppiantato com’è dal web 2.0 e… dalle guerre di blog. Confusi? Cerco di spiegarmi meglio.

Dalle tavole rotonde cui ho assistito, è risultato come sia necessaria una destrutturazione della scrittura narrativa per come l’abbiamo conosciuta fino a oggi attraverso i mezzi classici, con lo scopo di renderla un conglomerato di azioni, reazioni e riflessioni maggiormente malleabile alla volontà del lettore. Il lettore è il vero protagonista della nuova rivoluzione informatica. Si deve ancora compiere a livello di internet ciò che è già avvenuto in altri ambiti, quali il teatro, il cinema e la letteratura cartacea. I blog letterari oscillano ancora tra una mera riproposizione in chiave digitale di un mondo letterario già esistente fuori rete e un mero sperimentalismo che svuota le narrazioni di contenuto. Devono ancora trovare la vocazione specifica che tenga conto del mezzo tecnologico con cui si esprimono. Un problema riguardante non solo i blog, ma anche gli “ebook”.

L’impressione generale è che nel web si debbano ancora prendere bene le misure tra blog, recensioni e dibattiti, e che il blog letterario sia a uno sviluppo ancora solo iniziale, suscettibile di un approfondimento notevole. La definizione blog letterario unisce negli intenti ciò che nei fatti è ancora diviso.

Questo si è percepito molto bene anche in varie tavole rotonde. O si è posto l’accento sul medium, sulla nuova tecnologia in grado di stravolgere la modalità narrativa tipica della carta stampata e dell’oggetto libro, nei confronti del quale è stata più volte rivendicata l’alterità, o si è messo in luce soprattutto l’aspetto letterario, trasformando un dibattito attraversato dalla possibilità di una novità in una normale e non indispensabile tavola rotonda come tante altre, perfettamente (o forse meglio) inseribile in una rassegna letteraria che nulla avesse a che fare con il web 2.0. Anche quando si sono chiamati in causa fenomeni tipici del web di nuova generazione, quali la struttura di post + commenti, o il fenomeno ormai molto diffuso grazie ad aNobii, GoodReads etc. della recensione da parte di utenti, i giudizi sono sempre stati tranchant, segnando una difficoltà da parte delle figure editoriali sia di nuovo che di vecchio stampo, blogger, agenti letterari, editor e consulenti editoriali che fossero. Trovare una mediazione che non faccia più riferimento al concetto di autorità tra chi viene comunque percepito come una figura di tipo autorevole (lo scrittore o il blogger di lungo corso) e chi recensisce il libro dello scrittore o commenta i post del blogger è impresa ancora ardua.

Il vero polso della situazione è arrivato dagli interventi di blogger ormai affermati, di direttori o collaboratori di siti letterari che ormai sono istituzione. Emerge un mondo di blog che in Italia ha già perfino conosciuto un declino. Il momento d’oro del blog italiano è passato, ma se ne sta affermando un altro, quello del blog letterario, per l’appunto.

Bisogna mettere sul piatto alcune considerazioni, senza le quali non credo sia possibile alcuna ulteriore riflessione sull’eventuale sviluppo di questo nuovo ambiente web. Il lit blog è cresciuto per importanza soprattutto grazie all’influsso del web 2.0 e dei social networks. Tutti i maggiori blog letterari sono creati grazie all’apporto di molti blogger, che confluiscono in entità tra loro differenziate. Il filosofo Empedocle diceva che il simile conosce il simile. Io aggiungo che, inoltre, il simile cerca il simile. In internet sono sorti veri poli letterari, accentratori di pensieri e teorie, di azioni culturali e talvolta ideologiche, che inevitabilmente hanno finito per contrapporsi, cercando di demolirsi a vicenda e di egemonizzare il mercato culturale del web.

Occorre concettualizzare la storia del blog e osservarne lo sviluppo nel tempo. Soprattutto, scoprirne la missione specifica. Credo la si possa trovare nel rapporto speciale che questi possono istituire con i loro fruitori. Anche in questo caso si tratta di creare un rapporto diretto tra autori e lettori già esistente altrove, e da parecchio tempo. A dire il vero, fin dalla nascita del romanzo moderno.

Quale sarà, quindi, lo sviluppo dei blog letterari nel nostro Paese? Ci si rende davvero conto delle possibilità che la rete e la tecnologia stanno offrendo? La mia impressione è che la risposta sia no. Servono studio, analisi e concettualizzazione. Solo allora si potrà scoprire in quale direzione sia più utile muoversi, se si vorrà incidere sulla cultura di un Paese come il nostro che ne ha sempre più urgente bisogno.

Manifesto fantasy – approfondimento quarto

Ancora un ripescaggio dal Manifesto fantasy di partenza, riguardante il fantasy come abito da indossare:

Il fantasy è un abito, che obbliga il lettore a vedere la realtà in un modo differente da come la vedrebbe altrimenti, fornendo degli elementi cui di solito non presterebbe attenzione.

E ancora:

Il fantasy narra di relazioni basate sulla magia, sull’aspetto fantastico della vita che normalmente gli altri generi non raccontano. Per questo motivo sono arrivato a dire che il fantasy non è altro che un abito da indossare. A seconda del modo in cui mi presento in pubblico, obbligo la gente a comportarsi con me in un modo differente al cambio d’abito. Se vado in giacca e cravatta in mezzo a un’assemblea, di certo otterrò un effetto differente dal presentarmi in mutande.

Il vocabolario assegna al termine “abito” diversi significati. Ecco quelli che più mi sono utili per spiegare cos’ho in mente:

– foggia, modo di vestire, spec. come segno distintivo di una condizione;
– veste religiosa;
– abitudine, disposizione naturale o acquisita;
– complesso delle caratteristiche anatomiche e funzionali di un organismo.

Il fantasy è un abito nei confronti di chi lo scrive e di chi lo legge grazie alla sua capacità di portare all’attenzione ciò che normalmente non è nella condizione di mostrarsi. Cos’altro, se non i molteplici e insondati significati dei simboli, di cui il linguaggio fantastico è pregno? Il simbolo dà a pensare, diceva il filosofo Ricoeur, ma oltre a fornire materia di riflessione, il simbolo richiede una carne, che gli venga assegnata una volte per tutte alla singola lettura, operazione che di solito viene effettuata dal lettore (per questo motivo colui che completa l’opera dell’autore). Fino a quando il simbolo non viene interpretato, rimane un buco nero del linguaggio, che rischia di inghiottire perfino il senso dell’intero scritto. Se i lettori di oggi non perdessero la capacità di interpretare – come, invece, sta avvenendo – non si correrebbe il rischio di smarrire per sempre la ricchezza del linguaggio figurato. Se la narrativa fantastica suscita oggi derisione (soprattutto in Italia), è perché l’Italiano medio, ammesso che esista, ha perduto la capacità di interpretare, di giostrarsi tra i simboli, di riconoscere l’abito altrui come segno distintivo di una condizione che non ha mai condiviso, fino a quel punto. Ma perché non lasciarsi andare a ciò che è straniero, a quanto è differente nella varietà, a quanto è destabilizzante nella fantasia?

Anche l’abito in quanto veste religiosa apre degli scenari, forse tra i più caratteristici del fantasy. Gli scrittori fantasy sono una sorta di officianti di una religione scritta capace di comunicare al cuore dell’uomo. E cosa comunica questa religione scritta se non orizzonti di senso, panorami di vita e l’armonia mai pienamente raggiunta della condizione umana? Il fantasy richiede devozione, e normalmente i lettori fantasy sono devoti (spesso estremisti), e chi lo legge è ben conscio di quanto il suo contenuto parli dell’esistenza umana. Credo sia chiaro da queste mie parole che non tutto ciò che viene “spacciato” per fantasy sia veramente tale.

Abitudine, disposizione naturale o acquisita: chi non ha mai sopportato il fantasy, è difficile che impari a sopportarlo, perché ci vuole una predisposizione naturale verso il linguaggio “altro” in grado di spalancare la porta sull’ “altro” mondo.  Ma come tutte le disposizioni naturali, se le si vogliono far fruttare le si deve nutrire, farle divenire abitudine, che non può essere assuefazione, ma capacità di comunicare e di lasciarsi comunicare. Anche chi acquisisce in un secondo momento l’abito del fantasy, senza scimmiottare ma facendolo davvero proprio, è perché fin dall’inizio era predisposto. O ce l’hai o non ce l’hai, il fantasy. Non può esistere e non esisterà mai chi dice: “non ho mai fatto fantasy e non l’ho mai letto, tanto meno condiviso” e che però subito dopo si metta a farlo con successo. Chi dice di farlo così, sta mentendo!

E, infine, la forma fantasy è sufficientemente indipendente nelle forme e nelle modalità da giustificare la propria esistenza senza dover dipendere da altri organismi “narrativi”. Nell’anatomia e nelle funzioni il fantasy è un corpo perfettamente formato. Ed esiste la ben riposta speranza di non dover considerare il fantasy alla stregua di un organismo complesso inferiore ad altri altrettanto complessi quanto a funzioni. Il fantasy sa espletare tutti i suoi compiti, sa condurre il lettore non solo dentro la storia, ma lo sa incatenare alla sua prospettiva, sa infervorarlo come nessun’altra narrazione è in grado di fare, proprio come farebbe un leader politico o un capo carismatico, un buon predicatore o un guru di vita. Perché, allora, c’è chi si ostina a vedere la narrazione fantastica come un organismo profondamente inferiore ad altri che sono, invece, nati molto più tardi di esso?