Manifesto fantasy – approfondimento terzo

Nel Manifesto fantasy iniziale dicevo riguardo al fantasy come narrazione della vita quanto segue, riferendomi in modo particolare a Storia di Geshwa Olers:

S. di G. O. è la vita, la narrazione di un’esistenza che si trova proiettata dal desiderio di altri al centro di una grande confusione esistenziale, che il protagonista fa fatica a comprendere e reggere. Da qui ne deriva la sua struttura: è quasi episodica, con molte narrazioni create da tanti narratori, e con vicende che – talvolta – sembrano non avere conclusione; è lineare, secondo la vita di Geshwa Olers (e il titolo del romanzo dovrebbe far capire subito che è tutto incentrato sulla sua vita, su ciò che gli accade, non su altro), narrata secondo quei momenti salienti che ne hanno fatto una figura centrale per la storia di Stedon, il mondo in cui tutto si svolge; è talvolta banale e talvolta fiabesca e talvolta magica e talvolta epica e talvolta horror e talvolta comica e talvolta drammatica e talvolta noiosa e talvolta triste e talvolta tutto ciò che volete voi, perché in essa tutto si trova, dal momento che non è altro che la fotografia di una vita. È soprattutto questo approccio ad aver determinato le maggiori difficoltà editoriali della serie, il vero motivo per cui è difficilmente collocabile. Forse potrà essere apprezzata per intero solo alla fine, ma è indubbiamente un apprezzamento che richiede uno sforzo notevole: oltre tremila pagine di scrittura.

Scrivere un romanzo fantasy secondo criteri tanto sballati e poco “canonici” potrebbe sembrare arbitrario ai più: un mero fare-come-dico-io autoreferenziale, perché così l’autore si solleva da ogni giudizio di merito da parte dei critici nei confronti di ciò che egli scrive. Se l’autore si pone al di fuori dei canoni della narrativa fantasy, allora si pone al di fuori della giudicabilità.

A ben vedere, però, questo ragionamento è piuttosto inconcludente, perché porsi al di fuori dei canoni per un pubblico che è comunque abituato ai canoni, è innanzitutto controproducente. Chi è abituato a incasellare e comprendere attraverso ciò che è già conosciuto, farà fatica a inquadrare un qualcosa che non si rifà ai canoni classici. Ovviamente questo accade a rischio e pericolo dell’autore, dal momento che è l’autore stesso a porsi eventualmente in una terra di nessuno. Faccio questa riflessione perché mi riguarda da vicino.

Vado dicendo da tempo che Storia di Geshwa Olers è un romanzo che si pone al di fuori dei canoni classici e la cui apparenza inganna. Vediamo quali sono questi canoni classici, cui tutti fanno riferimento ma che nessuno dice (provate a fare una ricerca in rete, e vedrete come tra i siti italiani non ce ne sia uno che tenti un elenco).

Non possono essere enumerati con certezza e non ci si può aspettare di trovarli in ogni fantasy. Comunque:

l’eroe, spesso povero, umile e di origini misteriose,  per lo più orfano;

– i compagni, spesso amici dell’eroe, raccolti strada facendo o assegnati da una volontà superiore;

– il nemico, quasi sempre definito come personaggio molto cattivo e che vuole far fuori l’eroe per riuscire a portare a compimento il proprio disegno malvagio;

– una terra di stampo medievale, dove la magia regna sovrana, con reami, principati, ducati e altro, con popolazioni diversificate in razze (le classiche sono umani, elfi, nani, troll, a loro volta suddivisi in sottorazze o razze miste);

– una battaglia da affrontare, per la sopravvivenza della terra dei buoni;

– uno o più oggetti magici che aiutano i protagonisti;

– una profezia che investe il protagonista o il reame al centro della scena;

– un traditore;

– il viaggio.

A questi canoni comuni si uniscono dei clichés, dei luoghi comuni che rendono il fantasy tutto più o meno uguale, pur nella varietà delle storie. Soprattutto, i clichés sono ciò che il lettore si aspetta di trovare per poi poterli denigrare. Guardate, accade molto più spesso di quanto si pensi, in modo particolare nei confronti del fantasy italiano: i lettori sono molto meno propensi a perdonare i clichés ai loro connazionali di quanto non facciano con la narrativa straniera. A discolpa parziale di questi lettori si può avocare la reale ripetizione quasi ossessiva dei clichés da parte degli scrittori.

Utilizzare i clichés, però, è una decisione dell’autore. Farlo non è reato, ma se vuole farlo, l’autore dovrà essere in grado di gestirli in modo tale da non cadere nel banale. Lo stesso dicasi per i canoni classici che ho elencato. Li si ritrova più o meno ovunque, tranne nei fantasy cosiddetti innovativi, diversi, che si pongono ben al di fuori di quelle linee indicative. Mi vengono in mente alcuni autori che si muovono a loro margine o addirittura bel lontano: Francesco Dimitri, Francesco Barbi, GL D’Andrea, per dirne solo tre.

Arrivati a questo punto, la domanda che mi pongo è: è possibile fare a meno dei canoni classici e dei clichés?

Forse sì e forse no. I canoni e perfino i clichés servono a rendere riconoscibile un genere. Tuttavia, come già accennavo, è possibile utilizzarli in modo differente. Anche coloro che vanno al di fuori dei canoni classici senza richiamarvisi in modo chiaro, non fanno altro che citarli attraverso un non-utilizzo. Non voglio parlare del reame, e allora ti metto dentro una repubblica. Non voglio parlare dell’eroe, e allora ti metto dentro un anti-eroe. Non voglio parlare del cattivone, e allora sono tutti cattivi e la differenza tra bene e male è molto sfumata e confusa. Non voglio parlare del viaggio, e allora il viaggio diventa tutto mentale, metaforico, interiore. A ben vedere, non si può fare a meno dei canoni classici.

Tuttavia sono convinto che li si possa utilizzare in modo del tutto nuovo. Per quanto mi riguarda, la strada scelta è quella dell’utilizzo esplicito dei canoni e perfino dei clichés classici per poi smontarli uno a uno nella seconda parte di Storia di Geshwa Olers. Chi legge i primi volumi, ne trova una quantità elevata (forse tutti), e qui subentra il primo problema indicato all’inizio di questa riflessione: il lettore di fantasy li noterà per ovvi motivi e sarà subito pronto ad additarli, perché non avrebbe nessun motivo per non farlo. I clichés sono come i capperi nella peperonata: tutti li tolgono perché non piacciono a nessuno, anche se è ovvio che ci vadano. S. di G. O. abbonda di clichés per mia stessa ammissione, ma sono tutti funzionali all’obiettivo che mi sono proposto, cioè raccontare una vita.

Nella vita i clichés abbondano. Nella vita comune la gente si muove e decide secondo clichés. In essi ci riconosciamo o da essi ci smarchiamo. Una narrazione necessita di clichés, ma è il modo in cui li utilizza a renderla originale oppure no. Il mio romanzo fantasy è una lunga storia sulla vita di un uomo, e mostra il modo in cui i clichés, i luoghi comuni della vita, vengono smantellati uno dopo l’altro a partire dal quinto volume. L’eroe che non è un eroe, tanto meno un orfano. I compagni che sono compagni fino a un certo punto. Il nemico che perde il suo status definibile di grand villain. La terra che non ha quasi nulla a che fare con la classica definizione fantasy. E per proseguire, battaglie che non sono battaglie, profezie che non sono profezie, traditori che scoprono di non esserlo e il viaggio che esonda da ogni possibilità immaginabile di viaggio fantasy.

Perché questo funzioni, però, dev’essere immerso in una lettura più ampia, in un panorama ben più vasto di quello ristretto dell’orizzonte fantasy italiano, avere accesso a modalità narrative che trascendono il genere e toccare tutti gli aspetti della vita. Perché i classici canoni e clichés del fantasy possano essere utilizzati in modo nuovo, dev’essere il fantasy stesso a rileggersi in una chiave totalmente differente. Il fantasy deve diventare una lettura profonda e non superficiale della vita stessa. Non solo: il fantasy deve improntarsi all’evolversi della vita stessa. Deve assumere i contorni della grande narrazione epica di un’esistenza, trovare i colori della vita in tutta la sua estensione. Bisogna trasmettere la passione? Allora si usi la passione. Bisogna comunicare amore? Si parli dell’amore senza paura. Si vuole trasmettere la disillusione? La narrazione drammatica, allora, deve fare la sua irruzione, anche con toni molto cupi. E la noia, ha posto nel romanzo fantasy? Certo, deve averla. Se un viaggio è noioso ed è importante che sia noioso per il quadro di vita che il romanzo vuole tratteggiare, allora lo stesso lettore deve annoiarsi (avete presente la noia trasmessa volontariamente da Thomas Mann ne La montagna incantata?).

Non esiste nessuna emozione che debba essere sconosciuta a un romanzo fantasy. Il fantasy è l’unico genere che possa permettersi un simile approccio, perché il fantasy delinea un mondo. Ma qui sta l’equivoco maggiore: il mondo che il fantasy delinea non è quello artificioso di una quasi-terra o di un quasi-medioevo, ma è quello reale dell’esistenza umana, attraverso il quale e nel quale l’autore parlerà della vita secondo prospettive inusuali a lettori che però siano capaci di oltrepassare pagina 100.

La logica del successo

Oddio, ecco il solito post di uno scrittore che non riesce a trovare il successo e che allora viene a lagnarsi da noi, dirà qualcuno. E invece no. Non è il solito post, non sono uno scrittore che non riesce a trovare successo e non vengo a lagnarmi.

Voglio solo fare delle considerazioni.

Il mio successo di cui voglio parlarvi e sul quale voglio fare qualche riflessione è quello di Storia di Geshwa Olers. Riepilogo il tutto per quei quattro lettori che ancora non sanno come sono andate le cose (o per quell’unico, visto il momento di requie estiva).

Nel febbraio 2007 ho deciso di rendere pubblico il primo volume della mia storia fantasy, Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde. Per l’occasione aprii un blog su splinder nel quale rendevo disponibile un capitolo ogni dieci giorni. All’ultimo capitolo, poi, trovai la collaborazione di alcuni siti letterari, che vollero contribuire all’operazione, probabilmente una delle prime nel suo genere. L’esperienza fu di grande successo. 6000 e passa download nell’arco di sei mesi, destinati ad aumentare se non avessi trovato di lì a poco due editori, uno che si accaparrò i diritti sull’estero, e un altro che mi propose un contratto per quelli italiani. Io ovviamente firmai. È indubbio che grandi numeri portino altre cose, e anche nel mio caso fu così.

Tuttavia, una volta che ebbi pubblicato in cartaceo il primo volume, non ebbe un gran successo, vuoi per scelte discutibili dell’editore, vuoi per la particolarità del romanzo, giudicato spesso piuttosto lento. Cambiai editore e passai a un altro che mi pubblicò il secondo volume della storia, e anche in quel caso le cose andarono piuttosto lentamente. Il romance che nel frattempo avevo dato alle stampe, sempre con il secondo editore, aveva più successo del fantasy.

Nel settembre 2011 tornai in possesso dei diritti sul romanzo, per mia scelta, perché mi ero reso conto di una cosa, se mai ne avessi avuto bisogno: Storia di Geshwa Olers era un romanzo di struttura talmente particolare, da non trovare la sua via ottimale tramite la carta. Le logiche editoriali portano a cercare il guadagno, per ovvi motivi imprenditoriali, e se il romanzo è ambizioso nella struttura e difficile nelle ambizioni, beh, allora la via editoriale tradizionale è da escludere a priori.

A dimostrazione di questo, da quando ho ripreso a pubblicare il romanzo su internet, proponendolo come ebook in tre formati (Pdf, ePub e Kindle) del tutto gratuitamente, il successo è tornato ad arridere. A distanza di dieci mesi dalla pubblicazione del primo volume, sta ormai viaggiando oltre i 3000 download. Nelle ultime settimane, inoltre, i download stanno aumentando esponenzialmente, e si viaggia sulle 60 copie medie giornaliere. Se vogliamo dirla tutta, 3000 copie vogliono dire successo editoriale.

Veniamo ai “ma” che si potrebbero immaginare.

1 – Ma 3000 download in dieci mesi sono molto meno di 6000 in sei mesi. Risposta: la prospettiva è sbagliata. Nel 2007 praticamente non esistevano ebook, in confronto a oggi. Oggi, invece, c’è una marea di ebook gratuiti. Tra l’altro, nel novero dei download non posso indicare tutti quelli scaricati attraverso siti pirata, al di fuori della mia possibilità di controllo. La realtà è che le copie scaricate possano essere di gran lunga superiori a quella cifra. I numeri certi che posso dare io in questo momento sono: 3400 copie.

2 – Ma è gratuito, sfido io che la gente scarica così tanto. Risposta: la gente non scarica tutto ciò che è gratuito, ma solo ciò che vuole leggere. Come quando si compra un libro: si compra ciò che prima o poi si leggerà, magari non subito, ma nell’arco di qualche tempo sì.

3 – Ma tanti download non vuol dire tanti lettori, tanto meno lettori fissi. Risposta: e invece sì. I download aumentano in maniera progressiva con i volumi. Aumentano di più i primi volumi e in progressione seguono i volumi successivi. Ora il primo volume sta superando le 1300 copie, il secondo sta raggiungendo le 900 copie, il terzo le 800 e così via, in una progressione che indica la fidelizzazione del lettore, termine imparato quando lavoravo in banca, e che vuol dire sostanzialmente che il cliente ti segue nelle tue evoluzioni e nuove proposte.

Grazie a questi dati posso dire che Storia di Geshwa Olers ha oltre mille nuovi lettori nell’arco dell’ultimo anno. Dite che sono pochi? Provate a chiedervi quanti dei libri in libreria possono vantare questa cifra. Vi assicuro che sono una fetta piuttosto ristretta. Oltretutto, provate a chiedervi quanti romanzi fantasy italiani possono vantare questi numeri: sono ancora meno.

Perciò, Storia di Geshwa Olers è un successo. Forse l’unico – al momento – nella mia carriera editoriale. Gli altri romanzi arrancano, e non perché siano brutti. Vero che non bisogna autoincensarsi, ma ricevo i commenti di chi legge quei romanzi, e sono tutti ugualmente positivi e la media dei voti su tutti i networks librari (aNobii, Goodreads e altri) è alta. Attorno a 4 su 5. Inoltre, da un po’ di tempo sto cercando un agente letterario, non ne faccio mistero, ma non riesco a trovarlo.

Le motivazioni di questi differenti risultati possono essere molteplici, ma se c’è un dato fermo è che non mi perdo d’animo facilmente, e che ho un’attitudine a riformularmi come ogni scrittore dovrebbe avere. Per esempio, per gli agenti letterari ho scritto un poliziesco, genere da me mai tentato prima, creato sul modello di Montalbano. L’ho fatto per il mercato, l’ho fatto con il cuore, ma per pensare alla possibilità di vendita. Eppure pare non raggiungere il suo obiettivo.

Le motivazioni di questo mancato raggiungimento dell’obiettivo rimangono, al momento, impescrutabili. Probabilmente devo fare come mi suggerisce un bravo scrittore: staccare la spina per un po’ per ritrovare le mie motivazioni. Se mi sforzo, però, posso capire le cause che portano Storia di Geshwa Olers ad avere questo successo. Eccone un paio.

1 – È scritto bene. D’accordo, anche qui mi autoincenso, ma nemmeno troppo. Che sia scritto bene è riconosciuto perfino da chi lo ha aspramente criticato. Un romanzo deve portarti dalla prima all’ultima pagina, per essere letto. E S. di G. O. lo fa.

2 – È nato per essere letto in un modo alternativo. Me ne sono reso conto definitivamente al K.lit di Thiene. Il prodotto ebook deve portare in luce la sua particolarità rispetto al prodotto libro, se si vuole che abbia successo e che trovi il suo senso profondo. Ciò che dicevano i vari conferenzieri, era sostanzialmente: il libro ha i suoi perché, ma il libro elettronico non può limitarsi alla pura digitalizzazione di quello cartaceo. Deve poter sfruttare la possibilità di una lettura incrociata, stratificata, saltuaria, a scelta. Deve sopportare lo smembramento e la ricomposizione. In poche parole, l’ebook dev’essere interconnesso. Storia di Geshwa Olers è in effetti un prodotto di questo tipo: presenta le storie di molti autori, le vicende possono essere seguite in vario modo e l’ideale sarebbe riuscire a presentare il romanzo in modo tale da poter essere maneggiato come meglio si vuole, per esempio presentando una lista di capitoli e la posizione delle varie vicende, così che sia il lettore a poter scegliere in quale ordine leggerlo.

Giusto per fare un esempio, si potrebbe scegliere di seguire le vicende di Nargolìan. Oppure solo quelle di Geshwa. O ancora, leggere solo le fiabe e le storie alternative contenute nella saga. O magari seguire tutto ciò che è magico e l’evoluzione e gli scontri tra i Maghi. Tutto questo è reso possibile dalla struttura del romanzo, varia, spezzettata, conglomerata; non ancora, però, dai mezzi. Come fare per offrire un simile servizio?

In ogni caso si tratta di una domanda ulteriore. Quel che è certo è che il mio romanzo fantasy funziona ottimamente su internet perché è un romanzo che ha nel suo stesso dna la possibilità di linkaggio, interno ed esterno.

Forse è questo il vero senso di un ebook? Credo di sì.

A face in the crowd – Un volto tra la folla, di Stephen King

Prendo di peso dal sito del Re l’annuncio della prossima uscita ebook, scritta in collaborazione con Stewart O’Nan. Fantasmi, ragazzi miei? Pare di sì.

Set for release on August 21st, the original ebook marks the second baseball-themed collaboration between Stephen and Stewart O’Nan.

La trama. Dean Evers, an elderly widower, sits in front of the television with nothing better to do than waste his leftover evenings watching baseball. It’s Rays/Mariners, and David Price is breezing through the line-up. Suddenly, in a seat a few rows up beyond the batter, Evers sees the face of someone from decades past, someone who shouldn’t be at the ballgame, shouldn’t be on the planet. And so begins a parade of people from Evers’s past, all of them occupying that seat behind home plate. Until one day Dean Evers sees someone even eerier…

(traduzione mia: Dean Evers, un anziano vedovo, si siede davanti alla tv con nulla di meglio da fare che sprecare le sue serate guardando il baseball. Si tratta di Rays contro Mariners, e David Price vola attraverso la formazione di gioco. Improvvisamente, a poche file di distanza dal battitore, Evers vede il volto di una persona di qualche decennio fa, qualcuno che non dovrebbe essere al match, che non dovrebbe essere sul pianeta. E così comincia una sfilata di persone del passato di Evers, tutti seduti in quel posto dietro la casa base. Finché un giorno Evers Dean vede qualcuno particolarmente inquietante…)

A Face in the Crowd will be available on Kindle, Nook, eReader, iBooks, Android Play and more. The audiobook read by Craig Wasson will be available in both Mp3 and CD Mp3 formats from Amazon, iTunes and more.

1978 – A volte ritornano

A VOLTE RITORNANO

ISBN: 88-452-4607-8 (versione italiana)

ISBN: 978-0-385-12991-6 (versione originale)

La prima raccolta di racconti pubblicata da Stephen King apparve come un’umile creatura di uno scrittore bravo e fortunato, unendo sotto un titolo ormai più che famoso racconti scritti prima di riuscire a pubblicare e nuovi parti di una mente geniale. Tuttavia, l’umiltà nasconde innumerevoli perle, a cominciare dal titolo.

A volte ritornano, titolo dell’intera raccolta (in inglese Night Shift, Turno di notte), è tratto dal racconto forse più famoso del libro (intitolato, per l’appunto, Sometimes They Come Back), ma è divenuto così celebre da trasformarsi in un modo di dire molto diffuso tra la popolazione, allorquando si voglia additare con scherno il ritorno di qualcuno che ormai si dava per morto.

Una seconda perla è contenuta nella celebre Prefazione, scritta il 27 febbraio 1977 a Bridgton, Maine. Quella che inizia con

Parliamo, voi e io. Parliamo della paura.
La casa è deserta, mentre scrivo; fuori cade una gelida pioggia di febbraio. È sera. A volte quando il vento soffia come sta soffiando ora, la luce se ne va. Ma per ora c’è, perciò parliamo molto francamente della paura. Parliamo molto razionalmente di come si arriva all’orlo della follia… e forse al di là del baratro.

Si parla di paura, per l’appunto, e quella Prefazione ne è divenuta uno dei più acuti trattati. Le domande che sottostanno allo scritto sono perché scrivi questa roba, Steve?; perché la gente legge roba simile?; come mai si vende? La risposta è semplice e banale: la grande letteratura del soprannaturale contiene spesso la […] sindrome del “rallentiamo e guardiamo l’incidente”.

La paura è lo stato d’animo che ci acceca. Di quante cose abbiamo paura? […] La paura ci rende ciechi e noi tocchiamo ciascuna paura con l’avida curiosità dell’interesse personale, cercando di ricavare un intero da cento parti. […] Captiamo la forma. I bambini l’afferrano facilmente, la dimenticano, tornano a impararla da adulti. La forma è là, e tutti arriviamo presto o tardi a comprendere che cosa è: è la forma di un cadavere sotto un lenzuolo. Tutte le nostre paure assommano a una sola, grande paura: abbiamo paura del cadavere sotto il lenzuolo. È il nostro cadavere. E il grande significato della narrativa dell’orrore, in tutte le epoche, è che essa serve da prova generale per la nostra morte.

Semplice. Profondo. Straordinario. Ecco cosa penso dei racconti contenuti nella raccolta, o per lo meno di alcuni d’essi.

Jerusalem’s Lot. Il racconto notifica il precedente storico delle vicende di ‘Salem’s Lot (o uno dei numerosi precedenti). Lo spunto è chiaramente I topi nel muro di H. P. Lovecraft, dal quale poi si discosta per dare corpo al mito del paese infestato. Ecco come il protagonista del racconto, Charles, spiega la presenza del male nella cittadina:

“Sto benissimo,” assicurai, con calma. Ma non mi sentivo affatto calmo, Bones, non più di quanto lo sia ora. Credo, come il nostro Hanson [ma qui King aveva inserito anche un’altra serie di nomi cui far riferimento: con Mosè, con Geroboamo, con Increase Mather – che fu pastore protestante famoso per aver cercato di applicare moderazione nei confronti dei casi di stregoneria della comunità di Salem del 1600 – tutti riferimenti chissà perché scomparsi dalla traduzione italiana…] che vi siano luoghi spirituali nocivi, edifici dove il latte del cosmo è diventato acido e rancido. Quella chiesa è un posto così; lo giurerei.

Che è lo stesso meccanismo di The Shining e di altri romanzi di King.

Il Re, infine, si incontra ufficialmente con Lovecraft verso il termine del racconto, quando la chiesa si popola di fantasmi e si illumina del chiarore infernale di un freddo fuoco eterno, e il latino dell’officiante

venne sostituito da un idioma più vecchio, già antico quando l’Egitto era giovane e le piramidi non ancora costruite, antico quando la Terra era ancora sospesa in un ribollente e informe firmamento di gas: “Gyyagin vardar Yogsoggoth! Verminis! Gyyagin! Gyyagin! Gyyagin!”

Il Senza Nome, il Verme da oltre lo Spazio, Colui che divora le Stelle.

Lovecraft lives.

Secondo turno di notte. Questo racconto prende spunto da uno dei numerosi lavori nei quali King si imbatté prima di diventare scrittore a tutti gli effetti. Lavorava in una fabbrica di tintura industriale, e quando per una chiusura settimanale venne offerta ai dipendenti la possibilità di entrare a far parte di una squadra che avrebbe ripulito lo stabilimento da cima a fondo, compreso lo scantinato, King non entrò nel novero dei prescelti per un soffio. Ma poté udire dalla bocca di uno dei suoi compagni cosa trovarono laggiù.

“Giù in cantina c’erano topi grossi come gatti… Ce n’erano alcuni, che il diavolo mi porti se non erano grossi come cani.”

Alcuni mesi dopo si mise a scrivere Secondo turno di notte, in cui chi scende nello scantinato, alla base di tutto l’edificio, muore divorato da enormi topi. Si tratta di un racconto capace di esemplificare la possibilità dell’orrore nell’esistenza delle persone: se l’incubo della cantina, tipico del racconto horror, viene affrontato e non fa più paura, c’è sempre un livello maggiore di incubo possibile, il sottolivello della cantina, dove vivono i topi divoratori.

Risacca notturna. Il racconto anticipa le tematiche dell’Ombra dello Scorpione, e il virus influenzale che sta sterminando l’umanità viene già chiamato Captain Trips. Ma il traduttore ovviamente non poteva saperlo, e sostituisce Captain Trips con A6. Forse urgerebbe una nuova traduzione dell’intera raccolta…

La bellezza del racconto sta nel rovesciamento della prospettiva. All’inizio la vicenda sembra un crudele atto di omicidio perpetrato ai danni di un malcapitato, in modo tanto orrendo da lasciare disgustati. Poi, quando si viene a scoprire che cosa sta succedendo nel mondo, quello che fino ad allora appariva al lettore un atto di folli criminali, si tramuta di colpo nel gesto pietoso verso un sofferente senza scampo.

Io sono la porta. Interessante racconto di fantascienza, nel quale l’invasione aliena della Terra inizia da un parassita molto particolare. Vedere… per credere.

Il compressore. Anche questo racconto si rifà agli incubi determinati nel giovane King da uno dei lavori che si trovò costretto a fare pur di sopravvivere all’assenza di pecunia, immediatamente prima di venir spedito nello scantinato vicino al sottolivello dei topi. In On writing ne parla così:

Fui trasferito al reparto tintura dello scantinato, tanto per cominciare, dove c’erano quindici gradi di meno. Il mio compito era tingere di viola o blu oltremare campioni di melton. Immagino che ci siano ancora alcuni nel New England che hanno nell’armadio giacche tinte dal sinceramente vostro. Non fu la mia estate migliore, ma riuscii a evitare di essere risucchiato da qualche macchinario o di cucirmi insieme le dita con una delle cucitrici industriali in cui passava la stoffa ancora da tingere.

Il racconto parla proprio di questo: una cucitrice industriale si diverte a nutrirsi di operai. Indimenticabile la descrizione di come viene trovata la povera donna che la macchina ha tentato di… utilizzare come tessuto. Se non leggete il racconto, vi faccio solo una raccomandazione: non permettete agli elettrodomestici di muoversi dal luogo in cui li avete relegati!

Il baubau. Quando gli incubi di bambino riemergono in superficie.

Campo di battaglia. Avete presente Una notte al museo? Ecco, qui la faccenda è molto simile (ma il racconto è stato scritto nei primi anni Settanta!), però fa molto, ma molto più male.

Camion. Da questo film è stato poi tratto il modesto Brivido, che però ne allarga la modalità narrativa a tutti i mezzi meccanici creati dall’uomo. Un gruppo di persone è serrato all’interno di una pompa di benzina, perché i camion – TIR, autoarticolati e furgoncini – hanno iniziato a ragionare da soli e a ribellarsi ai loro guidatori. E aspettano che passi qualche preda da investire e schiacciare. Il principio alla base di tutto è lo stesso di Terminator, le macchine che si ribellano all’uomo. Qui, però, è in versione horror. Il senso del racconto è probabilmente contenuto nel finale, dal quale risalta come un allarme il pericolo della cementificazione totale del mondo dell’uomo. L’essere umano si crea un mondo sempre più inadatto alla propria specie, e finisce per diventare schiavo della tecnologia che doveva aiutarlo.

A volte ritornano. Come dicevo all’inizio, questo racconto dà il titolo all’intera raccolta nella versione italiana ed è divenuto un modo di dire, per lo meno nella nostra lingua. Vi si ritrovano alcuni dei topoi della narrativa adolescenziale di Stephen King, che tanto l’hanno reso famoso nel mondo della letteratura: il treno e le rotaie (incubo ricorrente a causa di un incidente cui il piccolo King assistette, dove morì un amico; tra l’altro è anche un topos di Dickens, che visse un incidente in treno che lo portò a odiare quella micidiale trappola per topi e a esorcizzarla di continuo nei suoi racconti); i due fratelli legati da amore inscindibile; il patto con il diavolo e i morti che ritornano, in un modo o nell’altro. Per questo racconto, King guadagnò la cifra più alta mai raggiunta fino ad allora attraverso i suoi scritti: 500$!

La falciatrice. Il racconto non è dei più belli di King, anche se lo speciale tagliaerbe che giunge a casa sua per falciare l’erba rimane indubbiamente nella memoria. La cosa più particolare di questo racconto riguarda… il film che ne venne tratto. Si tratta del Tagliaerbe, del 1992, diretto da Brett Leonard e interpretato anche da Pierce Brosnan. La cosa incredibile è che il film non ha nulla a che fare con la storia di King, che infatti intentò causa per essere rimosso dai titoli.

Quitters, Inc. Volete smettere di fumare? Altro che metodi da manuale. La forza di volontà è ciò che conta. Un racconto molto alla Hitchcock.

So di che cosa hai bisogno. Con questo racconto inizia il trittico dei racconti più belli della raccolta. In questo, il protagonista è un ragazzo che sa farsi amare, nonostante tutto. Ma le apparenze spesso ingannano, e lui è riuscito a ingannare chiunque, tranne i suoi genitori.

I figli del grano. Da questo racconto sono stati tratti diversi film, il più conosciuto dei quali è Grano rosso sangue, diretto da Fritz Kiersh. Anche qui incontriamo uno dei topoi classici di Stephen King, il paese isolato dal resto del mondo, nel quale il male sta spadroneggiando con ogni genere di abiezione. Idealmente collegato a L’ombra dello scorpione (dove il cattivone, Randall Flag, è chiamato “colui che cammina”), si scopre che fonte del male nel racconto è un demone, chiamato “colui che cammina tra i filari”.

L’ultimo piolo. Racconto molto toccante, che narra la vicenda di fratello e sorella, talmente legati da portare lei a vedere in suo fratello l’unico che possa salvarla dalla depressione.

Il bicchiere della staffa. Questo brano riprende le vicende di ‘Salem’s Lot e racconta di un paese vicino a quella cittadina, nel quale si è dovuta fermare una famigliola, causa avaria dell’auto. Nevica, molto, e mentre la moglie e la figlia rimangono in auto, il padre si mette in viaggio per raggiungere il luogo più vicino abitato da essere umano. Giunge così al bar di Tookey, che decide di soccorrerlo perché quando il padre gli dice che quel luogo sembra “essere abitato da fantasmi”, Tookey gli risponde: “Non ci sono fantasmi a Jerusalem’s Lot”.

Certo che no, ovviamente. C’è molto di peggio! Inutile dire che il buon padre non troverà più né moglie né figlia.

Anzi, lei sì.

Workshop di racconti

Al via il workshop di scrittura sui racconti, in quel di Povegliano Veronese, presso l’Art Pollution Fest, che si svolgerà al Parco di Villa Balladoro. Oggi e domani pomeriggio. Per poter lavorare meglio, i partecipanti devono aver già deciso la trama del loro racconto prima di arrivare al corso, per la lunghezza massima di una riga.

Ecco il programma:

Sabato 21 luglio 2012 – ore 15.00/19.00

Presentazioni partecipanti
Presentazione del corso e sua struttura
Lettura delle trame e primo lavoro sulla trama
Primo sviluppo narrativo e limature

Domenica 22 luglio 2012 – ore 15.00/19.00

Letture dei racconti sviluppati a casa
I consigli di Carver e di King
Limature ulteriori
Presentazione del corso di scrittura fantasy

Strega e poesie su Amazon

Oggi vorrei segnalarvi due nuove piccole opere che ho messo in vendita su Amazon.


Strega
. Un racconto fantasy-horror, appartenente (anche se alla lontana) all’universo di Stedon. Ecco la trama: Quando Sara viene chiamata dall’insegnante di sua figlia per comunicazioni gravi e urgenti, torna alla superficie della sua fragile personalità il passato che ha tentato di nascondersi con ogni mezzo. 
Fa cose strane, la sua giovane figlia, e spaventa. Molto.
Forse tutto dipende da quella strana figura che immaginò, quando partorì. Quell’essere dalle molte braccia…
Un racconto a cavallo tra il fantastico e l’horror. Un nuovo brivido che non lascia scampo.

Prezzo: 0,89€. Il link per l’acquisto.

 

Amore, poi risorto. La mia prima raccolta di poesie, già autopubblicate in cartaceo tramite Lulu.com nel 2006, ora in formato ebook. Per ulteriore cartaceo, potete chiedere direttamente a me, ne ho ancora alcune copie.

Ecco la sinossi: Perché l’amore? Da dove nasce e dove ci porta? Quali sono le sorgenti segrete di questa forza inarrestabile? L’uomo è fatto per trasformarsi, inesorabilmente, nel fuoco dell’amore.
“Amore, poi risorto” contiene tre raccolte poetiche. La prima, che dà il titolo all’opera, è la storia di un amore difficile, adolescenziale, che non trova altra strada che quella di spiritualizzarsi. La seconda, “Le ultime”, raccoglie poesie tra di loro slegate, mentre l’ultima, “D’amore”, canta con versi di un erotismo sospeso tra sogno e realtà il perdersi gratuito nella febbre d’amore.
Queste poesie sono state scritte dall’autore tra il 1991 e il 2004.

Prezzo: 0,93€. Il link per l’acquisto.

 

Manifesto fantasy – approfondimento secondo

Questa riflessione è un approfondimento del Manifesto fantasy, ma può anche essere letta a se stante.

Inizierò dalla fine. Narrazione di narrazioni. L’argomento è suscettibile di ulteriori riflessioni, nel tentativo di comprendere in che modo questo elemento sia costitutivo del fantasy e perché possa essere fondamentale per l’uomo disgregato della post-modernità. È un mio pallino connettere questi generi di riflessione, ma credo sia del tutto opportuno.

La caratteristica onnipresente e fondamentale in un vero romanzo fantasy è che esso costituisce narrazione di narrazioni. La narrazione non si esaurisce mai in un unico piano, all’interno del quale si muovono i protagonisti nelle vicende che ne esauriscono la trama, ma rimanda di continuo ad altri piani narrativi e metanarrativi, che creano un effetto tridimensionale che solo la narrativa fantasy può dare (vedi Manifesto fantasy).

Un romanzo di qualunque genere (compreso il mainstream, il genere senza generi) sviluppa la propria narrazione Continua a leggere “Manifesto fantasy – approfondimento secondo”

La battaglia di Passo Keleb

La battaglia di Passo KelebEd ecco qui il quarto volume.

Geshwa Olers viene mandato in qualità di Comandante di Centa presso la grande e antica Fortezza di Passo Keleb, al confine con il Regno del Nord. Sebbene l’anno militare sembri iniziare sotto la più pacata normalità, sparizioni di oggetti e armi fanno pensare che alla Fortezza vi sia un intruso o qualche malintenzionato tra i soldati. Ma è quando spuntano quelle creature, da grotte prima sconosciute e apparse sotto la Fortezza, che iniziano i problemi. Il quarto volume di Storia di Geshwa Olers si annuncia come una storia epica, colma di accenti differenti. Segui le nuove vicende di Geshwa Olers, che lo porteranno a essere conosciuto come il Guerriero di Passo Keleb.

Potete scaricarlo cliccando su La battaglia di Passo Keleb.

Manifesto fantasy

Mancano pochi giorni alla pubblicazione del quarto volume di Storia di Geshwa Olers, La battaglia di Passo Keleb, ed è arrivato il momento di dare una chiave di lettura dell’intero romanzo. Quello che segue è il Manifesto che ho pubblicato nel I volume di Appendici, con l’aggiunta di successivi approfondimenti.

MANIFESTO FANTASY

di Fabrizio Valenza

Il Manifesto fantasy si sviluppa in questi punti:

– Manifesto fantasy (pubblicato qui di seguito)
Approfondimento primo (sul concetto di viaggio, sviluppato da Gianrico Gambino)
Approfondimento secondo (sul concetto di narrazione di narrazioni)
Approfondimento terzo (sul concetto di fantasy come storia della vita)
Approfondimento quarto (sul concetto di fantasy come abito)
Approfondimento quinto (sul concetto di kitsch e camp nel fantasy).

Arrivato alla pubblicazione del quarto volume di Storia di Geshwa Olers, è diventato per me fondamentale spiegare quale sia la mia idea di fantasy. Non voglio cimentarmi in una discettazione accademica su cosa possa rientrare all’interno di questo genere e quali possano essere le suddivisioni che allargano lo spettro della narrativa fantasy fino a comprendere, praticamente, buona parte degli aspetti del fantastico in generale; un simile approccio lo lascio a chi voglia fare, per l’appunto, dell’accademia.

Io voglio parlare di storie, di romanzi, di vita.

Quando mi affacciai per la prima volta al mondo della rete per proporre attraverso il primo blog i singoli capitoli di Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde, volli già mettere le mani avanti per illustrare come un romanzo come quello che mi accingevo a consegnare nelle grinfie di lettori giustamente analitici non potesse essere adatto a una normale strada editoriale, e quanto è accaduto in seguito me ne ha dato ragione. Ma non voglio nemmeno soffermarmi a ripetere come sia stato accidentato il percorso di questo romanzo: chi vorrà farlo, riuscirà benissimo nell’intento da solo, perché per la rete si trovano ancora le interviste che rilasciai, gli articoli che mi dedicarono e le mie lamentazioni, disseminate qua e là.

Allora veniamo al dunque. Qual è la mia vera intenzione, con questo che ho voluto chiamare addirittura manifesto fantasy?

Semplice: fornire a tutti coloro che ne sono interessati una chiave di lettura dell’intera opera, che li metta sul chi va là nei confronti della sua particolare struttura, cercando di dar loro le mie intenzioni. Sono il primo a rendermi conto che Storia di Geshwa Olers non è un romanzo normale. E il problema va ben al di là del fatto che sia costituito da sette singoli volumi.

Partiamo dall’inizio.

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