Corso di scrittura per fantasy

In collaborazione con l’Associazione Culturale Joy, da cosa nasce cosa, sono lieto di presentare un corso di scrittura per chi voglia affrontare la stesura di un romanzo fantasy, che terrò presso la sede dell’Associazione in due week-end: il 14 e 15 aprile, e il 21 e 22 aprile.

Qui trovate tutte le informazioni necessarie e la scaletta del corso. Sono disponibili solo 10 posti e l’iscrizione va effettuata entro il 3 aprile 2012.

Il foglio bianco

In collaborazione con Antonia Romagnoli, ho scritto un post sul porsi di fronte alla pagina bianca, prima di iniziare a scrivere. La domanda è: cosa fai quando ti trovi di fronte al foglio bianco, prima pagina del tuo romanzo? Ecco la risposta.

La pagina bianca è la tela di un quadro. Bisogna decidere cosa metterci sopra.

Non mi sono mai trovato a iniziare un romanzo o una storia senza avere una seppur minima idea di come la narrazione dovesse procedere o di come andasse a finire. Questo per un semplice motivo: la pagina bianca non è altro che il punto d’approdo di una riflessione che è iniziata molto tempo prima.

La maggior parte delle volte, questa riflessione è per lo più inconscia, tacita, segreta e lasciandola tale – senza avere la pretesa di tirare subito tutto fuori fin dallo scaturire della prima idea – essa acquisisce una forma che poi, quando sento arrivato l’attimo di scrivere le prime parole, si definisce dall’inizio piuttosto chiaramente.

Non ci sono magie speciali o strani fenomeni grazie ai quali lo scrittore vivrebbe proprio nel momento iniziale della scrittura l’esperienza dell’ispirazione divina. Se l’ispirazione divina esiste – il che non è escluso – si mostra strada facendo, come risultato di una riflessione, conscia o inconscia, iniziata diverso tempo prima e di una pratica esercitata nel tempo.

Non c’è mai storia inventata di sana pianta, perché non si scrive mai nulla di totalmente originale. Inoltre, non c’è mai storia che venga fuori dal nulla e che vada a riempire una pagina bianca, perché ciò di cui scrivo è sempre la mia vita.

Per iniziare a scrivere, però, devo avere ben chiare alcune premesse, che mi accompagnano sempre e ovunque. Vediamole.

  1.  Mi bevo un caffè e giro in stato quasi catatonico per la cucina, entrando nell’atmosfera della scena che devo mettere sul foglio. Poi stacco internet, perché non devo avere pensieri e urgenze a occludermi la mente.
  2. Sebbene io scriva sempre di cose che conosco, non scrivo mai di me, anche quando il personaggio che i lettori leggeranno potrà rispecchiare molte cose della mia vita. Questo per un semplice motivo: la scrittura non deve essere autobiografica o via di sfogo, nemmeno nell’autobiografia. Dobbiamo essere liberi di accettare qualunque azione dei nostri protagonisti, senza sentirci in colpa quando fanno qualcosa che noi non faremmo mai. Al limite estremo, il protagonista della nostra storia potremmo essere noi stessi in versione letteraria, e perciò non più noi (non davvero) ma un’invenzione estremamente somigliante a noi. Il che significa che, quando ci mettiamo di fronte al foglio bianco, dobbiamo già aver effettuato questo lavoro di distanziamento dalla storia che vogliamo raccontare.

  3. Sto scrivendo con la porta chiusa. Questo è un insegnamento di Stephen King che trovo perfetto. La prima stesura della storia è quella che sto scrivendo perché piaccia unicamente e solo a me, fregandomene altamente di qualunque regola o principio (ma come ho detto altre volte, prima di potersene fregare delle regole, bisogna averle fatte proprie). Devo sentirmi libero di scrivere senza avere la preoccupazione che qualcuno mi leggerà. Quella sopraggiunge a pretendere il giusto posto che le spetta con la seconda stesura, quando la porta verrà aperta e si dovrà concepire la storia scritta come un testo che verrà letto da chiunque.

  4. Ho di fronte a me tutti gli strumenti che ritengo indispensabili, alcuni dei quali non devono – però – mai mancare: vocabolario, dizionario dei sinonimi e dei contrari, dizionario analogico. Il testo deve essere preciso fin dall’inizio, perché quando lo andremo a correggere, potrebbe venirci il desiderio di sostituire parole che all’inizio ritenevamo giuste. E se c’è un principio che ritengo vero è che la prima parola scelta è quasi sempre quella più adatta.

  5. Mi metto di fronte al foglio bianco e inizio a scrivere? Bene, ci rimango fino a quando non ho scritto almeno 1000 parole. Ci vuole regolarità, sempre, comunque.

 Questo è quanto. E per iniziare, è più che sufficiente.

Narrare

Narrare è illuminare aspetti della realtà, ai quali l’ascoltatore-non-narratore non avrebbe mai pensato, oppure collegare tra di loro aspetti del reale in modo tale da far risuonare di voce nuova realtà da sempre conosciute. Questo è vero anche – e talvolta ancor di più – per la narrazione fantastica, allorquando il narratore fantastico sa far risuonare il fantastico che c’è in ogni essere umano, un suono a cui è avvezzo da quando era bambino ma del quale, con il passare del tempo, ha finito per vergognarsene.

Andrea Camilleri docet.

Consapevolezza e arte

Ho spesso sostenuto che la consapevolezza è fondamentale per uno scrittore. In effetti, non posso che confermare questa posizione. Trovate qualcosa al riguardo qui. La consapevolezza è il primo necessario gradino di chi si pone di fronte all’idea di sostenere la scrittura di un intero testo. Tuttavia credo non si debba confondere la consapevolezza con il senso artistico. Mi spiego meglio.

Un libro – esattamente come un quadro, una statua, una composizione musicale o altro – deve necessariamente partire da un livello di scrittura minimo che comprenda la piena consapevolezza degli strumenti tecnici: grammatica, sintassi, Continua a leggere “Consapevolezza e arte”

Questo blog è de-Facebookizzato

L’astinenza è durata solo 10 giorni. Più che sufficienti per stabilire che di Facebook posso fare a meno, e alla grande. All’inizio avevo accolto Facebook come l’occasione buona e utile per farsi pubblicità. Wow, un social network che permette ai navigatori di venire subito a conoscenza di nuove pubblicazioni, di nuovi post, di iniziative poco o molto significative. Accidenti! E allora giù, nel mare blu di Facebook.

Il mare poi è diventato oceano, e ha prosciugato tutti i rigagnoli di blog e siti. Per quanto mi riguarda, decido di mollare il social network a favore del blog e del sito, strumenti più semplici, lineari e meno invadenti e ansiogeni del FB. Comunque, ecco i miei 10 motivi per lasciare Facebook.

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Astinenza da internet – settimana 1

Con oggi sono sette giorni che sono distante da internet, Facebook in primis, e poi il blog e via dicendo, la navigazione tra i siti. Decisione presa per capire quanto mi influenzi l’idea di perdermi giornalmente tra i flutti di questo mare. Elenco in che modo ho reagito a questa “quaresima”:

i primi giorni ero molto nervoso

dopo due giorni ho iniziato a vedere i primi effetti a livello creativo: ho ripreso a scrivere le mie 2000 parole al giorno e a pensare le mie trame con serenità che non provavo da molto tempo. Il risultato è che in sette giorni ho scritto molto

ho molto più tempo per leggere e gustare ciò che leggo

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Ritmi diversi: è possibile?

Ieri sera ho visto il pluripremiato dall’Oscar The Artist, film francese di Michel Hazanavicius sulla fine del film muto, in quel periodo rivoluzionario per il cinema che è stato l’accesso al sonoro. È un film meraviglioso, per nulla stancante pur essendo quasi del tutto muto. Girato in bianco e nero, con un approccio che ricorda molto da vicino i film degli anni Trenta, The Artist rischia di passare per un film nostalgico, esattamente come era successo per Super 8 (si veda al riguardo il post che scrissi).

The Artist è un film perfetto per chi voglia scrivere romanzi ed è alle prime armi: l’assenza del parlato aiuta a comprendere l’evoluzione di una storia standard. Le azioni mute, sottolineate dalla musica (una strepitosa colonna sonora di Ludovic Bource), portano in superficie ciò di cui è composta una storia: azioni e vita dei personaggi, secondo una linea narrativa che deve passare per il climax della storia. Ma le mie parole non valgono a nulla e il consiglio mio non può che essere uno: andate a vederlo (ieri, in sala, eravamo in trenta, forse…)

Mettendo assieme i due film, mi sorge un interrogativo, probabilmente avvalorato maggiormente da questi anni di crisi: Continua a leggere “Ritmi diversi: è possibile?”

Scrivere? È palpare culi

Il titolo può sembrare irriverente o volgare, ma ora cercherò di spiegarvene il senso.

In questi giorni Amneris di Cesare, che ringrazio, ha linkato il post sul semi-serio catalogo per l’esordiente nello spazio di F.I.A.E. di Facebook. Amneris abita la scrittura già da parecchio tempo, e per questo motivo ha saputo come prendere i “consigli” che ho dato con il necessario distacco di chi sa che nel campo della scrittura non esistono decaloghi che vadano seguiti alla lettera, ma che ci possono essere consigli più o meno buoni. Da parte sua ha giudicato che alcuni dei consigli che davo fossero meritevoli di attenzione. La ringrazio di nuovo.

Io stesso, quando pubblicai quel decalogo nella pagina dedicata a “Come faccio io”, scrissi Non voglio essere d’insegnamento a nessuno, ma condividere è bello.

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1975 – Le notti di Salem

LE NOTTI DI SALEM – edizione illustrata

ISBN: 9788860612298

Poche volte accade che i primi romanzi di un autore dicano già tutto di quell’autore. Nel caso di Le notti di Salem, secondo romanzo pubblicato da Stephen King nel 1975 per Doubleday e ultimamente ripresentato in una versione illustrata e corredata da appendici, questo avviene con perfezione e chiarezza invidiabili.

Trama. Ben Mears è un figlio di Jerusalem’s Lot, una cittadina del Maine dove il ragazzo è cresciuto, fino a diventare uomo di fama, e scrittore. Andò via dal paese per realizzare la propria vita e vi torna dopo alcuni anni per scrivere un nuovo libro e affrontare un demone dell’infanzia. Casa Marsten. Luogo di omicidi e suicidi, Casa Marsten è lì in cima al colle, di fronte alla finestra della camera affittata da Ben nella locanda di Eve. Nello stesso periodo in cui lo scrittore giunge in paese, il negozio di Mr. Barlow e Mr. Straker, due affaristi giunti da lontano, apre i battenti.

Contemporaneamente iniziano fatti spiacevoli, assassinii e la paura dilaga silenziosamente, spingendo gli abitanti del Lot a chiudersi in casa e un gruppo di uomini a indagare sulla causa delle strane morti. Infatti è proprio Ben Mears che, con l’aiuto di Matt, Susan e Mark, tenta di scoprire quale sia il problema. La realtà che scoprono è agghiacciante. I vampiri si stanno impadronendo del paese, destinato sempre più a divenire un cimitero chiuso da mura casalinghe.

Pur riprendendo in alcuni punti la narrazione del Dracula di Bram Stoker, Stephen King riesce a creare qualcosa di completamente nuovo per il genere horror, inserendo massicce dosi di psicologia nella narrazione (caratteristica che manterrà in tutti i suoi romanzi), proponendo nel contempo un romanzo esemplare per post-modernità. Andiamo per gradi.

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